468

Radici cristiane della vita sociale

Il profitto

Questa parola è spesso respinta con un sentimento di antipatia da parte di chi vorrebbe realizzare una economia etica. Per chiarire a noi stessi un tale sentimento, è necessario che ci accostiamo ad essa senza pregiudizi.

Che cos’è il profitto? Realizzare un profitto grazie ad una attività economica significa trarre un vantaggio economico da una certa produzione.

Ma poiché il produttore potrà guadagnare solamente se il consumatore sarà soddisfatto del suo prodotto, ciò significa che il profitto sarà tanto maggiore quanto meglio il produttore saprà soddisfare il consumatore.

Naturalmente si può trarre profitto anche in altro modo, ad esempio rubando o aggregandosi a determinate categorie economiche che godono di privilegi di varia natura.

Questo però non deriva dall’economia in sé, ma dalla sua distorsione. Nell’economia moderna, fondata sulla divisione del lavoro, se nient’altro si intromette, il profitto è la misura della capacità di altruismo del produttore nei confronti del consumatore.

Se non risulta un determinato profitto, il produttore non potrà continuare a produrre, dato che è insostenibile lavorare in perdita. Il mancato profitto potrà determinarsi per due ragioni.

O la merce prodotta non soddisfa il consumatore, il quale non la acquista; in tal caso il produttore dovrà migliorare il suo prodotto. Oppure la merce lo soddisfa, ma egli la acquista pagandola troppo poco, agendo egoisticamente verso chi si è impegnato per soddisfare il suo bisogno e impedendogli di continuare il suo lavoro.

Tempo fa lessi su una rivista cattolica la lettera di una persona che si lamentava per il magro compenso elargito dallo Stato ai giovani che prestano servizio civile volontario.

Nella risposta il curatore della rubrica affermava che questo magro compenso era salvaguardia della gratuità della scelta, che altrimenti poteva diventare “interessata”.

Ma quel giovane non potrà svolgere il suo servizio al meglio se non potrà mangiare, vestirsi, pagare l’affitto, e così via. Dovrà continuare a gravare sulla famiglia.

Se chiediamo a lui di dedicarsi disinteressatamente ai bisogni del suo prossimo, ma non ci prendiamo a cuore i suoi, siamo noi “interessati” al suo servizio.

Mio padre mi ha raccontato un episodio della sua gioventù, quando lavorava come bracciante in una azienda agricola. Un giorno d’inverno, assieme al fattore, stava spargendo il letame sotto dei meli.

Giunti che furono vicino ad un albero un po’ sofferente, il fattore disse a mio padre: “Non dare letame a quest’albero fino a quando non darà dei frutti”.

Mio padre ha conservato nella memoria questo episodio come esempio di insensatezza. Ma altrettanto insensata è la pretesa che qualcuno possa lavorare per gli altri senza avere di che vivere.

Tale è la condizione in cui si trovano oggi moltissimi lavoratori e le loro famiglie che non riescono ad arrivare alla fine del mese.

(continua)

Stefano Freddo

Share This