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(da oo 59 – 4a conferenza) Berlino, 17 febbraio 1910

 

Nella conferenza “Cos’è la mistica?”1 ho parlato di quella forma particolare di approfondimento mistico che cominciò nel medioevo con Meister Eckart e durò sino ad Angelus Silesius. Abbiamo caratterizzato questa forma di misticismo col dire che il mistico si sforza di rendersi indipendente da tutte le esperienze che il mondo esteriore suscita in lui e di pervenire a quella diversa forma di esperienza mercé la quale egli viene a conoscere che, se l’uomo spegne in sé tutto ciò che deriva dai fatti quotidiani della vita e l’anima si ritrae, per così dire, in sé stessa, ivi essa trova ancora un mondo.

Questo mondo vive sempre nell’anima, ma di solito è come soffocato dall’azione abitualmente così forte e potente degli avvenimenti esteriori e perciò appare solo come una debole luce, così debole che molti non se ne accorgono neppure. E’ per questa ragione che il mistico chiama a tutta prima questo mondo interiore dell’anima col nome di piccola favilla.

Egli sa che questa piccola, debole favilla può essere animata a fiamma potente che illuminerà le sorgenti e le basi della vita, a fiamma cioè che per la via dell’anima, guiderà l’uomo alla conoscenza della propria origine, e questo può ben chiamarsi alla conoscenza di Dio. Nella stessa conferenza abbiamo anche veduto che i mistici del Medioevo partissero a tutta prima dal presupposto che questa luce, così come si forma in noi, dovesse poi crescere da sé stessa. In opposizione a tale loro credenza abbiamo l’attuale indagine spirituale che mira invece allo sviluppo di queste forze animiche interiori, al loro sviluppo cosciente fondato sulla volontà, che per tal modo perviene a forme superiori di conoscenza: immaginativa, ispirata, intuitiva.

L’approfondimento mistico del Medioevo ci appare perciò come il punto di partenza della vera indagine spirituale superiore, che cerca bensì dapprima lo Spirito per mano dello sviluppo interiore, ma che per il carattere stesso del suo procedimento, esce quindi dall’interiorità e arriva a ciò che sta alla base di tutte le manifestazioni e di tutti i fatti, compresa la nostra anima, quale sorgente e fondamento dell’esistenza. Questo misticismo medievale appare quindi come una specie di avviamento alla vera indagine spirituale.

Chi sia capace di approfondirsi nel fervore di un Meister Eckart, di riconoscere quale immensa forza di conoscenza spirituale 1 oo 59 conf. 10 febbraio 1910 2 sia stata generata dalla concentrazione mistica di Giovanni Tauler, chi sia capace di vedere quanto profondamente Valentino Weigel e Iacopo Böhme si siano addentrati nei misteri dell’esistenza, per mezzo di questa concentrazione mistica che essi poi tuttavia superarono, chi sia in grado di capire l’elevatezza raggiunta da Angelo Silesius, quello che egli poté darci come comprensione luminosa delle grandi leggi dell’ordinamento spirituale nel mondo, chi è capace di sentire l’affascinante, calda bellezza delle sue parole intorno ai misteri del mondo; chi riconosca tutto questo, misurerà quale forza, per l’approfondimento della natura umana, risieda in questo misticismo medievale e quale immenso aiuto esso possa dare a chi vuol ora percorrere le vie all’indagine spirituale.

Così se teniamo conto di quanto fu detto in quella conferenza, il misticismo medievale ci apparirà come una grande, meravigliosa preparazione all’indagine occulta. E come potrebbe del resto essere diversamente? Cosa vuole chi lavora nell’ambito della Scienza spirituale se non portare a pieno sviluppo, per mezzo delle sue proprie forze interiori, la piccola favilla di cui il mistico parla? Egli si distingue dai mistici solo per il fatto che questi credevano di potersi abbandonare con quieto animo alla piccola luminosa favilla, affinché questa, da sé, cominciasse ad ardere e splendere con magnificenza sempre maggiore, mentre chi va per il cammino della Scienza spirituale sa di dover rivolgere all’accrescimento di questa favilla tutte le capacità e le forze che la saggezza del mondo ha poste nella sua volontà.

Mentre lo stato d’animo mistico costituisce una buona preparazione per l’indagine spirituale, possiamo dire che un avviamento, un primo passo verso l’approfondimento mistico quale appare nel medioevo, è dato da quella attività animica di cui dobbiamo occuparci un po’ dettagliatamente e alla quale solo si può, nel vero senso della parola, dare il nome di preghiera.

Attraverso l’evoluzione spirituale di questi ultimi secoli, la natura della preghiera è stata fraintesa nei modi più diversi dalle varie correnti spirituali, e perciò oggi non è facile pervenire alla sua vera essenza. Se consideriamo che a tutta l’evoluzione spirituale di questi ultimi secoli, andò congiunto un prevalere di correnti spirituali essenzialmente egoistiche, le quali hanno largamente dilagato, non ci sembrerà più singolare che anche la preghiera sia stata tratta nell’orbita dei desideri e delle brame egoistiche degli uomini.

Si può ben dire che nulla quanto l’essere pervasi da una qualsiasi forma di egoismo, induce a fraintendere la preghiera. Noi ci accingeremo ad esaminare in modo del tutto indipendente da qualunque corrente o tendenza, movendo cioè unicamente dalle premesse della Scienza dello Spirito. A chi voglia conoscere la preghiera – lo dico come un chiarimento preliminare – si potrà osservare che, mentre il mistico presuppone di trovare 3 nell’anima sua la piccola favilla che, mercé la concentrazione mistica crescerà sempre più in ardore e splendore, chi prega vuole invece soltanto generarla, suscitare quella speciale vita nell’anima.

E la preghiera, qualunque siano le premesse da cui muove, manifesta la sua efficacia appunto nel suscitare l’impulso ad accendere la piccola favilla del mistico, o a ritrovarla se essa già vi splendeva nascosta. Ma se vogliamo esaminare il bisogno umano di preghiera, e la vera natura della preghiera, dobbiamo prima trattare di una caratteristica della profondità dell’anima umana, di questa anima umana la quale in una delle precedenti conferenze abbiamo detto che ben le conviene il detto del greco Eraclito: “Tu non troverai giammai i confini dell’anima, neppure se percorri tutte le vie, tanto è grande ciò che essa racchiude nei suoi misteri”. E anche se chi prega non aspira dapprima a ricercare i misteri della propria anima, si può tuttavia affermare che, attraverso a quegli intimi stati d’animo che possono venir suscitati dalla preghiera stessa, anche l’uomo più semplice intravvedere qualche barlume della vastità immensa della vita animica.

Ora dobbiamo afferrare nel modo seguente lo sviluppo dell’anima quale vive in noi e che determina i nostri progressi. Dobbiamo renderci conto che l’anima è in vivente evoluzione, che essa non solo proviene dal passato e procede verso l’avvenire, ma che in ogni istante della sua vita ha in sé qualcosa del passato e che, in un certo senso, anche qualcosa dell’avvenire. In quel momento cui diamo il nome di presente, penetrano entro la vita animica delle influenze del passato e delle influenze che ci muovono incontro dall’avvenire.

Chi si addentra nella vita dell’anima, potrà veramente scoprire che nell’anima umana si incontrano di continuo due correnti: una proveniente dal passato e l’altra movente dall’avvenire. Può essere che per altri campi della vita, parlare di un muoversi incontro di avvenimenti futuri venga considerata come fantasticheria o vaneggiamento. Infatti, per quanto sia banale, è facile sostenere che gli avvenimenti futuri non esistono ancora e che non si può quindi affermare che quello che succederà domani ci “muove incontro” mentre si può ben sostenere che gli avvenimenti del passato prolungano i loro effetti fin nel tempo presente. E’ naturalmente molto facile addurre prova su prova per l’ultimo termine di questo giudizio.

Chi vorrebbe negare che la nostra vita di oggi è il risultato della nostra vita di ieri? E che oggi ci troviamo sotto gli effetti della nostra diligenza o negligenza dei giorni passati? Nessuno negherà l’influenza del passato sulla vita animica. Ma altrettanto poco dovremmo negare l’azione degli avvenimenti futuri, poiché anche di essi noi vediamo l’azione che esercitano nell’anima. O forse non esiste la paura di qualcosa che attendiamo per il giorno appresso, la paura di qualche cosa che ci può accadere? E non sono questi dei sentimenti 4 che vanno incontro all’avvenire, benché esso ci sia ancora ignoto? Sempre, quando l’anima si spaventa e teme, essa dimostra con la realtà dei suoi sentimenti e delle sue sensazioni di non tener conto soltanto degli effetti del passato, ma anche in modo assai vivo di ciò che le muove incontro dall’avvenire. Questi sono semplici accenni.

Chi voglia approfondire la vita dell’anima, vi troverà molte cose che contraddicono forse alle astrazioni intellettuali di chi dice che le cose future non esistono ancora e non possono perciò esercitare alcuna influenza, ma che appaiono nella loro vivente realtà ad un’indagine diretta. Nella nostra anima si incontrano due correnti provenienti l’una dal passato e l’altra dall’avvenire e vi formano – chi lo può negare se veramente si osserva sé stessi? – come un vortice, analogo a quelli che si producono nel mondo fisico per l’incontro di due correnti. Se consideriamo più attentamente ciò che dal passato vive entro la nostra anima, dovremo dire che le impressioni sperimentate in passato sono ciò che l’hanno formato.

Siamo diventati quali oggi siamo, a seconda dell’uso da noi fatto delle esperienze del passato, e portiamo nella nostra anima l’eredità, il frutto delle azioni, dei sentimenti e dei pensieri trascorsi. Noi siamo quali siamo divenuti! Se dal nostro punto di vista attuale, guardiamo alle nostre esperienze passate, specie a quelle alla cui realizzazione e valorizzazione per la nostra anima abbiamo partecipato noi stessi, se lasciamo dunque la nostra memoria spaziare nel passato, spesso rientrando in noi formuleremo questo giudizio: “Ora siamo arrivati ad un dato punto, e da questo punto abbiamo la possibilità di disapprovare delle cose che si sono svolte per opera nostra in passato; siamo mutati tanto da trovarci in disaccordo con azioni del nostro passato, forse anche di vergognarcene”.

Se poniamo così il nostro modo di essere presente, accanto alle azioni del nostro passato potrà assalirci il sentimento che c’è in noi qualcosa di infinitamente più ricco, infinitamente più importante di quello che noi stessi abbiamo realizzato mediante la nostra volontà, la nostra coscienza, le nostre forze individuali. Se non ci fosse in noi qualche cosa di superiore a quello che abbiamo fatto di noi, non potremmo da noi stessi biasimarci e neppure potremmo conoscerci. Dobbiamo dire che in noi vive qualche cosa di superiore a ciò cui finora abbiamo attinto.

Se trasformiamo questo giudizio in sentimento, guarderemo a quello che ci è noto, e che possiamo osservare nelle azioni e nelle esperienze del nostro passato, il quale per quanto ne conceda il ricordo, si offre chiaro ai nostri occhi. Potremo paragonare tutto questo che ci è palese con qualche cosa di più grande, qualcosa che vuole farsi strada nell’anima e che ci induce a salire al di sopra di noi stessi e a giudicarci dal punto di vista del presente. In breve, guardando alla corrente che pene- 5 tra nella nostra anima dal passato, noi ci faremo un concetto di qualche cosa di più grande entro di noi stessi.

E questa idea di qualcosa di più grande entro di noi è, in fondo, il primo bagliore dell’intimo sentimento di Dio nell’anima, il sentimento dell’esistenza in noi di qualcosa di più grande di quello che dipende dal nostro arbitrio.

Così noi guardiamo a ciò che, oltre i confini del nostro Io strettamente limitato, ci conduce ad un IO divinospirituale. Questo è quanto risulta da una contemplazione del passato trasformata in sentimento. E come risuona, trasformato in sentimento, ciò che possiamo chiamare il fluire nell’anima della corrente dell’avvenire? Ancora più chiara ed essenziale ci giunge la sua voce. Mentre nel guardare agli avvenimenti del passato, il nostro sentimento si esprime in un giudizio di biasimo e forse d pentimento e di vergogna, di fronte all’avvenire troviamo subito in noi dei sentimenti di sgomento e di paura, di speranza e di gioia. Ma la corrente degli avvenimenti corrispondenti a questo suo sentire, non esiste ancora per l’uomo, egli ancora non li conosce.

E’ quindi ancor più facile che non nel primo caso, di trasformare il concetto, l’idea in sentimento, perché questa trasformazione viene compiuta dall’anima stessa. Poiché rispetto all’avvenire l’anima ci dà soltanto i sentimenti che realmente essa prova, questi sentimenti e queste sensazioni sono come qualcosa che nasce da un’ignota corrente alla quale noi attribuiamo di poter agire in modi diversi su di noi, di poterci apportare tale o tal altra cosa. Se ora trasformiamo nel sentimento adeguato ciò che così ci muove incontro dall’oscuro grembo dell’avvenire e sentiamo come fluisca nella nostra anima e come si comportino di fronte ad essa i nostri sentimenti, constateremo che l’anima perpetuamente si riaccende al contatto degli avvenimenti dell’avvenire.

Sentiamo allora meglio che mai come la nostra anima possa divenire più ricca, più comprensiva di quanto essa attualmente sia, sentiamo fin d’ora che essa abbraccerà in avvenire un contenuto infinitamente più ricco e possente. Sentiamo già un’affinità con quello che ci muove incontro dall’avvenire, dobbiamo sentire questa affinità.

Dobbiamo sentire la nostra anima capace di accogliere tutto ciò che l’avvenire ancora le potrà dare. Se consideriamo in tal modo il passato e l’avvenire nel loro confluire nel presente, vedremo la vita dell’anima crescere presaga, oltre sé stessa. Comprenderemo che quando, volgendo lo sguardo al passato, l’anima acquista coscienza di quella forza che agisce in lei ed alla cui altezza non è ancora giunta, essa può sviluppare un certo atteggiamento fondamentale di fronte al frutto del passato.

Quando, sia nel giudizio che fa di sé stessa, sia nel pentimento e la vergogna, l’anima sente penetrare in sé ciò che vi è di poderoso nella corrente del passato, in essa si genera ciò 6 che potremmo chiamare senso di devozione di fronte al Divino. Questa devozione di fronte al Divino, che ci guarda dal passato e che possiamo immaginare come qualcosa che agisce su di noi, ma alla cui altezza non arriviamo con la nostra coscienza, questa devozione genera uno degli stati d’animo della preghiera, perché ne esistono due, genera lo stato d’animo che possiamo indicare come quello che conduce alla comunione con Dio.

Che cosa potrà chiedere l’anima quando, tranquilla e raccolta, si abbandona a tali sentimenti rispetto al passato? Potrà chiedere che quella forza potente che essa non ha adoperato, che non ha compenetrato col suo Io, prenda dimora in lei. L’anima potrà dirsi: “Se questa forza più potente fosse stata in me, io sarei oggi diversa.

Questa forza non ha vissuto in me, non è stata presente in me. Questa forza divina il cui essere io sento, non appartiene alla mia vita inferiore, perciò io non ho formato me stessa così da potermi oggi interamente approvare”. Quando l’uomo sente così, lo assale uno stato d’animo che lo induce a chiedere: “Come posso far sì che in me penetri ciò che visse in tutte le mie azioni e le mie vicende, ma che mi è tuttavia ignoto? Come posso trarre in me questo ignoto, questa forza che il mio Io non abbracciò?”. Quando tale stato d’animo vive nell’anima, sia per mezzo di un sentimento, di una parola o di un’idea, abbiamo la preghiera che si riferisce al passato. Cerchiamo così di avvicinarci devotamente alla divinità per una delle due vie. Di fronte a ciò che abbiamo potuto caratterizzare come un risplendere del divino verso di noi, dall’ignoto avvenire esiste un altro stato d’animo. E se lo vogliamo paragonare con quello che abbiamo spiegato ora, domandiamoci ancora una volta: “Cos’è che genera lo stato d’animo della preghiera rispetto al passato?”. E’ il fatto di essere rimasti imperfetti, benché possiamo sentire che in noi risplende qualche cosa di divino, il fatto di non aver sviluppato tutte le attitudini, tutte le forze che da questo divino potevano fluire, i difetti che ci rendono inferiori a ciò che splende di divino in noi: tutto questo ci guida all’atteggiamento della preghiera di fronte al passato.

Cos’è che ci rende analogamente manchevoli in rapporto alla corrente invece dell’avvenire? Cos’è che, muovendo dall’avvenire, intralcia la nostra evoluzione, la nostra ascesa verso la spiritualità? Basta pensare che la nostra anima è consumata appunto dai sentimenti e dalle sensazioni già ricordate: il timore, la paura di fronte all’ignoto dell’avvenire.

Ma c’è forse qualche cosa che possa fluire nell’anima come forza di sicurezza di fronte a questo avvenire? Sì! La possibilità di questa forza di sicurezza esiste. Essa però agirà convenientemente in noi soltanto se si manifesterà, essa pure, quale stato d’animo della preghiera. E’ quello che possiamo chiamare sentimento di fiducioso abbandono rispetto a quanto penetra nella nostra 7 anima dal grembo oscuro dell’avvenire. Cerchiamo di non fraintendere: noi non inneggiamo a quello cui qua e là può venir dato il nome di “dedizione”, ma ne caratterizziamo una particolare forma e cioè il fiducioso abbandono di fronte a quello che ci può recare l’avvenire.

Chi guarda con timore e paura a quello che l’avvenire ci può arrecare, impedisce la propria evoluzione, ostacola il libero svolgimento delle forze della propria anima. Nulla effettivamente è tanto dannoso alla libera espansione delle forze dell’anima, quanto la paura e il timore di fronte a quell’ignoto che ci muove incontro dalla corrente dell’avvenire. E soltanto l’esperienza può essere giudice di quello che un fiducioso abbandono rispetto all’avvenire ci può recare. Cos’è questo abbandono di fronte ai fatti del futuro? Nella sua forma ideale sarebbe quell’atteggiamento dell’anima per cui essa possa sempre dire a sé stessa: “Qualunque cosa avvenga, qualunque cosa mi rechi l’ora e il giorno futuri, ciò mi è del tutto ignoto, né lo posso mutare con l’angoscia e la paura. Aspetto dunque con la massima calma, con assoluta quiete di anima”.

E l’esperienza che risulta da un tale senso di fiducioso abbandono di fronte ai fatti del futuro, fa sì che un uomo capace di andare incontro all’avvenire con assoluta calma interiore, mantenendo però integra la propria energia e la propria forza d’azione, sarà in grado di sviluppare le forze della sua anima nel modo più intenso, nel modo più libero. E’ quasi come se un ostacolo dopo l’altro cadesse dall’anima a misura che questa assume l’atteggiamento che abbiamo caratterizzato come fiducioso abbandono di fronte agli avvenimenti che ci vengono incontro dall’avvenire, dal futuro. Questo sentimento, questo atteggiamento di fiducioso abbandono non può essere conquistato dall’anima mercé una decisione arbitraria, una risoluzione tratta dal nulla.

Essa è il risultato di ciò che può venir chiamato l’altro atteggiamento della preghiera, quello che si volge all’avvenire e al corso degli eventi che esso reca e che sono compenetrati di saggezza. L’abbandono a ciò che si chiama “la divina saggezza negli avvenimenti”: destare nei nostri pensieri, nei nostri sentimenti e negli impulsi dell’anima la certezza che ciò che verrà, deve venire e che in un senso o nell’altro, porterà bene; suscitare questo atteggiamento interiore nell’anima ed applicarlo nelle parole, nei sentimenti, nelle idee, costituisce la seconda forma dello stato d’animo di preghiera, quello della preghiera di fiducioso abbandono.

Gli impulsi della preghiera devono essere attinti a questi atteggiamenti dell’anima. Perché gli stimoli ci sono dati dall’anima stessa e, in fondo, lo stato d’animo della preghiera si manifesta in ogni anima che si elevi, anche solo un poco, al di sopra dell’immediato presente. Si potrebbe dire che lo stato d’animo della preghiera è l’innalzarsi dell’anima dall’effimero presente a 8 quell’eterno che abbraccia passato, presente, avvenire. Ed è perché questo guardare e questo vivere oltre l’attimo presente è tanto necessario all’uomo, un Goethe fa esclamare a Faust la grande e significativa espressione: S’avvien ch’io dica all’attimo fuggente: Fermati, sei bello!2 (e cioè: se io potessi un giorno limitarmi a vivere solo nel mondo presente) Cingimi di catene, allor ch’io muoia! Potremo anche dire che Faust implora lo stato d’animo della preghiera per sfuggire al vincolo del suo compagno, ai vincoli di Mefistofele.

Da una parte lo stato d’animo della preghiera ci guida dunque alla visione del nostro Io limitato che ha lavorato dal passato fino ad oggi, fino al presente e che se chiaramente osservato ci mostra che in noi vi è infinitamente più di quanto abbiamo finora elaborato; e da un’altra parte la preghiera si volge verso l’avvenire e ci mostra come dal suo ignoto grembo possa riversarsi nell’Io infinitamente più di quanto esso abbia accolto fino al momento presente. Ogni preghiera appartiene a uno di questi stati d’animo.

Se così la comprendiamo, troveremo in essa quella forza che ci eleva oltre noi stessi. Perché cos’è allora la preghiera se non l’accendersi in noi di quella forza che vuol superare quello che il nostro Io è stato in un dato momento! E appena l’Io viene afferrato dall’aspirazione a superare sé medesimo, in lui già vive forza di evoluzione. Quando dal passato apprendiamo che in noi è contenuto più di quanto fino ad ora abbiamo elaborato, la nostra preghiera è un grido verso il divino: “Voglia esso discendere in noi, voglia colmarci della sua presenza”. Se siamo giunti a questa conoscenza attraverso il nostro sentire, la preghiera diviene causa di una ulteriore evoluzione in noi e possiamo allora porla tra le forze di sviluppo del nostro proprio Io.

E lo stesso è dello stato d’anima della preghiera che proviene dall’avvenire. Se viviamo in continua paura e timore di ciò che l’avvenire può arrecarci, a noi manca la rassegnazione che fluiva da quella preghiera che mandiamo incontro ai nostri destini futuri, destini come abbiamo detto decretati dalla saggezza del mondo.

Se ci opponiamo ad uno stato d’animo di fiducioso abbandono, questo agisce su di noi diversamente che se mandiamo incontro all’avvenire dei sentimenti di timore e paura. La nostra evoluzione viene ostacolata da questi; con le onde del timore e della paura noi respingiamo quello 2 Goethe – Faust I versi 1699-1702 9 che dall’avvenire vuole penetrare nella nostra anima. Ma se ci avviciniamo in feconda speranza, se vi muoviamo incontro con sentimenti di devoto abbandono, vediamo che la rassegnazione che apparentemente diminuisce l’uomo, è invece una forza potente che ci porta incontro all’avvenire, in modo che esso può arricchire il contenuto della nostra anima e portare la nostra evoluzione a sempre nuovi progressi.

Abbiamo così afferrato la preghiera come una forza attiva in noi, come una causa che genera degli effetti immediati e cioè l’accrescimento e lo sviluppo del nostro Io. Così veduta non occorre più che ci attendiamo da essa particolari effetti esteriori, ma sappiamo che con la preghiera stessa abbiamo accolto in noi qualcosa che possiamo chiamare forza di luce e di calore. Forza di luce, perché rendiamo la nostra anima libera rispetto a ciò che le muove incontro dall’avvenire, e atta ad accogliere quello che può sorgere dal suo oscuro grembo; forza di calore perché possiamo dire: nel passato abbiamo, è vero, trascurato di dare pieno sviluppo al divino in noi, ma ora ce ne siamo compenetrati nei nostri sentimenti ed esso può agire sul nostro Io.

Lo stato d’animo della preghiera che deriva dal sentimento del passato, genera quel calore interiore dell’anima del quale ben sanno parlare tutti quelli che sono capaci di sentire la preghiera nella sua realtà. La sua forza datrice di luce si rivela a tutti coloro cui è noto il senso di fiducioso abbandono. Se consideriamo la natura della preghiera da questo punto di vista, non ci farà meraviglia che appunto i grandi mistici abbiano in essa trovato la migliore preparazione per ciò che essi ricercavano attraverso l’approfondimento mistico.

Mediante la preghiera essi portavano per così dire la loro anima fino a quel punto dal quale erano poi in grado di far risplendere la “prima favilla” caratterizzata più sopra. Appunto attraverso la consapevolezza del passato possiamo giungere a comprendere quel profondo fervore, quella meravigliosa intimità della vita dell’anima che possono compenetrare l’uomo nella vera preghiera. Infatti quel vivere, quello sperimentare nel mondo esteriore che ci estrania a noi stessi, è anche ciò che nel passato ha ostacolato l’azione di quello che vi era di più potente in noi e cioè l’Io cosciente.

Noi siamo volti alle impressioni esteriori, ci smarriamo nella molteplicità della vita esteriore che ci divaga e non ci permette di raccoglierci. Ma questo appunto ha intralciato, ostacolato lo sviluppo della potente forza divina in noi. Ora però, mentre sviluppiamo tale stato d’animo di fervore, non ci sentiamo più in balia delle influenze perturbatrici del mondo esterno. Ed è questo che ci colma di beatitudine in quell’indicibile, meraviglioso calore dell’essere raccolti in noi.. E’ questo che può veramente venir definito un essere penetrati di intimo calore divino.

E come nel cosmo il calore che si manifestò fisica- 10 mente quale calore interno, compie la trasformazione da esseri inferiori la cui temperatura è uguale a quella dell’ambiente, ad esseri superiori; come questo calore fisico interiorizza materialmente l’essere, così il calore animico generato per mezzo della preghiera fa di un essere animico che si smarrisce nel mondo esteriore, un essere che si raccoglie in sé. Nella preghiera noi ci riscaldiamo nel sentimento del divino che è in noi; non solo ci riscaldiamo ma ci ritroviamo anche intimamente in noi stessi.

Se poi ci avviciniamo alle cose esteriori del mondo esteriore, in fondo esse ci appaiono sempre frammiste con quello che possiamo chiamare “l’oscuro grembo dell’avvenire”. Poiché chi guardi attentamente le cose, deve dirsi che tutto ciò a cui va incontro nel mondo esteriore racchiude qualche fattore di avvenire. E ovunque c’è, per così dire, qualcosa che ci respinge se possiamo sentir paura e timore di quello che potrà accadere. Il mondo esteriore si estende dinanzi a noi come un denso velo.

Ma se sviluppiamo il senso di fiducioso abbandono, lo stato d’animo di preghiera di fronte a quello che ci sovrasta dall’oscuro grembo dell’avvenire, potremo far l’esperienza di come sia possibile muovere incontro a tutti gli esseri del mondo esteriore con quel senso di sicurezza e di speranza che nasce appunto dal fiducioso abbandono.

Di fronte a tutte le cose potremo allora dire: “E’ la saggezza del mondo che da esse ci risplende incontro”. Mentre solitamente l’oscurità ci guarda da tutto ciò cui muoviamo incontro, e questa oscurità penetra nel nostro sentire, ora vediamo come mercé il senso del fiducioso abbandono sorga in noi la sensazione, il sentimento che in fondo soltanto attraverso ciò cui possiamo aspirare e che possiamo chiedere di più elevato, da tutte le cose la saggezza del mondo splenderà incontro a noi. Possiamo dire: “la speranza di una luce che irradi da tutto il mondo circostante è ciò che nasce dallo stato d’animo di fiducioso abbandono della preghiera”.

E come l’oscurità ci chiude in noi stessi, e anche giù nel mondo fisico affanno e isolamento ci avvolgono, quando ci troviamo in qualche luogo avvolti nell’oscurità notturna e la tenebra si stende intorno a noi, ma poi, quando torna il mattino e la luce appare, noi ci sentiamo come usciti fuori di noi, ma non in maniera da poterci smarrire, ma come se potessimo ora portare il volere migliore, le aspirazioni migliori della nostra anima fuori nel mondo esteriore; così mercé il calore della preghiera che ci concentra in noi, sentiamo di vincere quella dispersione nel mondo esteriore che ci rendeva estranei a noi stessi.

E quando il calore della preghiera evolve fino a quel sentimento di fiducioso abbandono di cui può essere pervasa, il calore della preghiera si accende a luce di preghiera. Allora usciamo di nuovo dalla nostra interiorità e sappiamo che, unendoci col mondo esteriore e volgendo lo sguardo su quanto ci circonda, non ci sentire- 11 mo più come sparpagliati nell’esteriorità e avulsi da noi stessi, ma sentiremo come il meglio della nostra anima sgorghi fuori da essa, e ci sentiremo uniti con quello che ci splende incontro dal mondo esteriore.

Queste due correnti della preghiera possono venir espresse in immagini meglio che in concetti. Così, ad esempio, se ci ricordiamo di quanto l’Antico testamento narra come la lotta potente che sconvolge e scuote l’anima di Giacobbe nella notte3, può apparirci come se noi stessi fossimo volti alla molteplicità delle cose del mondo nelle quali la nostra anima dapprima si smarrisce e che le impediscono di raccogliersi in sé stessa. Se l’aspirazione a ritrovarci in noi stessi tuttavia si desta, ne consegue la lotta dell’Io superiore contro l’Io inferiore.

Allora le ondate dei diversi stati d’animo si avvicendano e, appunto mercé lo stato d’animo della preghiera, noi progrediamo e infine giungerà il momento che nel racconto di Giacobbe viene descritto come l’acquietarsi della lotta interiore notturna, il chiarirsi e armonizzarsi della sua anima allorché il sole del mattino gli appare. Tale è veramente l’azione della vera preghiera entro l’anima umana. Così considerata, la preghiera è libera da ogni superstizione. E’ quello che sviluppa la parte migliore della nostra anima, che agisce come una forza immediata sull’anima. Considerata così, la preghiera è la preparazione all’approfondimento mistico, come l’approfondimento mistico è la preparazione a tutto ciò che possiamo chiamare indagine spirituale.

E la caratteristica che abbiamo dato della preghiera porterà già a spiegare quello che spesso abbiamo ripetuto, e cioè che noi accumuliamo errore sopra errore nella nostra anima quando crediamo di poter trovare il divino, trovare per così dire Dio limitandoci a recarlo misticamente in noi stessi.

Questo errore è però stato frequentemente ripetuto in seno al misticismo e ad altre correnti cristiane del Medioevo. Esse sono cadute in questo errore appunto perché nel Medioevo la preghiera cominciò a impregnarsi di egoismo, di quell’egoismo per cui l’anima dice a sé stessa: “Io voglio perfezionarmi e non pensare ad altro che al mio perfezionamento”. Se oggi ancora si insegna che distogliendo lo sguardo da tutto ciò che è esteriore, l’uomo troverà il Divino in sé, ciò non è in fondo che un’eco di quell’egoistica aspirazione alla sola perfezione interiore.

Abbiamo veduto che vi sono due correnti di preghiera: una riscalda la nostra anima e l’altra col senso di fiducioso abbandono ci conduce di nuovo fuori nel mondo, illuminandoci e guidandoci alla vera conoscenza. Chi considera in questa maniera lo stato d’animo della preghiera, vedrà presto che quel sapere che conquistiamo coi soliti mezzi intellettuale è, per certi riguardi, ste- 3 Gn 32,35 Giacobbe rimase solo e un uomo lottò con lui fino allo spuntare dell’aurora. 12 rile rispetto ad un diverso sapere.

Chi conosce lo stato d’animo della preghiera ben sa cosa sia questo ritirarsi dell’anima in sé, questo sottrarsi alla molteplicità delle cose esteriori che la distraggono, raccogliersi in sé e sperimentare quelle che possiamo chiamare piena concentrazione e intimità interiore, tenendo vivo il ricordo di ciò che è superiore al momento fuggevole, di ciò che penetra nell’anima del passato e dell’avvenire.

Chi conosce questo stato d’animo in cui tutto quanto abbiamo intorno si placa e calma, e l’anima è piena soltanto dei pensieri e dei sentimenti più belli di cui siamo capaci, e poi forse anche questi scompaiono alla fine e l’anima vive soltanto una sensazione fondamentale che va verso le due direzioni: verso Dio che si annuncia dal passato e Dio che si annuncia dall’avvenire; chi conosce questi stati d’animo e sa vivere con essi, sa anche che vi sono per l’anima di quei grandi momenti in cui essa dice: “Ho fatto astrazione dell’assennatezza che posso coscientemente acquistare con il mio pensiero, da quanto posso produrre con i miei sentimenti, da quegli ideali che posso abbracciare con la mia volontà, quale essa è divenuta fino ad oggi; ho allontanato tutto questo dalla mia anima; mi sono abbandonato ai miei pensieri e sentimenti più alti e infine ho allontanato anche questi e ho soltanto lasciato vivere in me la sensazione fondamentale prima caratterizzata”.

Chi ha sperimentato questo, sa altresì che, come i prodigi della natura si manifestano a noi se ad essi dirigiamo uno sguardo puro, così entro la nostra anima splendono a questo punto nuove sensazioni di cui prima non avevamo certezza. Sbocciano allora impulsi di volontà e ideali che prima ci erano ignoti, si risvegliano i germi più fecondi. Così la preghiera può, nel senso migliore della parola, darci una saggezza alla quale non potevamo ancora pervenire da noi, può darci la possibilità di un modo di sentire quale fino allora non sapevamo raggiungere.

E se proseguiamo in tale educazione di noi stessi mercé la preghiera, essa potrà anche darci una forza di volontà quale prima non avevamo mai saputo conquistare. Certamente, per suscitare tale stato d’animo di preghiera, devono vivere nella nostra anima i pensieri più grandi, i sentimenti e gli impulsi più belli di cui siamo capaci. E qui si può sempre richiamare a quelle preghiere che furono date all’umanità fin da antichissimi tempi e nei momenti più solenni.

Nel mio opuscolo “Il Padre Nostro” 4 trovate una descrizione di questa preghiera dalla quale risulta che veramente nelle sette implorazioni che lo compongono è contenuta una saggezza universale. In quell’opuscolo è detto che le sette implorazioni del Padre nostro possono soltanto essere capite da chi conosca le più profonde sorgenti dell’Universo; ma l’uomo semplice che pregando dice il Padre nostro non 4 oo 96 Il Padre nostro – 28 gennaio 1907 13 può discendere in tali profondità, né questo è necessario. Perché il Padre nostro potesse venir composto, era necessario che, attingendo ad una saggezza spirituale, venissero coniati in parole quelli che possono essere i profondissimi misteri cosmici e umani. E siccome ora il Padre nostro li contiene, essi agiscono nelle parole di questa preghiera, anche se si è ancora molto lontani dall’intenderne la sua profondità. Il segreto di una vera preghiera sta appunto in questo: che essa deve essere attinta alla saggezza universale.

E poiché a questa saggezza universale è attinta, essa esercita un’azione, anche se non la comprendiamo ancora. La potremo comprendere salendo i gradini superiori ai quali la preghiera e il misticismo servono di preparazione. La preghiera ci prepara al misticismo, il misticismo alla meditazione e alla concentrazione e da qui veniamo assunti al vero lavoro dell’indagine spirituale. Non è obiezione valevole quella di chi osserva che è pur necessario capire la preghiera che si dice, se si vuol che eserciti un effetto adeguato.

Non è così. Chi ha bisogno di comprendere la saggezza del fior, perché esso possa suscitare gioia nell’anima? Affinché il fiore esistesse, la saggezza è stata necessaria. Ma affinché noi ne godiamo non è a tutta prima necessario che la saggezza sia in noi. Per comporre la preghiera occorre la saggezza del mondo, ma dopo che esiste, affinché possa effondere nell’anima il calore e la luce prima caratterizzati, non occorre maggior saggezza di quella per accogliere la gioia che può dare un fiore.

Ma una preghiera che non fosse nata dalla saggezza universale non potrebbe avere tale forza.

La profondità di una preghiera si manifesta dal modo come agisce. Riguardo allo sviluppo dell’anima, sotto l’influenza della preghiera che in essa vive, si può sempre tornare a ripetere che ogni uomo, a qualunque altezza di sviluppo e a qualunque grado di evoluzione esso sia, può sempre ancora guadagnare, acquistare da una vera preghiera.

L’uomo più semplice e che forse nulla sa all’infuori della preghiera stessa, può lasciare che questa agisca sulla sua anima. Sarà la preghiera a suscitare le forze che lo eleveranno sempre più. Ma per quanto già si stia in alto, non si è mai esaurita una preghiera, perché questa potrà sempre elevare l’anima di un grado ancora.

E il Padre nostro è una preghiera che non soltanto può venir pregata, ma ne può anche suscitare lo stato d’animo mistico ed essere oggetto della meditazione e della concentrazione superiore. Lo stesso potrebbe dirsi di qualche altra preghiera.

E’ però vero che dal Medioevo in poi è sorto qualche cosa che può oggi intorbidare la preghiera e lo stato d’animo della preghiera ed è ciò che possiamo chiamare con il nome di egoismo. Quando, per mezzo della preghiera, l’uomo cerca soltanto di avventurarsi maggiormente in sé (come fu anche di alcuni mistici me- 14 dievali e come anche forse ancora oggidì quando egli non vuole servirsi dell’illuminazione che ne consegue per volgere lo sguardo anche verso il mondo esteriore), allora la preghiera si manifesta piuttosto nei suoi effetti come una forza che induce l’uomo a isolarsi dal mondo, a diventare come estraneo al mondo e lontano da esso.

Così fu per molti che coltivarono la preghiera nel senso di un falso ascetismo e aspirarono alla perfezione non soltanto nel senso della rosa che si adorna per far bello il giardino, ma anche per loro stessi, per trovare nell’anima la loro propria beatitudine. Chi cerca il divino nell’anima e con le forze così trovate non vuol poi anche uscir fuori nel mondo, sperimenterà che questo modo di fare porta in certo senso la sua vendetta. E in vari scritti, i cui autori conobbero soltanto uno degli stati d’animo della preghiera, quello che guida al solo interiore, e perfino nelle opere di Michele De Molinos, troverete delle singolari descrizioni di ogni sorta di passioni, impulsi, tentazioni, assalti e brame sfrenate che l’anima sperimenta appunto quando cerca la perfezione per mezzo della preghiera interiore, della completa dedizione a ciò che essa ritiene essere il suo Dio.

Quando l’uomo cerca Dio in modo unilaterale, quando vuol avvicinarsi al mondo spirituale in modo unilaterale, quando vuole sviluppare soltanto quello stato d’animo di preghiera che lo compenetri di calore interno e non l’altro che lo pervade di luce, esso dovrà sperimentare come l’altra parte si vendichi.

Se mi limito a guardare con rimorso e vergogna al passato e dico: “In me c’è qualcosa di più potente e che finora non si è manifestato nelle mie esperienze, ma di cui mi voglio compenetrare per diventare più perfetto” – questa tendenza verso il perfezionamento si manifesta bensì in certo senso.

Il resto però, quello che vi è nell’anima di imperfetto, si fa allora sentire come forza contraria; si scatena con tanta maggior violenza manifestandosi quale tentazione e passione. Ma quando, compenetrandosi di calore interiore e di divino fervore, l’anima trova veramente sé stessa e poi cerca Dio nelle opere nelle quali Egli si manifesta, quando aspira all’illuminazione, essa si accorgerà di uscire dalla propria interiorità, di allontanarsi dal piccolo Io egoistico.. Quello che ne risulterà è risanamento, acquietamento di tutte le passioni e le tempeste interiori.

Perciò il frammischiarsi di un elemento egoistico nello stato d’animo della preghiera, nell’approfondimento mistico e nella meditazione, è di così gran danno. Se vogliamo trovare il divino soltanto per possederlo nella nostra anima, il nostro egoismo è malsano; perdura fin nelle nostre più alte aspirazioni.

Ma allora questo stato d’animo egoistico reca con sé la sua vendetta. Possiamo risanare soltanto se, dopo aver trovato Dio nella nostra anima, con oblio di noi stessi effondiamo quanto ora possediamo, 15 nel mondo esteriore per mezzo dei nostri pensieri, dei nostri sentimenti, della nostra volontà e delle nostre azioni. Oggi – e su questo punto non dobbiamo mai stancarci di mettere gli uomini in guardia – si sente tanto spesso ripetere: tu non potrai trovare il Divino nel mondo esteriore, il Divino vive in te! Immergiti in te stesso e troverai Dio in te. (Una volta da un tale che amava lusingare l’uditorio ho persino sentito dire: non c’è bisogno di studiare e apprendere nulla intorno ai grandi misteri dell’universo, basta che guardiate in voi stessi e vi troverete Dio).

A tutto questo bisogna contrapporre un’osservazione che sola può condurre alla verità. Un pensatore del Medioevo ha espresso un giudizio adeguato riguardo a questo stato d’animo, il quale è giustificato soltanto se tenuto nei suoi limiti. Cerchiamo di essere chiari su questo punto: non sono le cose false ad essere le più dannose, perché ciò che è falso rivelerà ben presto il proprio errore. Le cose peggiori sono quelle che, entro certe premesse, sono vere, ma che usate con premesse inesatte, rappresentano invece qualcosa di assolutamente falso.

E sotto un determinato punto di vista è vero che dobbiamo ricercare il divino in noi. Ma appunto per quella parte di verità che questo fatto contiene, esso esercita un’azione tanto peggiore quando non sia trattenuto nei dovuti limiti. Un pensatore del Medio evo ha detto: “C’è qualcuno che volendo adoperare uno strumento del quale sa con certezza che si trova dentro la propria casa, andrebbe a cercarlo in ogni altro luogo fuori nel mondo? Sarebbe uno sciocco se facesse così. Ugualmente sciocco sarebbe chi facesse ricerca fuori nel mondo dello strumento atto a conseguire la conoscenza di Dio, giacché questa si trova nella nostra piccola casa, cioè nella nostra propria anima”.

Fate attenzione! Quel pensatore dice di cercare lo strumento nella propria anima, non già di cercarvi Dio. Dio viene cercato per mezzo dello strumento, e lo strumento non potrà essere trovato in alcun luogo fuori dall’anima. Bisogna cercarlo in essa per mezzo della vera preghiera, del vero approfondimento mistico, della meditazione, della concentrazione ai suoi vari gradini e con questo strumento accostarsi poi ai regni del mondo. Allora il divino si potrà rintracciare in ogni luogo, perché quando si possegga lo strumento adatto a trovarlo, esso si manifesta in tutti i regni del mondo e su tutti i gradini dell’esistenza.

Dobbiamo dunque cercare in noi lo strumento adatto e allora troverete Iddio in ogni cosa. Considerazioni del genere di questa nella natura della preghiera non piacciono molto oggidì. Da una parte si sente per esempio dire: “Che cosa potrebbe mai mutare la preghiera nel corso del mondo, quando noi chiediamo tale o tal altra cosa? Il corso del mondo si svolge secondo leggi necessarie che noi non possiamo mutare!”. Chi vuole realmente conoscere una forza deve cercarla là dove essa 16 è. Abbiamo oggi cercato la forza della preghiera entro l’anima umana e abbiamo trovato che la preghiera promuove il progresso dell’anima.

E chi sa che ciò che agisce nel mondo è lo Spirito, e non lo spirito fantastico, astratto, ma lo Spirito concreto, e sa che l’anima umana appartiene al Regno dello Spirito; saprà anche che nel mondo non agiscono solamente delle forze materiali dipendenti da leggi esteriormente necessarie, ma che tutte le forze e le Entità spirituali agiscono nel mondo, anche quando la loro azione non è visibile all’occhio esteriore, né accessibile alla scienza esteriore. Rinvigoriamo la vita spirituale per mezzo della preghiera e poi attendiamo i risultati.

Questi si manifesteranno sicuramente. Ma soltanto chi avrà prima riconosciuto la forza della preghiera come una realtà, ne riceverà giustamente gli effetti nel mondo esteriore. Costui tenti il seguente esperimento: dopo che per dieci anni della sua vita egli avrà disprezzato la forza della preghiera, getti lo sguardo sui dieci anni così trascorsi e poi guardi a un altro periodo di dieci anni in cui egli ne abbia invece riconosciuto la forza e paragoni i due decenni. Egli vedrà come il corso della sua vita sia cambiato sotto l’influenza di quella forza che egli avrà effusa nell’anima mediante la preghiera.

E’ facile negare le forze senza aver fatto nulla per suscitarne gli effetti. Come avrebbe il diritto di negare l’efficacia della preghiera chi non avesse mai tentato di farla agire su di sé? O si crede forse che ne conosca la forza rischiaratrice chi non l’ha mai sviluppata, né vi si è mai avvicinato? Una forza che deve agire per l’anima e per mezzo dell’anima si impara a conoscerla soltanto con lo sperimentarla e con l’adoperarla. I tempi nostri (permettetemi questa confessione) pur se osservati in modo scevro da pregiudizi, non appaiono ancora maturi per un più approfondito esame degli effetti della preghiera, perché non sono stati ancora radunati gli elementi necessari alla comprensione della preghiera di una comunità, alla comprensione cioè di come avvenga che la somma di quelle forze che risultano da una comunità orante ha un’intensificata forza spirituale e quindi una maggior forza di realtà.

Contentiamoci di quello che si è oggi affacciato alla nostra anima come intima natura della preghiera. E realmente ciò basta. Poiché chi abbia una certa comprensione di quello che abbiamo detto, saprà certamente superare le obiezioni che vengono oggi così facilmente affacciate contro la preghiera. E quali sono queste obiezioni? Esse toccano vari punti. Si dirà ad esempio: “Si paragoni un uomo attivo dei nostri tempi che impiega tutta la sua forza a giovare in ogni momento al prossimo, con un uomo che si ritira in silenziosa contemplazione ed elabora le forze della propria anima nella preghiera: quest’ultimo sarà paragonato ozioso in rapporto al primo”.

Perdonatemi se, attingendo ad un certo senso 17 per le verità scientifico-spirituali, io dico che esiste ancora un altro punto di vista. Gli darò un’espressione grossolana, ma non infondata. Per quanto strano possa sembrare, chi conosce le connessioni della vita sosterrà che ben spesso l’autore dell’articolo di fondo di un giornale, servirebbe meglio il suo prossimo se invece di scrivere, pregasse e lavorasse al perfezionamento della propria anima. Sarebbero oggi da augurarsi degli uomini capaci di convincersi che farebbero meglio a pregare invece di scrivere degli articoli di giornali.

E questo potrebbe dirsi ancora a riguardo ad altri lavori nel campo intellettuale e particolarmente riguardo ai più moderni. Ma anche per poter capire la vita umana nel suo insieme è necessaria la comprensione di quelle forze che si manifestano attraverso la preghiera e che può anche apparirci attraverso alcuni campi della vita culturale superiore. Chi comprende la preghiera in modo non egoistico e unilaterale, ma nel senso largo delle nostre odierne considerazioni, potrà disconoscere che la preghiera è per esempio un fattore dell’arte? Nell’arte esiste certamente anche un altro atteggiamento, quello che si solleva al di sopra della semplice definizione nella comicità, nell’umorismo, ma vi troviamo pure ciò che si esprime con carattere di preghiera: l’ode, l’inno.

Anche nella pittura ci sono dei quadri che possiamo chiamare delle preghiere dipinte. E chi vorrebbe negare che in un gigantesco, magnifico duomo non appare qualche cosa come una preghiera irrigidita protendentesi verso il cielo? Basta poter comprendere queste cose in connessione con la vita e si comprenderà anche che la preghiera, consistente nella sua vera natura, è una di quelle forze che fuori della fugacità e delle limitazioni della vita, conducono l’uomo nei regni dell’eterno. Ciò fu particolarmente sentito da coloro che trovarono la via che dalla preghiera conduce al misticismo, come Angelo Silesius.

Egli andava debitore di quell’intima verità e magnifica bellezza, del caldo fervore e della luminosa chiarezza dei suoi pensieri mistici, quali li troviamo ad esempio nel “Pellegrino cherubico”, alla scuola preparatoria della preghiera che aveva così potentemente operato nella sua anima.

E che cosa è in fondo che compenetra e pervade di luce tutto il misticismo? Cos’è, se non lo stato d’animo dell’eternità al quale ci prepara la preghiera. E quando l’uomo per mezzo della preghiera è pervenuto alla vera calma interiore, alla concentrazione interiore e poi di nuovo alla liberazione di sé stesso, può realmente presentire ciò che gli permetterà di levare lo sguardo dall’attimo fuggente all’Eterno, che congiunge passato, presente e futuro nell’anima umana.

Anche se chi prega non se ne rende conto, quando egli dirige la sua preghiera verso quelle direzioni della vita dove cerca il suo Dio, le sensazioni, i sentimenti, i pensieri, le parole in cui la sua preghiera si esprime, sono compenetrati da ciò che vive come senso di eternità; vive nella bella frase 18 di Angelo Silesius con la quale chiuderemo questa nostra contemplazione, che è come l’aroma Divino e da Divina dolcezza ne è in ogni sua preghiera, anche se talvolta chi prega non ne sia cosciente: “Se mi stacco dal tempo e mi immedesimo in Dio – Io stesso sono Eternità.

 

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