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di Piero Cammerinesi

Cos’è la felicità? Siamo in grado di definirla con precisione? 

I sinonimi – leggo dal dizionario dei sinonimi e contrari – sono molti:
gioia, serenità, tranquillità, benessere, appagamento, letizia, delizia, allegria, esultanza, fortuna, contentezza, beatitudine, successo, prosperità, buona sorte, soddisfazione, euforia.

Sulla base di tali espressioni viene da pensare che si parli prevalentemente di stati passeggeri dell’anima, non di una esperienza duratura indipendente da condizioni esteriori particolarmente benevole.

L’abbiamo mai provata nella nostra vita, la felicità come condizione duratura dell’anima?

Forse qualche ora, o qualche giorno particolarmente fortunato, o no?

Si tratta comunque di qualcosa che, una volta provata, si imprime nella nostra memoria – ti ricordi quella volta che…? – e che ci spinge a riprodurre quelle condizioni onde poter rivivere le stesse emozioni.

Tentativi che poi, quasi sempre, inevitabilmente falliscono miseramente. In fondo – come diceva Eraclito – :

               “Nessun uomo si bagna due volte nello stesso fiume”.  

Per forza, l’acqua del fiume è sempre diversa ed anche noi non siamo più quelli che eravamo solo pochi momenti prima.

Eppure questa ricerca della felicità sembra essere il motore di ogni azione umana, e non solo oggi.

Già alcuni secoli prima di Cristo, Epicuro – un vero cultore di questa tematica – scriveva nella sua “Lettera sulla felicità”:

            “La felicità è essere ciò che la natura ha previsto per noi”. 

Anche il grande Aristotele – quasi contemporaneo di Epicuro – si dedicò alla questione dell’umana felicità. Egli sosteneva che la felicità deve essere un fine e non un mezzo e che si tratta di una ragione di vita da perseguire per quello che realmente rappresenta e non con altri obiettivi. Per il grande filosofo greco, per raggiungere la felicità, bisogna agire senza perdere la via della virtù e operando il bene.

Scrive, infatti, Aristotele nell’Etica Nicomachea:

“Perfetto senz’altro è quel fine che viene sempre voluto per sé e non mai come mezzo per un altro. E tale sembra essere soprattutto la felicità: la vogliamo infatti sempre per se stessa e mai per altro”. 

Cerchiamo di perseguirla per se stessa, dunque. Anche se per felicità intendiamo sovente ben altro: bisogni soddisfatti, salute, successo, denaro, fama, prestigio, sesso, potere, ozio, sballo.

In ogni caso difficile – a prima vista – non concordare con quanto recita la costituzione americana a proposito della felicità:

“Tutti gli uomini sono stati creati uguali, che essi sono dotati dal loro Creatore di alcuni Diritti inalienabili, che fra questi sono la Vita, la Libertà e la ricerca delle Felicità…” 

Parole, contenute nella dichiarazione di indipendenza degli Stati Uniti del 4 luglio 1776, che hanno, in realtà, una origine italiana. Infatti, il diritto alla felicità di ogni individuo è un concetto del filosofo partenopeo Gaetano Filangieri che ne scrisse in uno scambio di lettere con Benjamin Franklin, Padre Fondatore degli USA, per passare poi nel testo definitivo redatto da Thomas Jefferson.

Diritto alla “ricerca della felicità”, dunque, che dovrebbe essere – nel pensiero dei Padri Fondatori americani, garantita dallo Stato, come la Vita e la Libertà di ogni singolo cittadino.

Non mi voglio inoltrare ora nelle sabbie mobili di una riflessione su come tali principi siano stati ampiamente traditi – e non solo nel Paese che li ha sanciti ma decisamente a livello globale – vorrei solo approfondire la questione del significato della felicità nelle nostre esistenze e nell’umanità nel suo complesso.

Ebbene, mentre stavo facendo delle ricerche su un argomento che mi sta particolarmente a cuore – il problema del male nella nostra epoca – mi sono imbattuto in un brano di Rudolf Steiner che in qualche modo affronta l’argomento da una angolazione, a dir poco, inconsueta.

Ecco il testo, tratto dalla raccolta di conferenze dal titolo “Impulsi evolutivi interiori dell’umanità. Goethe e la crisi del secolo XIX”:

“In Occidente c’è il pericolo di rimanere invischiati nella vita dei sensi, per cui la vita dei sensi diventerebbe priva di Io.
Infatti, se sulla Terra si volesse attuare solo la felicità, l’Io non potrebbe mai vivere sulla Terra.
Se il bene dovesse solo fondarsi sulla diffusione della felicità sulla Terra, si verificherebbe quanto segue, come dimostra l’esperienza dell’antica Atlantide: già verso la metà della civiltà atlantidea furono dati grandi impulsi che avrebbero portato alla felicità nel periodo successivo.
Gli uomini avevano visto nella sua forma, nei suoi effetti, quello che prima sentivano come l’impulso del bene, come una certa felicità”. 

Cosa intende Steiner con queste parole?

Semplice: che se gli uomini scambiano il bene per la sensazione che il bene attuato – per carità, conseguenza del tutto lecita – produce loro, vale a dire la felicità, questo non può che portare alla rovina, come nel caso di Atlantide.

Il bene è un elemento morale, la felicità – che ovviamente consegue interiormente da un atto morale – è un sentimento individuale.

Egli afferma addirittura che

“se sulla Terra si volesse attuare solo la felicità, l’Io non potrebbe mai vivere sulla Terra”.  

Vale a dire che gli Io umani non potrebbero più incarnarsi sulla Terra perché impediti da questa – diciamo così – felicità diffusa scambiata per il bene.

Ma Steiner prosegue così il discorso:

“Ecco allora che l’uomo si abbandonava alla felicità, l’uomo era assorbito dalla felicità. E la Terra dovette essere spazzata via, per così dire, in relazione alla cultura atlantidea, perché gli uomini avevano conservato, del loro impulso verso il bene solo la sete di felicità”.  

Dunque, più che perseguire il bene, gli uomini di Atlantide cercavano solo l’elemento individuale, egoistico, della felicità.

Ma quello che avvenne allora non fu che la preparazione, la premessa di certi impulsi che avrebbero dovuto manifestarsi nel futuro.

Prosegue, infatti, Steiner:

“Nel periodo post-atlantideo, Ahriman vuole ora instaurare direttamente una cultura della felicità. Questo significherebbe: spremere il limone e buttarlo via! – Se si fondasse una cultura rivolta solo alla felicità, gli Io umani non sarebbero più in grado di vivere. Felicità e bene, felicità e virtù non sono termini che possono essere scambiati tra loro”. 

Sta parlando qui della nostra epoca post-atlantidea e afferma che la “cultura della felicità” è un impulso ahrimanico inteso a fare in modo che sia sempre più difficile per gli Io umani scendere sulla Terra.

“Qui osserviamo – continua Steiner – i segreti profondi della vita. Ciò che è giustificato – fondare una civiltà che deve naturalmente portare a un certo grado di felicità umana – viene distorto in modo tale che la felicità stessa viene presentata come l’obiettivo da conseguire.
E una civiltà, che dovrebbe naturalmente portare l’anima umana a riconoscere soprattutto la morte e il male nella vita, viene così pervertita che fin dall’inizio il contatto con ciò che può produrre morte e male viene, per così dire, evitato, che la stessa corporeità è evitata.
E in questo modo si assecondano le intenzioni di Lucifero”. 

Da queste parole apprendiamo che nella nostra epoca il compito dovrebbe essere quello di “riconoscere soprattutto la morte e il male nella vita” mentre di regola cerchiamo di evitare accuratamente questi aspetti cercando solo il nostro appagamento individuale, in tal modo assecondando l’altro Ostacolatore, Lucifero, che ci vuole distaccare quanto più possibile dall’elemento fisico-sensibile.

Abbiamo qui un esempio della collaborazione dei due Ostacolatori che cercano di tirare – per così dire – le nostre anime per la giacchetta.

“Vedete, bisogna cercare di capire come funzionano le forze concrete nell’esistenza umana, cosa c’è in basso e d in alto rispetto alla vita cosciente dell’anima, soprattutto nella quinta epoca post-atlantica. E se conoscete questi leitmotiv, troverete già come capire molto, molto di ciò che accade”. 

Ora, se diamo per buone le indicazioni e gli impulsi di Rudolf Steiner intesi a sollecitare la comprensione della nostra epoca, dobbiamo chiederci se quanto descritto nei brani sopra riportati si si stia in qualche modo manifestando nel nostro periodo storico, appunto la quinta epoca post-atlantica.

Ebbene, mi pare evidente che la ricerca della felicità sia divenuta ai nostri giorni solo ricerca dell’appagamento egoico di ogni essere umano, sovente in aperto contrasto con quello dei propri simili.

Il vecchio principio del “mors tua vita mea”, declinato nel “la mia felicità a scapito della tua”.

Ma non è tutto.

Ci troviamo di fronte alla teorizzazione – ormai palese – non di una felicità conseguente al bene operato, ma di una felicità biochimica come obiettivo da raggiungere.

Se nella storia del pensiero umano vi sono stati degli impulsi satanici in alcuni scrittori – Steiner parlò della manifestazione di Ahriman nell’opera di Nietzsche “L’Anticristo” scritta quando lui era già nella tenebra della follia – leggere oggi le parole di un autore come Yuval Harari, sembra decisamente una conferma di tale eventualità.

Leggiamo insieme cosa scrive nel suo “Sapiens. Da animali a dèi”:

“Esiste un unico sviluppo storico che abbia un vero significato. Oggi, mentre comprendiamo finalmente che le chiavi della felicità sono nelle mani del nostro sistema biochimico, possiamo smettere di perdere tempo a riflettere di politica, riforme sociali, colpi di stato e ideologie varie, concentrandoci invece sulla sola cosa che può renderci veramente felici: la manipolazione della nostra biochimica”.  

Dunque, felicità non più come conseguenza interiore del bene realizzato, ma come manipolazione della nostra corporeità.

Non studio, ricerca interiore, riflessione, rette misure di giustizia sociale, ma intervento chimico sul nostro corpo.

Non vi pare che ci troviamo di fronte alla precisa volontà di realizzare il peggior scenario adombrato da Steiner?

“Se si fondasse una cultura rivolta solo alla felicità, gli Io umani non sarebbero più in grado di vivere.” 
Gli “Io umani” che non potrebbero più incarnarsi sulla Terra lascerebbero allora il campo ad una schiera sempre più numerosa di “uomini senza Io”. 

Gli uomini-locusta dell’Apocalisse.

Ancora Harari:

“Se investiamo miliardi per capire com’è fatta la chimica del nostro cervello e per sviluppare trattamenti adeguati, possiamo rendere la gente più felice di quanto sia mai stata prima, senza nessun bisogno di rivoluzioni. Il Prozac, per esempio, non fa cambiare i regimi ma, alzando i livelli di serotonina, toglie le persone dalla loro depressione”.  

Non importa, pertanto, secondo il nostro, che vi sia giustizia sociale, libertà individuale, benessere diffuso, quel che conta è alzare i livelli di serotonina nel nostro corpo.

Un mondo di drogati, dunque, è quello che auspica Harari, in cui non provare più alcun interesse per quanto ci circonda ma solo per il nostro stato di benessere fisico che lui chiama felicità.

Per motivare tale aberrazione dell’esistenza umana egli scomoda anche correnti di pensiero del nostro recente passato, come la “New Age”: 

“Niente coglie la questione biologica meglio del famoso slogan New Age secondo cui “La felicità comincia dentro”. Soldi, stato sociale, chirurgia estetica, belle case, posizioni di potere: nessuna di queste cose ti porterà mai la felicità. La felicità durevole viene solo dalla serotonina, dalla dopamina, dall’ossitocina”. 

In effetti, che la felicità ci venga dalla serotonina o dalla “realtà aumentata” del mondo virtuale, poco cambia; l’uomo è ugualmente ridotto ad una larva in cui l’esperienza dell’Io non può esplicarsi, mettendo a rischio l’intera evoluzione della civiltà.

Penso che dovremmo prendere coscienza di questo e restare svegli di fronte agli spaventosi rischi che la nostra cultura ha di fronte.

Questo significa non sottovalutare il consenso mondiale per le aberrazioni presentate in Best Sellers di autori come Harari, Kurzweil, Schwab, Malleret, in quanto tali aberrazioni, secondo il noto metodo della finestra di Overton, divengono progressivamente pensieri condivisi da fasce sempre più larghe di umanità.

Solo se una manciata di giusti sapranno comprendere il presente e mantenere dritta la barra della propria azione interiore ed esteriore potremo evitare i peggiori scenari sopra tratteggiati, che rappresentano, né più né meno, che una Guerra contro l’Uomo.

Questo è il nostro compito. 

Tratto dal sito “Libero Pensare”

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