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Circa 2000 anni fa il Cristo si è incarnato nel corpo fisico dell’Uomo, portando il Divino direttamente nell’Umanità e nella sua storia intervenendo “dal basso”, ovvero attraverso un uomo, Gesù di Nazareth, e facendo così rientrare l’Umanità tutta nei Disegni Evolutivi originariamente previsti dal Padre, ovvero elevarla a Decima Gerarchia, potatrice della qualità della Libertà nell’Amore.

In tal modo però, anche l’Uomo è entrato nel Cristo, ovvero in un certo senso il Divino è stato umanizzato.

Un sacra e misteriosa contaminazione reciproca che ha legato ancor più e in maniera indissolubile il Creatore alla Creatura e viceversa. Il Principio Ordinatore, il Cristo, con ciò che doveva essere “ordinato”. In tal senso tutti gli uomini sono stati “ordinati” e da ciò già si può cogliere parte del senso della frase di Giovanni nel Libro dello Svelamento (meglio conosciuto come l’Apocalisse) in cui, nella Gerusalemme celeste (discesa sulla Terra) non vi saranno più chiese e tutti gli uomini saranno “re e sacerdoti” di sé stessi. Ogni cristiano vero, cioè colui che cerca umilmente di divenire cosciente del Mistero, ha ricevuto dunque “l’ordine”, diventando quindi anche sacerdote.

Da notare che anche adesso la Chiesa cristiana consente al credente laico, in condizioni eccezionali quali il punto di morte, di svolgere funzioni proprie del sacerdote, come dare il battesimo o l’estrema unzione. E viene spontaneo chiedersi come mai allora, se una persona in certi momenti ha le facoltà per amministrare questi sacramenti, in condizioni normali non possa farlo.

L’etimologia della parola “ordine” deriva dal latino ordo e significherebbe “modo di andare, di procedere”. Inoltre ordinare significa anche disporre le cose in una certa relazione tra loro e soprattutto in una certa posizione (e quindi qui entrano anche i concetti di spazio e di tempo). Dall’indagine spirituale sappiamo poi che la prima condizione per poter ricevere il Cristo e la sua azione salvifica e terapeutica è proprio quella di mettere ordine, a cominciare da sé stessi. In tal senso si comprendono anche meglio l’importanza e il significato funzionale del sacramento della Riconciliazione (una volta chiamata Confessione), prima di potersi avvicinare a quello dell’Eucarestia.

Il Cristo di tutti i Cristi, ovvero colui che si è incarnato nel Gesù, è il Principio Ordinatore di tutti i sistemi evolutivi e quindi essere “ordinati” da Lui significa innanzitutto disporre tutto il nostro essere (tutti i nostri corpi e il nostro Sé superiore) in risonanza con Lui. Da qui le infinite possibilità che si aprono all’uomo, tanto che lo stesso Gesù, che pure guariva gli infermi e risuscitava i morti, arrivò a dire “In verità, in verità vi dico: anche chi crede in me, compirà le opere che io compio e ne farà di più grandi…” (Giov.14-17).

Tuttavia se Dio ha subito riconosciuto l’Uomo come parte di sé, ben più lungo è il processo attraverso il quale l’Uomo deve arrivare a riconoscere il Dio in lui. E’ il doloroso paradosso e il faticoso lavoro che ci accompagna durante la vita su questa Terra: riconoscere la nostra origine e la nostra missione. Risvegliarci (come ci sollecitano a fare praticamente tutte le religioni e le scuole misteriche del mondo) per superare l’inganno della materia (la maya) e scoprire la nostra vera natura, ovvero la nostra origine. Che non è quella di esseri materiali che fanno o ricercano un’esperienza spirituale, bensì quella di esseri spirituali che stanno vivendo una transitoria esperienza nella densità della materia.

Una delle infinite vie per avviare tale processo potrebbe essere quella di cercare “l’impronta del Cristo” in sé stessi. Ogni essere umano ha infatti in sé una sorta di Sacra Sindone, dove il viso ma soprattutto il cuore dell’Uomo-Dio e del Dio-Uomo sono sovrapposti. E’ la rivisitazione in chiave moderna del mito del Graal, in cui la coppa dell’anima (il cuore umano) si apre per accogliere il vino dello Spirito (il Sangue dell’Agnello). Ma dove la coppa è anche contenuto (lo Spirito-Sangue) e viceversa.

Insomma ancora una volta “così in alto così in basso”.

E ci piace vedere questa doppia contaminazione tra l’Uomo e Dio che passa dal cuore e dalla mente di entrambi nell’immagine del giovane Giovanni che appoggia il capo sul cuore del Maestro durante l’ultima cena cogliendone i sentimenti e i battiti, proprio come il Dio-Uomo potè cogliere in quell’attimo i pensieri e le aspirazioni di quel giovane uomo, emblema della nascente nuova umanità he sarebbe sorta con il sacrificio del Golgota.

Forse proprio in quello spontaneo gesto d’amore si cela il vero significato profondo della Sacra Sindone: l’impronta che rese visibile agli uomini il viso del Dio-Uomo, ma anche l’impronta che l’Uomo lasciò nel cuore rinnovato del suo Dio! Poiché viene anche da pensare che non sia presunzione credere che questa esperienza dell’incarnazione nella materia umana apportò rinnovate facoltà (non nuove, ma appunto mutate) nel Cristo stesso.

E anche in ciò si può intendere la natura del Risorto.

Cristo ha poi riconosciuto subito il divino nell’Uomo in quanto vi ha trovato i “segni” della presenza del Padre, la sua “immagine e somiglianza”. Quindi ha visto ciò che l’Uomo stesso fatica a vedere e a riconoscere, anche in sé stesso. In tal senso il Cristo conosce la nostra essenza nella sua completezza e assai più di noi stessi.

Il riconoscimento e la “rivitalizzazione” di questa Essenza/matrice divina è ciò che ha consentito al Redentore di fermare la caduta nella materia dell’Uomo, di riscattarlo, invertire la rotta creando così un nuovo archetipo umano. “Nuovo” nel senso di Risorto dalla sua stessa morte, ma dopo averla conosciuta e attraversata e, nel caso del Gesù Cristo, averla anche vinta e riscattata per tutto il resto dell’Umanità (“Dov’è, o morte, la tua vittoria? Dov’è, o morte, il tuo pungiglione?” 1 Cor.).

Senza questo Germe divino lo stesso Risorto non avrebbe avuto nulla a cui “appigliarsi” per liberare l’Uomo.

Possiamo anche osare dire che cominciare a riconoscere consapevolmente e quindi “attivare” questo Germe divino in noi sia il primo passaggio per passare da una condizione per quanto elevata di risvegliati-resuscitati (come Lazzaro o il figlio della vedova) a quella di risorti, ovvero di portatori consapevoli del Corpo incorruttibile, il Corpo di Luce, nonchè il Corpo glorioso della Chiesa cattolica.

E se essere risuscitati significa tornare alla vita ma con le caratteristiche precedenti alla morte, per quanto con una diversa consapevolezza, risorgere significa invece ritornare alla vita come esseri completamente nuovi. Ciò potrà avvenire solo attraverso l’incontro con il Cristo e quindi non necessariamente aspettando l’ultimo giorno.

Armando Gariboldi           

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