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Radici cristiane della vita sociale

Il superamento del moralismo

Dalla visione di questi fatti si potrebbe facilmente cadere nel moralismo e accusare di egoismo e prevaricazione chi oggi si trova ad occupare una posizione nella vita sociale per cui, date le regole non sane che deve applicare, agisca da parassita.

Non si tratta però di accusare questo o quello di egoismo, ma di comprendere la salute e la malattia della vita sociale, essendo la malattia una possibilità di crescita e comprensione della salute e la guarigione un superamento continuo della tendenza alla malattia, mai definitivamente raggiunto.

Così, come nell’humus vita e morte si incontrano e la vita muore affinché dalla morte essa possa risorgere rinnovata, così nella vita umana individuale e sociale, dialogano tra loro gli opposti affinché possiamo continuamente condurli verso la condizione di equilibrio. Equilibrio che è sempre dinamico, mai definitivamente conquistato.

In questo equilibrio tra gli opposti vive l’uomo, cercando continuamente il suo centro e mai trovandolo definitivamente.

Alla comprensione di questo cammino evolutivo dell’uomo ci introducono alcune parabole evangeliche.
Il figliol prodigo

Disse poi: “Un uomo aveva due figli: Il più giovane disse al padre: Padre dammi la parte dei beni che mi spetta. Egli allora spartì il patrimonio tra i due figli Dopo non molti giorni il figlio minore raccolti tutti i suoi beni, partì per un paese lontano e là dissipò il suo patrimonio vivendo in modo dissoluto.

Quando ebbe dato fondo a tutte le sue sostanze, in quella regione ci fu una forte carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno. Andò allora da uno degli abitanti di quel paese e si mise alle sue dipendenze.

Quello lo mandò nei suoi campi a pascolare i porci. Ed egli desiderava sfamarsi con le carrube che mangiavano i porci, ma nessuno gliene dava. Allora, tornato in se stesso, disse: quanti salariati del padre mio abbondano di pane, io invece qui muoio di fame.

Mi alzerò, andrò da mio padre e gli dirò: Padre ho peccato verso il cielo e contro di te, non sono più degno di essere chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi salariati.

Si alzò dunque e ritornò dal padre. Mentre era ancora lontano suo padre lo vide e ne ebbe compassione. Gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò. Il figlio gli disse: Padre, ho peccato verso il cielo e contro di te, non sono più degno di essere chiamato tuo figlio. Ma il padre disse ai suoi servi: Presto, portate la veste migliore e vestitelo, mettetegli l’anello alla mano e i sandali ai piedi.

Prendete il vitello grasso e ammazzatelo. Facciamo festa con un banchetto perché questo mio figli era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato. E cominciarono a far festa. Ora, il figlio maggiore si trovava nei campi. Al suo ritorno, quando fu vicino a casa, udì musica e danze.

Chiamò uno dei servi e gli domandò che cosa fosse successo. Il servo gli rispose: E’ tornato tuo fratello e tuo padre ha fatto ammazzare il vitello grasso perché ha riavuto suo figlio sano e salvo.

Egli si adirò e non voleva entrare in casa. Allora suo padre uscì per cercare di convincerlo. Ma egli rispose a suo padre: Da tanti anni io ti servo e non ho mai disobbedito a un tuo comando.

Eppure tu non mi hai mai dato un capretto per far festa coi miei amici. Ora invece che torna a casa questo tuo figlio che ha dilapidato i tuoi beni con le prostitute, per lui hai fatto ammazzare il vitello grasso. Gli rispose il padre: Figlio mio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è anche tuo, ma si doveva far festa e rallegrarsi perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato.” (Lc. 15, 11-32)

Questa nota parabola contenuta nel vangelo di Luca, considerata dal punto di vista dell’evoluzione dell’umanità in relazione alla terra, ci offre degli importanti elementi di comprensione.

Il patrimonio che l’umanità ha ricevuto dal padre è la condizione cui l’umanità e la terra sono pervenute grazie all’opera della natura. L’ uomo ha curato e conservato questo patrimonio per millenni attraverso un rapporto religioso con esso, vissuto in uno stato di coscienza ancora infantile.

Poi ha iniziato un cammino di autonomia che nei secoli ha coinvolto sempre nuovi aspetti della vita. Specialmente a partire dal quindicesimo secolo, tale cammino autonomo di libertà si esprime nel campo della conoscenza.

Nasce la scienza moderna che si fonda su ciò che è percepibile, misurabile e calcolabile. Ma lo scienziato ha la capacità di cogliere inizialmente solo il lato esteriore sensibile dei fenomeni.

Egli ricerca le leggi del vivente, ma la percezione dei sensi e l’intelletto ad essa collegato non riescono che a separare le parti per studiarle e non possono cogliere gli esseri e i fenomeni viventi nella loro essenza e nel loro divenire.

Questa forma della conoscenza compenetra sempre di più l’azione pratica in ogni campo della vita, trasmettendo ad essa il carattere dell’elemento morto e minerale, il solo che l’intelletto riesce ad afferrare.

E’ quindi una naturale conseguenza, soprattutto nell’ultimo secolo, nel quale le eredità spirituali provenienti dal passato si sono esaurite completamente, che anche il patrimonio di fertilità della terra sia stato dilapidato e ora dobbiamo stare di fronte alla condizione di morte e desolazione in cui versano la natura e la cultura.
(continua)

Stefano Freddo

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