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Poniamoci la domanda di quanto di ciò che diciamo o pensiamo è frutto del nostro Io oppure di luoghi comuni, pensieri sentiti ma non verificati.

Quanto del nostro sentire è libero dal nostro vissuto che ci condiziona nella valutazione delle esperienze che ci si presentano? E quanto ci condizionano nel modo di essere la cultura contemporanea, le mode, l’educazione ricevuta in famiglia o a scuola, l’essere di una razza piuttosto che di un’altra, l’essere nati in quel luogo ed in un determinato periodo?

In una persona “normale” l’Io molto spesso non si esprime nemmeno all’ 1% dei pensieri, sentimenti ed azioni operate.

Tutti questi condizionamenti creano una sorta di catene in noi che impediscono alla nostra individualità, al nostro Io, di esprimersi in tutte le sue potenzialità, catene che ci legano ai sensi di colpa, al rimpianto delle occasioni perdute, alla nostalgia del passato, o alla paura del futuro, all’insicurezza delle nostre capacità, o ancora creano fobie, rancori, dipendenze o nevrosi. Tutto ciò può lavorare in noi come fossero delle sabbie mobili e può portare alla depressione o ad altre situazioni patologiche.

Essere padroni di se stessi

La ferma volontà di essere liberi da tutte queste catene inconsce è l’unica arma che abbiamo per decidere di affrontarle, guardare in noi stessi con oggettività e poi scioglierle, trasformarle per procedere nel cammino della nostra esistenza, sempre più presenti nella nostra intima Essenza Spirituale e contestualizzati nel qui ed ora”.

Il percorso non è così banale perché siamo intessuti fin nelle nostre radici da forme pensiero, falsi principi morali, luoghi comuni, clichè in cui rientrare per essere “brave persone”.

Tratto da “Le Catene Inconsce”

Autore Tre più Uno

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