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Risaliamo la corrente della nostra biografia. 

Partiamo dall’immagine di un oceano, dell’oceano di ricordi che abbiamo, collettivamente. L’oceano può essere considerato il confluire di diversi mari e nell’oceano dei ricordi si condensano e si raccolgono i ricordi di più persone: ricordi di epoche lontane, della guerra, del dopoguerra, del boom economico, del ’68 … e così via. Questi ricordi sono raccolti potremmo dire “socialmente” nell’oceano, che è costituito da un confluire di mari, e ognuno di noi ha il proprio per sonale mare di ricordi nel quale immaginiamo di comportarci come dei salmoni. Come i salmoni risaliremo controcorrente il fiume per andare a depositare le uova, le nostre “uova autobiografiche”.

Ogniqualvolta facciamo un lavoro autobiografico ci comportiamo come salmoni che risalgono il fiume partendo dal mare dei ricordi, ricostruiamo i ricordi, li facciamo risalire in noi e dal mare entriamo nel fiume, che rappresenta la nostra vita individuale. I salmoni vanno a depositare le uova, la testimonianza dell’essere, così come la nostra esistenza viene condensata in uova che oggi vengono più che mai raccolte come scrittura. Il senso della vita, il senso del ricordare, dell’autobiografia sta proprio nel dare un senso alla propria vita: questo è molto importante anche per molti risvolti patologici, anche i più gravi; esso può costituire anche una forma di prevenzione per la demenza senile.

Il tema della memoria è un tema che dà senso alla vita, alla ricostruzione della vita. Come umanità siamo partiti tutti dai racconti orali, che hanno reso possibile il tramandare la propria esistenza ai posteri, raccontandola per episodi, di generazione in generazione. Un tramandare “di mare in mare”. È interessante notare che prima i racconti erano solo tramandati su base orale ed in seguito iniziarono ad essere tramandati attraverso la parola scritta. La seconda rivoluzione importante si è appunto verificata quando, attraverso la stampa, c’è stata la possibilità di stampare e diffondere diverse biografie.

Le biografie in generale sono iniziate con Plutarco, con le vite parallele di cui parlava. Però come autobiografia possiamo senz’altro risalire ad Agostino, con le sue “Confessioni”, che ci lascia il primo atto autobiografico scritto. Al giorno d’oggi ci troviamo a vivere una terza rivoluzione: quella audiovisuale. Oggi digitalizziamo i nostri ricordi autobiografici e possiamo subito contestualizzare ciò che abbiamo da raccontare. Ma dobbiamo prepararci a una quarta rivoluzione che dovrà da un lato riscoprire il racconto orale e dall’altro far diventare questo racconto sociale, quando faremo in realtà biografia sociale.

Ciò avviene quando il ricordo di una persona fa emergere il ricordo di un’altra persona, quando il tema scelto è lo stesso. Il rievocare qualcosa alla memoria di una persona stimola la rievocazione alla memoria di una seconda persona. In futuro questo processo potrà arricchirsi di una accresciuta capacità di telepatia. Già ne abbiamo dei piccoli “assaggi” oggi, per esempio quando ci capita di pensare a una persona e proprio quella persona ci telefona, questo già accade.

Dobbiamo però giungere a conquistare coscientemente questa facoltà e non solo viverla nell’inconscio. Per farlo dobbiamo riscoprire a un nuovo livello il racconto orale, racconto che diventa collettivo, da orale a corale. Iniziamo ad approfondire come può essere scritta una autobiografia.

Il rischio naturalmente è di essere logorroici. Ralph Waldo Emerson disse: “I grandi Geni hanno le biografie più brevi”. Ispiriamoci a questo.

Quando si tratta di entrare nel mare della propria autobiografia e seguire … il “percorso del salmone”, dobbiamo ricordarci che nel mare ci sono esseri particolari che formano le conchiglie. Uno di questi esseri particolari è il Nautilus, una conchiglia che ha questa peculiarità: l’ospite della conchiglia costruisce delle “stanze” in una proporzione crescente logaritmica e ad ogni lunazione continua a costruire, spostandosi di camera in camera. Noi dobbiamo apprendere questa capacità, in qualche modo, e in base a questo iniziare a disegnare un nostro modello di visione.

Mi sono inoltre ispirato ai quattro bracci della Via Lattea, anche essi in proporzione di una spirale logaritmica. La spirale apre e rompe il cerchio. Il cer­chio delimita, dà la completez­za di un insieme; nella spirale giocano insieme due movimenti: il movimento curvo e quello rettilineo. Va a delinearsi così questo elemento individuale che vuole esprimersi nella vita.

Tracciamo quindi la nostra vita seguendo percorsi a spirale logaritmica. Andiamo dalla nascita ai 21 anni e poi, con un nuovo tratto, ai 42 anni.

I primi 21 anni della nostra vita contrassegnano la -maturazione corporea, l’edificazione. C’è un elemento educativo che viene a contrassegnare i primi 21 anni. È veramente forzato parlare di biografia prima dei 21 anni. Le biografie che iniziano ad avere significato vanno almeno dai 21 ai 42 anni. Dai 21 ai 42 anni assistiamo alla maturazione e allo sviluppo dell’anima, o meglio delle tre anime che vivono in noi. La prima anima ha un carattere nozionale, poi c’è un’anima che prende progressivamente il carattere razionale e affettivo e una terza anima che accoglie la coscienza dentro di sé.

Alla fine dei 42 anni in noi ha luogo un nuovo “rovesciamento” ed arriviamo ai 63 anni. Pensate ora di essere nel periodo tra i vostri 42 e i 63 anni e di guardare all’indietro ciò che è stata la vostra vita. Dai 42 ai 63 anni lo Spirito ha la possibilità di iniziare a vedere con ancora maggior distanza il Sé e nello stesso tempo anche l’azione dell’Ego.

Citando il poeta inglese W. H. Auden: “Ogni autobiografia tratta di due personaggi: un Don Chisciotte, che è l’ego, e un Sancho Panza, che è il Sé”. Strana questa attribuzione dei personaggi, non è così? Proviamo a rifletterci … Per certi versi dai 42 ai 63 anni inizia ad inanellarsi in germoglio quello che è lo sviluppo Spirituale individuale, inizia a riflettersi e riverberare nello sviluppo dell’anima e del corpo.

L’Io che si trova nel centro, nell’ombelico del nostro disegno, in questa epoca viene quasi stanato, viene scovato; tanto più la linea è distante dal centro tanto più, continuamente, si riferisce al centro.

Dai 63 agli 84 abbiamo il quarto giro della spirale. In effetti questa è proprio l’epoca ideale per lavorare sull’autobiografia e questo lavoro “di distanza” è tale che permette con maggiore facilità di potere osservare il Sé e l’Ego, e in un certo senso viene ancora di più ad evidenziarsi l’azione di quel “salmone” che deposita le uova autobiografiche. Dai 63 agli 84 anni noi abbiamo la possibilità di portare la nostra testimonianza individuale, non importa quanto lunga essa sia. Lasciare nel mondo dello scrivere la dimensione della vita dell’anima è importante.

Secondo Oscar Wilde: “Tanto le più elevate quanto le più infime forme di critica sono una sorta di autobiografia”, quindi … pensiamoci bene prima di scriverla!

Abbiamo la possibilità di guardare un’altra volta veramente all’indietro, perché il carattere del fare autobiografia ha delle distinte peculiarità. La prima peculiarità è che è necessario lavorare a ritroso, come fa il salmone. Riguardare all’indietro la propria vita, ma non a partire dalla nostra nascita. Partire dalla nostra nascita sarebbe la modalità cronologica, alla quale ci aggrappiamo perché riteniamo che sia più facile. All’inizio ricordare a ritroso è difficile ma questo genere di memoria ci apre nuove memorie, perché in realtà noi, così facendo, richiamiamo dal futuro la nostra vita.

Noi ci rapportiamo con il futuro quando riguardiamo a ritroso la nostra vita, non ci rapportiamo col passato. Il futuro è rappresentato dall’essere spirituale che ci accompagna da una vita intera e anche da più vite, e che in qualche modo rappresenta il custode della memoria delle memorie, il rappresentante che mano a mano ci toglie un velo dopo l’altro così che la nostra memoria si apra in maniera magnifica, inaspettata, imprevista. Provare per credere.

La seconda è che noi possiamo modulare una autobiografia secondi i ritmi cosmici, per esempio notare cosa accade ogni 28 anni, o per esempio ogni 29,5 anni, cioè ogni ciclo di Saturno. Saturno contrassegna le orbite dei pianeti visibili ad occhio nudo e in qualche modo delimita il campo di azione della nostra individualità e questa azione si riverbera sui 58-59 anni. Possiamo scoprire ulteriori ritmi diversi. Il ritmo di Giove per esempio sono i 12 anni e vedremo come le caratteristiche dei ritmi planetari si inscrivono nella nostra vita.

D’altronde noi siamo sospesi tra i Cieli e la Terra ed è ora che iniziamo a guardare in alto. Dentro questa vita possono inscriversi anche i cosiddetti nodi lunari oppure i cicli undecennali delle macchie solari. Ci sono tante sfumature che possono essere godute ripercorrendo la propria vita. Ma certamente i più semplici da indagare sono i cicli settennali: i 21 anni, i 42, i 63 e gli 84.

Per esempio ciò significa che sarà interessante osservare a lemniscata la relazione che c’è tra gli 84 in relazione ai 63, o cosa ci capita dai 21 in rapporto alla nascita. Questo dialogo a lemniscata contrassegna un punto di vista che possiamo adottare per cogliere il senso del destino che ci accompagna e che risuona in determinate scadenze di vita e la cosa poi “rimbalza” e risuona negli anni rappresentati nel disegno.

La scelta che mi ha decisamente motivato a prendere come modello la spirale logaritmica è nata da una iscrizione tombale sulla tomba della famiglia di Bernoulli. Bernoulli aveva fatto uno schizzo, un logo della spirale logaritmica sopra la propria tomba, con la didascalia: “Eadem mutata resurgo”, ossia “identica ma trasformata rinasco”. In qualche modo ciò ci lascia intravedere, anche alla luce del rischio di rinascere, una prospettiva diversa ed anche un senso diverso, mentre oggi stiamo spostando la morte al centro tra la nascita e la rinascita.

La lettura dei destini incrociati, per i quali incontriamo e incrociamo persone diverse, inizia a prendere spessore quando osserviamo cosa ci capita e a che età ci capita.

Ora conosciamo la rosa biografica. La rosa biografica è fatta di tanti petali che possiamo sfogliare uno dietro l’altro e possiamo farlo quando caratterizziamo la nostra autobiografia secondo la valenza dell’Io.

Da questo punto di vista vi caratterizzerò dodici petali, ho scelto un fiore di 12 petali ma avrebbe potuto essere da 24 o 36; nel 12 si raccoglie però anche l’unità dell’insieme. Questo per darvi stimoli ad osservare la vostra vita. Osserviamo ora i diversi petali.

1.Il primo petalo da cui partiamo sono “i punti di svolta e le fasi di stallo della vita”. C’è un momento della vita in cui improvvisamente accade qualcosa: un lutto, una nascita, un cambio di lavoro … possiamo averne molti. Punti di svolta e fasi di stallo: questo è il primo petalo da osservare. Il punto di svolta è soggettivo, in quanto è autobiografico, non vi può essere giudizio esterno. È assolutamente personale e individuale.

2.Polare a questo c’è un altro petalo che possiamo chiamare come “le nascite, le morti e le rinascite”. Per nascite intendiamo tutte le nascite a cui abbiamo assistito e che hanno avuto un senso importante per noi, nascite di persone care e significative. Hanno un senso per come sono accadute, per quando sono accadute e per come noi le abbiamo vissute.

3.Altro petalo è “il risveglio cosciente agli incontri”. Si può scegliere una persona. Ne incontriamo tante tutti i giorni, ma sappiamo che ci sono incontri più significativi di altri per noi. E possiamo iniziare a domandarci quando è stata la prima volta o l’ultima volta che abbiamo incontrato quella persona. Che immagine mi è sorta di lui quando l’ho incontrato? Questo tesse biografia, tesse la ragnatela di questa spirale.

4. Il petalo polare a questo lo possiamo chiamare “lo sguardo dell’lo altrui”. È interessante perché potremmo chiederci come ci percepiscono gli altri. Dietro le spalle spesso ci dicono tante cose ma davanti a noi spesso non percepiamo. Con il senso dell’io altrui iniziamo a cogliere come gli altri ci percepiscono. Significa anche guardare il peso e l’importanza che gli altri hanno avuto nella nostra vita, quando ad esempio riconosciamo i nostri punti di svolta: per qualcuno può essere stato sposarsi, divorziare, o l’inizio dell’attività lavorativa.

E possono sorgere domande: chi ti ha aiutato a iniziare la tua attività, chi ha favorito un incontro? Le domande mettono in gioco altre persone che nella nostra vita hanno avuto un ruolo di destino importante.

5. Il quinto petalo è la biografia dell’Io in azione ed abbiamo il petalo delle “decisioni prese”. Osserviamo per esempio le tre decisioni più importanti della nostra vita e chiediamoci: a che età le abbiamo prese? Come le abbiamo prese? Come le abbiamo proseguite? Perché una volta presa la decisione la cosa non finisce lì: essa va confermata anche ogni giorno.

Osservare questo petalo significa osservare l’attività dell’Io che si esprime nelle quattro fasi che si percorrono quando si prende una decisione, che sono: percepire tutti i dati, scegliere, attuare (la decisione) e infine proseguire la decisione presa. Qui si coglie la sfumatura con cui noi abbiamo preso le decisioni. Le abbiamo prese portati da un elemento istintuale? O perché qualcuno ha manipolato la nostra capacità decisionale? È stata veramente una decisione del nostro Io? Scremando scremando ci rendiamo conto che le decisioni che l’Io ha preso da sé sono veramente poche.

6. A questo aggiungiamo il petalo del “rapporto con il denaro”. Cosa c’entra questo con l’autobiografia? C’entra eccome. Come è la nostra bilancia dei crediti e dei debiti? E quella delle eredità ricevute? A che età ho ricevuto una eredità? In che rapporto sta il denaro nella mia vita? Quando ho perso del denaro o guadagnato in maniera consistente? In questo è possibile fare una rivisitazione biografica interessante.

7. Altro petalo è quello dei “sacrifici amati, dei doni dati e ricevuti e delle rinunce”. Questo tema è molto complesso ed è stato oggetto di un intero seminario, ma possiamo accennarvi brevemente. Il sacrificio si colloca polarmente alla rinuncia. Spesso noi confondiamo rinuncia e sacrificio. Oggi la parola sacrificio è quasi fuori moda. Negare l’essenza del sacrificio è come negare il sacro, negare che sacrifico una parte di me. Il sacrificio può essere il sacrificio di una vita intera.

Che dire di tutte le morti giovani? Per “giovani” intendo morti avvenute prima dei 63 anni. Sono tutte morti precoci, e c’è qualcosa che viene quindi sacrificato sull’altare della vita individuale. La rinuncia invece è rinunciare a qualcosa che desideriamo ma non ci appartiene, e noi vi rinunciamo. Nel dono troviamo la forza della gratitudine e, ovviamente, anche dell’ingratitudine. Sia per chi dà che per chi riceve il dono ha un elemento mercuriale importante e nella rivisitazione biografica osservare i doni ricevuti ci apre un’altra dimensione, ancor più dell’osservare quelli che abbiamo dato. Ci accorgiamo di doni che non avevamo forse notato.

8. Il petalo polare è il petalo delle “ferite, dei traumi e dei balsami o rimedi”. Anche su questo la distinzione tra ferite e traumi è sottile ma basti dire che il trauma è più grave e pesante, lascia segni incisivi, come gli squarci che troviamo nei dipinti di Fontana. La cicatrice rimarrà sempre. Il trauma sigilla, blocca, congela la memoria e la memoria attende di essere scongelata, riaperta. Riguardo alle ferite possiamo dire che ci sono sei ferite archetipiche, che tutti abbiamo attraversato, e ce n’è una che di solito ci brucia di più delle altre. Le sei ferite sono: Rifiuto, Abbandono, Tradimento, Ingiustizia, Umiliazione, Ingratitudine. Quale è quella che ci brucia ancora? Ognuno risponda a suo modo. 

9. Petalo degli “omissis”. Che cosa ho evitato di dire o di fare, magari più volte? Cosa e quando ho rifiutato dinanzi a precise richieste? Quali sensi di colpa mi frenano e non mi lasciano in pace? A che età sono sorti? Ed in questo mondo degli “omissis” entriamo anche in una dimensione che i cultori della psicogenealogia amano particolarmente, il petalo dei “segreti e dei tabù familiari”, il mondo dei miti familiari.

Ci sono delle date che incorrono più volte nella tua vita? Che corrispondono ad anniversari di avvenimenti familiari sia gioiosi che dolorosi? Sia per eventi positivi che negativi? Ormai tendiamo a dimenticare le date che abbiano a che fare con nonni e bisnonni, invece occultamente riscontriamo che agiscono delle date che tendono a richiamarci a quelle persone. Esistono dei miti familiari? Dei tabù familiari? Ci sono nodi aggrovigliati nella tua vita che sono ancora tali? E come è avvenuta la scelta del tuo nome o nomi?

10. Petalo polare agli “omissis” sono le “prese di responsabilità”. Quali responsabilità abbiamo preso nella nostra vita? Non stiamo ancora parlando delle decisioni, possono esserci delle decisioni dietro le prese di responsabilità ma non sono la stessa cosa. Omettendo o non omettendo muoviamo diversamente gli eventi della nostra vita, che ci vengono incontro.

Approfondiamo infine gli ultimi due petali, che appartengono ad una dimensione evolutiva.

11. Il primo è quello dei “talenti, delle abilità e delle capacità”, che non sono la stessa cosa. I talenti ce li ritroviamo come eredità. Li vediamo emergere nei bambini piccoli per esempio. Però i talenti vanno coltivati, disciplinati, richiedono un atto di volontà costante che faccia crescere quel talento e lo fa diventare abilità. L’abilità è un talento coltivato. Le capacità infine partono dal fatto che noi sviluppiamo, soprattutto dopo i 40 anni, i talenti futuri, ossia dei talenti per il futuro.

Chi ritiene di non avere affatto un talento musicale ma si sforza di imparare a suonare lo può fare con una ampia prospettiva: di prepararsi per la prossima vita. Dopo i 60-70 anni entriamo in una dimensione astorica e atemporale in cui noi coltiviamo delle capacità, che sono qualcosa che sviluppiamo in qualcosa che non siamo dotati di fare. Questo sicuramente ci è d’aiuto e stimolo per superare la crisi del pensionamento, per dare una ragione di vita a chi ritiene di non avere più nulla da fare.

12. Infine l’ultimo petalo, polare a questo dei talenti, che è il talento del “pionierismo”. Hai osato aprire il cassetto dei tuoi sogni? Cosa aspetti? Quale sogno hai tirato fuori? Quale sogno hai realizzato? Come? E a che età? Quando ti è capitato di aprire un nuovo percorso, in qualsiasi campo? Da solo o con altri? In cosa sei stato un pioniere? Cosa hai creato di originale? Come ti è sorta l’idea da realizzare? Anche questo è un capitolo intrigante.

Nel rievocare tutti questi ricordi ci sono delle domande che voglio aprire la ricerca, che vogliono sfogliare i petali della rosa biografica che così acquisisce una nuova fioritura dentro di noi. Noi rifioriamo quando guardiamo la nostra vita attraverso queste connotazioni. Ovviamente questo non è esaustivo di tutti i tempi vissuti che possiamo approfondire ma, per quello che è la mia personale esperienza, sono quelli più significativi, che ci fanno guardare la vita con un occhio diverso.

Immaginate di realizzare una biografia o un’autobiografia: è facile comprendere che se lo fate a 30 anni o a 50 anni è diverso: è cambiata la distanza, siete cambiati voi. E le cose vanno riplasmate, rilavorate.

Mi piace terminare con la frase di Josè Ortega y Gasset, filosofo e umanista spagnolo: “La biografia è un sistema nel quale le contraddizioni della vita umana trovano la loro unità”. In questa frase vengono condensati tutta la diversità, i contrasti, le incoerenze, le slealtà anche verso il nostro stesso sé ma che richiedono ogni volta di ritrovare il senso della direzione.

L’autobiografia ci aiuta a ritrovare il senso della nostra direzione, la mission, termine che oggi piace tanto.

Bene, riscrivete la vostra mission. Se credevamo a 30 anni che fosse una, a 50 scopriamo di averne una diversa. La mission è diversa dai compiti, dalle prese di responsabilità che ci siamo posti, ha a che fare con il profondo Sé che va indagato; però indagato come Sancho Panza, con quel buon sano senso pratico della vita di Sancho Panza, perché la vita che ha in sé un senso pratico esprime al meglio se stessa con l’essere che la recita.

Merita ricordare che oggi l’autobiografia è entrata anche nella clinica medica. A Milano, grazie all’opera di Duccio Demetrio è ormai consolidato l’inserimento di Medicina Narrativa, che sarebbe una estensione della vecchia anamnesi che finalmente si colorisce, si arricchisce, smette di essere biologica e diventa una analisi “patobiografica”. La parola greca anamnesis significa ricordo, significa “richiamare alla memoria”.              Se facciamo fatica a ricordare quando ci hanno operato di appendicite, è altrettanto importante ricordare il contesto in cui l’appendicectomia è avvenuta.

Fare questo cambia profondamente il nostro rapporto con la malattia, in quanto cambia il contesto in cui questa malattia è avvenuta, si è preparata o è ritornata e iniziamo a vedere nel suo ripresentarsi come un fiume carsico che scorre sotto una apparente salute il senso e il valore di una apparente malattia. Possiamo dare senso e valore alla malattia nel momento in cui la rievochiamo con la forza terapeutica della memoria. Questo mi stava a cuore caratterizzarvi.

Grazie a tutti dell’ascolto.

ANGELO ANTONIO FTERRO

MEDICO ANTROPOSOFICO

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