Il segreto nascosto davanti ai nostri occhi

Una delle cose che si possono osservare per capire le influenze delle forze cosmiche e terrestri nella Natura è il modo con cui gli alberi perdono o mettono le foglie.

La successione in cui questo processo avviene, infatti, non è casuale, così come non lo è la tempistica di quando ciò avviene anche il modo con cui le foglie sono inserite sui rami (fillotassìa). Anche il modo con cui seccano e cadono al suolo, il rumore che fanno quando sono sul terreno, la velocità con cui si disgregano tornando alla Madre Terra sono tutti piccoli segnali che ci raccontano del legame specifico di ogni essenza arborea con il Cielo.

Secondo il ricercatore Jochen Nietzold, che ha indagato il ritmo della fenologia delle piante nel corso dell’anno alla luce di osservazioni trentennali su oltre 750 specie vegetali, cambia anche la durata, da una specie all’altra, del rapporto tra la fase vegetativa, legata soprattutto alle forze terrestri (dalla crescita delle prime foglie sino a quando ingialliscono e cadono) e la fase generativa, legata invece alle forze cosmiche (dal bocciolo del fiore sino alla formazione del frutto). Ciò avviene non solo a causa di fattori esterni (ad esempio cambiamenti climatici, durata del fotoperiodo, ecc.), ma anche e specificamente in relazione ad aspetti intrinsechi alla specie in esame e a come essa si relaziona, in particolare attraverso il proprio Io di Gruppo, appunto alle forze cosmiche e terrestri.

Secondo questo autore nelle specie europee, in generale, il rapporto cosmico/terrestre è a favore del cosmico in un valore dell’ordine del 70-80%, ovviamente con numerose eccezioni, quali ad esempio il Girasole (ma anche la Calendula o il Verbasco) che, con un rapporto del 37%, evidenzia la sua natura prevalentemente terrestre, nonostante le apparenze (ricordiamo infatti come il Girasole segua il disco solare solo nella fase di bocciolo, mentre a capolino aperto le piante diano in prevalenza “le spalle” al sole, essendo rivolte sempre ad Est).

Quando poi inizia l’autunno possiamo notare che non tutte le specie arboree di caducifoglie perdono le loro chiome nello stesso momento. Se infatti salici, faggi, olmi, gelsi, robinie, noccioli, kaki, peri, ciliegi, peschi o fichi sono tra i primi a spogliarsi completamente o quasi, querce rosse, farnie od anche i tigli e soprattutto i bagolari sono più restii a cedere il loro fogliame.

In una condizione intermedia stanno poi castagni, ippocastani, platani, frassini ed aceri. Altri invece, come i carpini, trattengono le foglie, anche secche, addirittura per gran parte dell’inverno, lasciandole andare solo con lo spuntare delle nuove gemme, verso febbraio.

Naturalmente su tale tempistica intervengono vari fattori anche esterni e locali; primi fra tutti la temperatura e la luce. Ecco allora che in genere in alta montagna, dove le notti sono più fredde e le giornate più corte a causa dell’ombra delle vette, in genere alberi della stessa specie perdono le foglie prima rispetto ai loro fratelli di pianura. Così come gli alberi all’interno delle città, più protetti dalle escursione termiche e dalle gelate notturne, tendono a conservare le foglie per più tempo (inquinamento a parte) rispetto ai loro fratelli di campagna.

Nell’immaginario collettivo poi esistono alberi che non perdono le foglie del tutto: i cosiddetti sempreverdi, tra cui spiccano le conifere. In realtà queste specie, così come le querce e gli arbusti mediterranei sempreverdi quali lecci, sughere, mirti, corbezzoli e filliree, perdono anch’essi le foglie, solo che ciò avviene  in maniera progressiva e con immediate sostituzioni attraverso nuove ricrescite. In questo modo i rami non rimarranno mai spogli. Piuttosto colpisce come mai tutte queste piante e le conifere, alberi risuonanti con le forze cosmiche di Saturno, si “rifiutino” di ingiallire. Con un’importante eccezione: il larice.

Questa bellissima conifera, infatti, non solo perde completamente i propri piccoli aghi, ma prima si ingiallisce in stupendi colori dorati, proprio come la maggior parte delle latifoglie.

Con ciò il larice sottolinea, così come tutto lo spettacolo del foliage così caro ai giapponesi, il mistero che si  cela dietro i colori opposti del verde e del rosso. In relazione a questo tanti miti ed anche la scienza dello spirito e prima ancora lo stesso Goethe ci raccontano dell’azione di Lucifero, che si manifesta nel rosso che si cela dietro al verde del mondo vegetale come “immagine morta della vita”.

Insomma anche nei colori del fogliame non tutto è ciò che appare e per arrivare ad una reale e profonda conoscenza di questo sarebbe necessario penetrare nell’essenza stessa dei colori ed elevare la trattazione nel campo della vita di sentimento (per chi volesse approfondire tale approccio consigliamo “L’essenza dei colori” di Rudolf Steiner).

Peraltro chi perde le foglie per primo è in alcuni casi (non sempre) anche tra i primi a metterle: è l’esempio del nocciolo, del sambuco o del salice, i cui amenti fioriscono già a fine febbraio inizio marzo.

Allo stesso modo al mare molte specie, pur alle stesse latitudini, fioriscono prima rispetto alle aree interne. Se a fine inverno passate dalla pianura padana al litorale della Liguria o della Toscana, questo fenomeno appare evidente, con le mimose già in fiore quando a Milano e dintorni le piante presentano solo rami nudi.

Se infine da una parte la forma stessa delle foglie, ed in particolare l’incisione dei bordi, può evidenziare in maniera palese l’azione della forze plasmatrici eteriche cosmiche (pensate ad esempio le forti rientranze delle foglie dei platani o degli aceri) anche la successione della caduta del fogliame può aiutarci a cogliere la presenza e gli effetti di tali forze.

Per esempio agli inizi di novembre osservando i pioppi, soprattutto quelli ibridi degli impianti industriali da legno, si può facilmente notare come essi siano ormai quasi del tutto spogli, tranne le foglie poste proprio più in alto, sulla sommità della chioma; là dove in realtà dovrebbero essere le prime a cadere, dato che con l’arrivo dell’inverno la linfa tende in parte a ritirarsi verso le radici.

Eppure queste sono invece le ultime a staccarsi, segno di come esistano appunto forze che “tirano” verso l’alto, in parziale opposizione alla stessa forza gravità.

Le stesse forze, tra l’altro, assieme all’effetto “pompa” svolto dalla luce solare, consentono alla linfa di salire sino agli oltre 110 metri di altezza delle sequoie, contro  tutte le leggi della fisica ed all’effetto di capillarità, considerato da molti studiosi il principale principio di salita della linfa negli alberi, ma che in realtà potrebbe agire verso l’alto solo per pochi metri.

Tratto da “Albios”

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