L’idea fondamentale dell’agricoltura del futuro

Facciamo seguito al precedente articolo

Come operano calcare, argilla, silice, carbonio, ossigeno, azoto, … nella natura, nell’uomo e nella vita sociale? Sappiamo dalla scienza dello spirito antroposofica che queste sostanze che noi troviamo in natura sono solo i cadaveri di impulsi spirituali e processi viventi che hanno preceduto il loro apparire materiale.

Per iniziare le nostre osservazioni prendiamo in considerazione la polarità tra calcare e silice, che anche Rudolf Steiner nel corso di Koberwitz ci ha indicato per prima in relazione alla pianta. Possiamo chiederci: esiste anche nel terreno della vita sociale questa polarità tra le forze riproduttive collegate alla sopravvivenza e la produzione di sostanze nutritive per gli altri esseri? È facile vedere come il polo calcareo corrisponda al bisogno dell’uomo di consumare, mentre quello siliceo al produrre per gli altri.

Nella vita economica la sfera del calcare, legata alle proprie necessità di  sopravvivenza, e quella della silice, che favorisce il servizio altruistico verso gli altri, sono due sfere d’interesse completamente diverse l’una dall’altra. Questo rende necessario che siano due cose distinte il lavorare per i propri simili e conseguire determinate entrate (da “I punti essenziali della questione sociale”, pag. 145).

Ho già mostrato nei miei articoli di economia come questa necessità venga soddisfatta dall’istituzione del reddito base incondizionato.

E in relazione alla propria anima, come è collegato l’essere umano all’azione del calcare bramoso? Lo troviamo espresso da Rudolf Steiner nella conferenza del 7 ottobre 1923, tratta dal ciclo “L’esperienza del corso dell’anno in quattro immaginazioni cosmiche”.

“Ma per il fatto che questo calcare diventa interiormente vivente, esso acquista una particolare forza di attrazione per gli esseri arimanici. Questi esseri arimanici, ogni volta che si avvicina la primavera, nutrono delle speranze. Essi veramente di fronte alla natura non hanno di solito speranze speciali, perché veramente possono esplicare il loro essere soltanto nell’uomo. (..) Questa tensione, questa illusione è presente negli esseri arimanici ad ogni primavera e ad ogni primavera viene annientata. (..) Ma l’uomo per così dire non rimane senza pericolo sotto l’influsso di quelle illusioni. L’uomo gode di quegli stessi prodotti della natura che prosperano in questa atmosfera di speranze e di illusioni ed è in sostanza veramente        un’ingenuità dell’uomo credere di mangiare il pane fatto soltanto del grano macinato e cotto. In questo grano macinato e cotto ci sono le illusioni delle entità arimaniche e le speranze delle entità arimaniche “.

Il pane quotidiano, necessario all’uomo per la propria sopravvivenza, è l’arma dell’entità arimanica che vorrebbe incatenare l’anima umana per impadronirsene, per attirarla a sé. Essa infatti è priva di anima e ne sente la mancanza. Rinvio il lettore al mio articolo “L’impulso del Cristo nell’economia moderna”.

Il mistero del pane è il mistero dell’agricoltura, è il mistero centrale del Cristianesimo, condensato nel sacramento dell’Eucaristia.

Il pane quotidiano può costituire per gli uomini la loro condanna la loro salvezza. Può divenire corpo di Cristo o strumento di Satana. Nella cena del Giovedì Santo, nel momento in cui Giuda prese il boccone di pane che Gesù gli porse, “Satana entrò in lui” (Gv 13, 27). Ma quel pane era lo stesso che Egli aveva detto essere il Suo corpo. L’apostolo Paolo, nella prima lettera ai Corinzi, ci porta incontro questo stesso enigma.

“Io ho ricevuto dal Signore quello che ho trasmesso anche a voi: il Signore Gesù, nella notte in cui fu consegnato, prese il pane e, dopo aver reso grazie, lo spezzò e disse: “Questo è il mio corpo, che è per voi; fate questo in mia memoria”. Allo stesso modo, dopo aver cenato, prese anche il calice, dicendo: “Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue; fate questo ogni volta che ne bevete in mia memoria”. Ogni volta infatti che mangiate questo pane e bevete a questo calice, annunziate la morte del Signore, finché Egli venga. Perciò chiunque mangia il pane o beve al calice del Signore indegnamente, sarà reo del corpo e del sangue del Signore. L’uomo esamini se stesso e poi mangi il pane e beva al calice, perché chi mangia e beve la propria condanna, mangia e beve non distinguendo il Corpo “(l Cor 11, 23-29).

Eucaristéin significa “rendere grazie”. Questa azione sacra compie il Cristo, l’Io Sono, prima di spezzare il pane per distribuirlo a noi come Suo Corpo. Egli rende grazie al Padre. Rendere grazie significa riconoscere quanti esseri hanno profuso la loro attività, la loro volontà, affinché noi possiamo nutrirci del Pane e Vivere.

Sono esseri naturali e spirituali che operano uno nell’altro, uno con l’altro, secondo le leggi ricolme di saggezza del Pensare Cosmico, che è il Cristo stesso in quanto Logos. Sono leggi che l’uomo deve riconoscere per poter collaborare con le propri forze divine all’opera della nuova creazione al servizio del Cristo

Nel periodo di San Giovanni la natura ci offre la possibilità di immergerci col nostro sentimento e con la nostra sensibilità, se solo lo vogliamo, nella vita spirituale che la compenetra, per essere iniziati ai misteri di Uriele, l’arcangelo dell’estate, “di Uriele la cui intelligenza propria è in sostanza formata dall’interpenetrarsi delle forze dei pianeti del nostro sistema planetario, sostenute dagli effetti delle stelle fisse dello zodiaco; di Uriele che veramente custodisce nel proprio pensare il Pensare Cosmico” (R. Steiner, L’esperienza del corso dell’anno in quattro immaginazioni cosmiche, quarta conferenza nella traduzione di Fabio Alessandri).

Ancora dalla quarta conferenza: “Si ha infatti una chiara impressione di questa figura di Uriele. Si ha una chiara impressione anche del suo sguardo. Si ha la più profonda nostalgia a comprendere questo sguardo di Uriele, singolarmente rivolto verso il basso: si ha l’impressione di doversi guardare attorno per comprendere il significato di quello sguardo. E si arriva a capire che cosa significhi quello sguardo solo se si impara come uomini a guardare spiritualmente ancora più a fondo nelle profondità bluastre risplendenti d’argento del terreno estivo. Laggiù si intessono vorrei dire in certo qual modo disturbando attorno ai raggi cristallini risplendenti d’argento, formazioni che ora si dissolvono e poi si condensano, formazioni che ora si condensano, ora si dissolvono di nuovo.

Ben presto si scopre e l’immagine deve essere per ogni uomo diversa che quelli sono gli errori umani che si mostrano quaggiù in contrasto con le regolari e in sé conseguenti figure dei cristalli della natura. E su questo contrasto fra la cristallizzazione della natura nella sua bellezza regolare e gli errori umani che sopra ad essa si intessono è rivolto lo sguardo serio di Uriele. Qui, in piena estate, si penetra con lo sguardo ciò che nel genere umano è ancora imperfetto rispetto alla regolare costruzione delle forme cristalline. Si ha così l’impressione, vorrei dire dallo sguardo serio di Uriele, che l’elemento naturale sia intessuto di moralità. Perciò non c’è solo l’ordine morale del mondo in noi stessi sotto forma di impulsi astratti, ma mentre di solito guardiamo all’esistenza della natura senza chiederci se viva moralità nella crescita delle piante, se viva moralità nella cristallizzazione, ora vediamo come in piena estate, anche nella natura, siano intessuti insieme gli errori umani e le regolari cristallizzazioni della natura, in sé conseguenti e consolidate.

Invece tutto ciò che è virtù, che è capacità umana, va in alto con le linee risplendenti d’argento e appare come le avvolgenti nubi di Uriele; si inseriscono per così dire nell’intelligenza risplendente come virtù umana trasformata in opera artistica, in plastica configurazione delle nubi.

Non si può soltanto guardare al serio sguardo di Uriele, allo sguardo che diventa serio attraverso le profondità della Terra, ma si può guardare anche a qualcosa che, vorrei dire, sono come braccia a forma di ali, o ali a forma di braccia, in atto di serio ammonimento e che agisce proprio come gesto di Uriele, che induce nel genere umano quella che vorrei chiamare coscienza storica. Qui, in piena estate, compare la coscienza storica che soprattutto all’epoca attuale è sviluppata in modo straordinariamente debole. Essa appare nel gesto ammonitore di Uriele.

La debolezza della nostra coscienza storica è incapacità di ricordare giustamente ciò che è avvenuto nella passata evoluzione del mondo e che ha posto le basi della nostra attuale esistenza. Questa debolezza può essere superata solo così:

Esercita il ricordare nello spirito nelle profondità dell’anima dove nel dominante essere creatore del mondo il proprio io nell’io divino ha la sua esistenza. E tu veramente vivrai nell’essere cosmico dell’uomo.

Questo ricordare nello spirito è in sostanza identico al rendere grazie che il Cristo rivolge al Padre. Ciò è confermato dalle parole: “Fate questo in mia memoria”.

Poiché domina il Padre Spirito delle altezze generando essere delle profondità del mondo: Serafini, Cherubini, Troni, fate risuonare dalle altezze quel che trova un’eco nelle profondità e dice: Ex Deo Nascimur.

La prima parte della Pietra di Fondazione della Società Antroposofica Universale è quindi in una relazione particolare coi misteri del Padre, che sono misteri eucaristici, nei quali si può apprendere la gratitudine per il fatto di poter vivere grazie alla Natura. Questa Natura non è altro che l’Essere Cosmico dell’Uomo, che può essere avvicinato nella piena estate. Ascoltiamo ancora dalla conferenza sulla festa di San Giovanni:

“Possiamo dire: l’uomo d’estate è immerso nella Natura. E se egli ha le giuste sensazioni e i giusti sentimenti per questo, dall’intessere della Natura gli viene incontro la spiritualità oggettiva, così che all’epoca di Giovanni per ciò che è veramente umano deve venir cercato l’elemento spirituale esteriore, oggettivo. Ed esso è anche del tutto presente nell’essere della Natura”.

In relazione a questa ricerca, ascoltiamo i versi relativi all’atmosfera di San Giovanni dal Calendario dell’Anima di Rudolf Steiner: la bellezza risplendente del mondo mi costringe dalle profondità dell’anima a liberare per il volo cosmico le forze divine della vita propria, a abbandonar me stesso cercandomi fiducioso nella luce cosmica e nel calore cosmico.

Gli elementi e gli esseri di natura, animali, vegetali, minerali, sono in realtà in principio, sull’antico Saturno, germi di esseri umani. Essi si sono sacrificati, sono rimasti indietro per costituire il fondamento naturale corporeo della nostra esistenza umana e consentirci di procedere speditamente nella nostra evoluzione verso l’Io Sono.

“Prendete e mangiatene tutti, questo è il mio Corpo, offerto in sacrificio per voi”.

Rudolf Steiner ci ha indicato la via per accostarci degnamente al Corpo di Cristo nel tempo dell’anima cosciente, in modo conforme alla giusta evoluzione umana. Quella via che era già indicata da Paolo nelle parole sopra citate: “L’uomo esamini se stesso e poi mangi il pane e beva al calice, perché chi mangia e beve la propria condanna, mangia e beve non distinguendo il Corpo”.

Ci ha insegnato a distinguere il Corpo, a osservare con la percezione chiara le parti separate del mondo per poi ricondurle all’unità grazie al pensare, che in relazione alla natura non può che essere il Pensare Cosmico, il Cristo cosmico operante nel passato; ci ha insegnato a riconoscere come i diversi esseri della natura compenetrati dall’intelligenza cosmica costituiscono nelle loro molteplici relazioni l’unico Corpo di Cristo.

Ma ci ha indicato anche come possiamo esaminare noi stessi, incamminandoci sul sentiero dell’autoconoscenza. Nel pane spezzato e distribuito ci sta di fronte non solo la molteplicità degli esseri che costituiscono in una sintesi armonica il corpo del Cristo, ma anche l’elemento divino che si è frammentato in ogni individuo, il quale costituisce una specie a sé nell’intero genere umano.

Ma tra gli individui non vive l’armonia naturale, vivono la disarmonia e la lotta. Da qui il sorgere della questione sociale.

Dobbiamo comprendere il significato della polarità esistente tra l’armonia nella natura e la disarmonia nel genere umano, per giungere a riunire in futuro questa polarità in una nuova armonia.

Questo compito ci è reso possibile dalla comprensione della seconda parte del sacrificio eucaristico, espressa dal Cristo con le parole: “Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue. Fate questo ogni volta che ne bevete in mia memoria”.

Nella narrazione che fa l’evangelista Matteo è riportata una sottolineatura: “Quindi prese il calice, rese grazie e lo diede loro dicendo: “Bevetene tutti; questo infatti è il mio sangue dell’alleanza, che è versato per molti in remissione dei peccati”. Il mistero del Calice e del Sangue è il mistero del Graal, è il mistero del perdono dei peccati, del correggere ognuno i propri errori umani senza accusare e condannare il prossimo, della nuova alleanza nel Sangue del Cristo, Sangue che è il veicolo dell’Io Sono. Questa nuova alleanza sarà nel segno dell’Io Sono, dell’Individua Libertà.

L’uomo deve iniziare col fare pace con se stesso, con l’esaminare se stesso. Questo è il percorso indicato ne “La filosofia della libertà”.

Solo dopo potrà portare la pace nella vita sociale e mangiare il pane e bere al calice coi suoi simili fraternamente e degnamente. Questa meta è indicata ne “I punti essenziali della questione sociale”.

Allora poi potrà essere recuperato anche il giusto rapporto con la Natura, la nuova alleanza con la Natura, il cui germe per il nostro tempo è stato posto da Rudolf Steiner nel corso sull’agricoltura, nella Pentecoste del 1924.

Tratto da “Albios”

Stefano Freddo

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