Riflessioni sulla natura profonda di ciò che ci circonda

La conoscenza del mondo che ci circonda nasce, nella maggior parte dei casi, dall’incrocio delle percezioni, ovvero ciò che riusciamo a “raccogliere” attraverso il nostro sistema sensoriale, con i concetti che la nostra mente sviluppa a seguito di quanto trasmesso dai sensi e da quanto ha già accumulato nel suo bagaglio esperienziale e culturale.

In realtà se ciò può essere sufficiente per gestire “l’ordinaria amministrazione” della vita quotidiana, non lo è quasi mai per conoscere in maniera vera e approfondita un determinato oggetto, un essere vivente, un luogo, un fenomeno a cui assistiamo, per non parlare della conoscenza dell’essere più complesso e articolato del Pianeta: l’Uomo.

Fiumi di parole e tonnellate di libri sono stati spesi e scritti sul rapporto tra percezione e realtà e quanto la realtà che ci circonda sia “realmente reale” (scusate il gioco di parole).

Possiamo chiudere la questione semplicemente limitandoci a considerare come reale tutto ciò che una persona è in grado di percepire, senza peraltro entrare nelle complesse questioni delle differenze percettive (e quindi di realtà) soggettive.

Naturalmente poi possono esistere altre realtà, ovvero oggetti­creature-sistemi in questa o in altre dimensioni/tempi, che però noi non possiamo/riusciamo a percepire e quindi in ultima analisi per noi è come se non esistessero.

A meno che questi “oggetti” (chiamiamoli così per includere tutto) che noi non siamo in grado di percepire a loro volta possono però in qualche modo interferire con noi, con la nostra dimensione, con il nostro tempo.

Questo fatto può costituire un punto importante per il possibile ampliamento non tanto o non solo delle nostre conoscenze, ma anche del nostro modo di percepire e soprattutto del divenire consapevoli di tali nuove percezioni.

Ovvero, se nuove conoscenze devono passare da nuove percezioni (e da nuovi da concetti) o ampliamo le nostre capacità percettive, magari scoprendo l’esistenza di nuovi sensi e nuovi modi di “captare” quanto succede attorno e dentro noi, oppure (o anche parallelamente) allarghiamo i nostri orizzonti intellettuali e di autocoscienza per acquisire nuovi e più articolati concetti.

Quindi in ultima analisi un punto centrale per crescere in conoscenza (e coscienza) è considerare quello che una persona vuole percepire.

Per esempio cominciando a non limitarsi a quello che arriva dai canonici 5 sensi fisici, ma indagare il cosiddetto sovrasensibile che non sempre appartiene necessariamente al sovrannaturale inteso come mondo dello spirito, ma piuttosto come l’immnanifesto ai 5 sensi. Che poi indagando l’immanifesto e in piena sobrietà si finisca spesso a scoprire delle dimensioni di “sovranatura” (e di “sottonatura”) popolate a loro volta da interessanti “entità” possiamo al momento limitarci a considerarla come una possibilità.

Quel che in questa occasione si vorrebbe tentare di fare è cominciare ad “allargare lo sguardo”, ad andare oltre a quello istintivamente e automaticamente percepito tramite i sensi ordinari e capire se “esiste dell’altro” e come può essere sentito e quindi indagato ben sapendo, tra l’altro, che lo spettro del sensibile è estremamente limitato, anche solo pensando alla luce (ultra­violetti e infrarossi coprono fasce di frequenze assai più ampie di ciò che può cogliere la vista umana) o al mondo dei suoni (infrasuoni e ultrasuoni costituiscono un mondo assai più esteso di ciò che il nostro orecchio può cogliere).

Insomma, come ci conferma la scienza ufficiale e in particolare la fisica, ciò che percepiamo è solo la punta dell’iceberg del mondo in cui viviamo.

Tuttavia non si tratta di imparare ad usare nuove sofisticate attrezzature, come telescopi o microscopi, che possano potenziare i nostri sensi, o cercare, magari con l’uso di potenti computer, le tracce e i segni indiretti di presenza di particelle subatomiche infinitesimali, bensì divenire consapevoli che l’Uomo possiede facoltà che gli permettono di estendere le proprie naturali percezioni. Il tutto attraverso atti di piena coscienza e volontà, ovvero senza rinunciare al proprio libero pensare ed anzi richiamando il proprio Io superiore.

Questo processo si potrebbe innanzitutto cominciare prendendo coscienza di tutti i 12 sensi che ogni uomo possiede.

Nel suo bellissimo libro “I 12 sensi, porte dell’anima” il medico olandese Albert Soesman li ricorda e li approfondisce tutti: il senso del tatto, il senso della vita, il senso del movimento (propriocezione), il senso dell’equilibrio, dell’olfatto, della vista, dell’udito, del gusto, ma anche il senso della temperatura o del calore, il senso della parola, il senso della rappresentazione o del pensiero e infine il senso dell’Io, dell’autocoscienza.

Vi è però una sorta di tredicesimo senso che dobbiamo imparare ad utilizzare per poter usare tutti gli altri nostri sensi, quelli elencati ed altri ancora.

Ed è la capacità di ascolto. “Impara ad ascoltare” è il primo comandamento per l’uomo che vuole essere parte attiva e consapevole del proprio cammino evolutivo (enorme Grazia concessa dal Creatore solo alla nostra specie sulla Terra: quella di essere consapevole della propria evoluzione).

E in un mondo rumoroso che ci bombarda ogni momento con milioni di stimoli è forse anche il passaggio più difficile. Il rumore (non solo sonoro) ostacola la nostra capacità di ascolto verso ciò che ci giunge dall’esterno, mentre il mondo digitale e la “mente che mente” interferiscono con la nostra capacità di ascolto e partecipazione interiore.

Eppure solo imparando ad “ascoltare” (e non lo si fa certo solo con le orecchie) si può mettere in movimento tutto il resto del processo, compreso il pieno utilizzo di tutti i nostri sensi.

“….siediti davanti a un albero e osserva. Ascolta quanto ti vuole dire, cogline l’essenza più profonda, entra in risonanza con le sue cellule, senti come si pone in relazione con gli altri alberi e con il mondo attorno ad esso, avverti il suo spirito, prova a dargli un nome ….. “.

In questa frase possiamo sintetizzare il metodo che quasi tutte le antiche culture e i loro grandi maestri, per lo più iniziati alle conoscenze esoteriche, suggerivano per cominciare ad indagare il sensibile e il sovrasensibile.

Dalle civiltà precolombiane a quelle indopersiane, dai monasteri del Tibet ai druidi dell’antica Gallia, dai sacerdoti egizi ai caldei, dai taoisti cinesi ai templi shintoisti del Giappone sino agli uomini di medicina dei nativi americani: tutte convergevano verso un approccio sostanzialmente di questo tipo.

Che poi fu probabilmente ciò che fece Adamo quando, sollecitato da Dio, nominò (ovvero riconobbe il Nume, la presenza dello Spirito) le piante e gli animali del giardino dell’Eden, superando così la prima prova e divenendo responsabile della Natura, legando essa al destino evolutivo della stessa Umanità.

In modo più moderno e scientifico, un approccio di questo tipo fu utilizzato a cavallo tra il

XVIII e il XIX secolo da J.W. Goethe nello sviluppare il suo metodo di osservazione fenomenologica, che gli consentì tra l’altro di studiare l’evoluzione della forma nella Natura e scrivere la sua famosa opera “La metamorfosi delle piante”.

In questo metodo, ampiamente ripreso da Rudolf Steiner e da tutta la corrente antroposofica, l’osservatore partecipa con rilassata consapevolezza alla fase di percezione, alternando l’attenzione tra i fenomeni che si manifestano all’esterno e le impressioni interne, le sensazioni, i pensieri ma anche gli impulsi ad agire che nascono da tutto il processo percettivo.

Infatti sempre la completa percezione invita all’azione, poiché la Natura è evoluzione costante e quindi nel momento in cui riusciamo ad inserirci in questo sottile ma ininterrotto dialogo anche noi riceviamo potente l’impulso ad agire.

Soprattutto di questi tempi, in cui la fase contemplativa, ancora ovviamente possibile ed in certi momenti anche auspicabile e necessaria, non può però fermarsi ad essa, ma necessita il proprio completamento nella realizzazione di atti concreti.

Ecco dunque che l’ampliamento della percezione ci porta all’azione, al riconoscere l’eterno fluire della vita e ad inserirci in esso, come creature che però hanno avuto anche il potere di partecipare alla creazione stessa.

Co-creatori in grado di arrivare a modellare la natura, cominciando da se stessi, in un nuovo cammino di responsabilità bella e terribile!

Tratto dalla rivista “Albios” 

Pin It on Pinterest

Share This