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Libere riflessioni su termini che spesso usiamo come sinonimi 

Sei felice? Questa domanda e stata posta a quasi ogni uomo: innanzitutto da se stessi almeno una volta nella vita, e magari anche da qualcuno che aveva a cuore il nostro bene, come i nostri genitori, un amico, la persona amata.

Sulla ricerca della felicità sono state scritte tonnellate di libri e addirittura la moderna “civiltà” occidentale ha costruito su di essa, travisandone peraltro il significato, lo scopo della nostra vita.

Avere, possedere o apparire per essere felici. Ma al di là della nota dicotomia tra avere o essere, che quando si è squilibrata verso la prima opzione ha portato al consumismo ed a tutti i suoi eccessi che ben conosciamo, quello che interessa in questa sede è piuttosto approfondire l’essenza e il valore dell’obiettivo finale: ovvero la felicità e, più avanti, della gioia.

Da notare che la felicità è anche, ovviamente con ben altri termini e contenuti, uno degli obiettivi finali di quasi tutte le religioni: solo in Dio possiamo trovare la vera felicità, la Salvezza per esser felici, il Paradiso per la pace e la gioia eterna, ecc. Ecco, qui cominciano ad apparire anche la Gioia e la Pace. Nel paradiso islamico vi è anche il concetto di “piacere”, che invece nella nostra cultura occidentale cristianeggiante è più legato alle cose materiali, spesso con connotazioni riferite al concetto di peccato e quindi vissute con un certo senso di colpa. Fino alle reazioni libertarie (o libertine) della società occidentale attuale che rivendica il diritto al piacere, come via appunto alla felicità.

Felicità, gioia, piacere, pace:

tutti termini ritenuti normalmente positivi in parte utilizzati anche come sinonimi, sempre comunque dichiarati come obiettivi di vita pu con una discreta confiisione di fondo.
Cerchiamo allora di distinguere ed approfondire, partendo innanzitutto dall’analisi etimologica ed integrandola con alcuni utili riferimenti conclusivi che ci vengono dalla Scienza dello Spirito, di Rudolf Steiner.

Pace:

dal latino pczce77?, dalla radice sanscrita pczk-, pczg- che sìgriifica, legare, unire, saldare.
Da essa derivano poi i concetti di concordia, quiete, riposo. “La pace dei sensi”, intesa anche dalle percezioni. Il suo significato è quindi molto concreto, allo stesso tempo fisico e in parte animico.

Felicità:

deriva dal greco feo (-phyo, ossia produco) e dal latino felicitas, derivato a sua volta da felix-icis, “felice”, la cui radice “fe-” significa Abbondanza, Ricchezza, Prosperità. La parola felicità
è oggi per lo più associata al concetto di benessere e più spesso ancora, ad uno stato di benessere psico-fisico e materiale. Quando siamo felici, nel senso di soddisfatti, ovvero di “vita nel mondo”,
in genere ci sentiamo molto vitali. Ci troviamo quindi sul piano eterico.

Nell’ambito della psicologia modema in particolare, la ricerca sul tema della felicità prende una svolta decisiva a partire dagli anni ’80. Per esempio nel 1984 Ruut Veenhoven, della Erasmus University di Rotterdam, pubblica il World Database of Happiness, in cui misura il grado di felicità esistente nei vari paesi secondo una scala d’indicatori intemazionali (121 casi in 32 paesi).

Piacere:

nata dall’uso del verbo piacere come sostantivo. A sua volta tale verbo proviene dal latino placère, cìoè aggradare, andare a grado, talentare,  nel senso di esser piano liscio. E infatti dall’idea
di essere piano, liscio, unito, deriva quella di essere dilettato, accarezzato (vedi Placido e cfr. “placare”).

E quindi piacere nel senso di “trovare soddisfazione, diletto”. In questa parola sono quindi evidenti i contenuti animici, ovvero appunto ciò che ci piace o non ci piace, il bello e il brutto, ciò che ci attrae o ci disgusta.

Gioia:

qui le origini sembrano meno certe. La maggior parte dei vocabolari etimologici propongono la derivazione da provenzale joie, a sua volta discendente dal latino jocus che significa “gioco” (ovvero tutto ciò che produce voluttà e piacere) o da gaudium (gaudio, allegrezza).

Altri riferimenti sono anche l’arabo giohar = gemma, pietra preziosa. In effetti anche in italiano un altro significato di gioia è appunto quello di gioiello.

In greco gioia si pronuncia charà o harà  mentre è interessante il vocabolo greco evdemonia o eudaimonia, una parola più formale che oggi non si usa quasi più ma che sta a significare “una gioia immensa”.

E proprio dal greco charà derivano le mitologiche Cariti, divinità figlie di Zeus e di Eurinome, o di Zeus e di Era, chiamate dagli antichi romani Grazie, poiché riferite a tre personificazioni della bellezza armoniosa e della grazia femminile: Eufrosine, “la Gioia”, Aglaia, “lo Splendore” e Talìa, “la Floridezza”.

Esse seguivano Afrodite ed erano compagne delle Muse. Non occupano molto spazio nella mitologia e sono delle astratte personificazioni della bellezza, della gentilezza e dell’amicizia, introducendoci quindi a qualità più di tipo spirituale.

Questo piano di lettura viene poi esplicitamente confermato dall’analisi semantica dell’antico sanscrito, dove il termine “gioia” si diceva yuj (lo stesso da cui deriva la parola yoga), generalmente tradotto come “unione dell’anima individuale con lo spirito universale”.

Peraltro questo termine ha un significato piuttosto esteso, dal momento che significa anche veicolo nel senso di mezzo, metodo, trattamento, concentrazione mentale, disciplina, pratica dello yoga, estasi mistica. Siamo comunque chiaramente sul piano spirituale.

C.S.Lewis, lo scrittore amico di J.J.Tolkien ed autore de “Le cronache di Narnja”, definisce la gioia come ” … un desiderio inappagato che è esso stesso più desiderabile di qualsiasi appagamento”, riconoscendo la differenza sia con la felicità che con il piacere. Ed evidenziando con questi due sentimenti un solo aspetto in comune: il fatto che chiunque l’abbia provata (la gioia) vorrà provarla nuovamente. E prosegue: ” … dubito che chiunque l’abbia mai sperimentata la scambierebbe mai, ammesso che fosse in suo potere, con tutti i piaceri del mondo. Ma, mentre il piacere lo è spesso, la gioia non è mai in nostro potere”.

Quindi, se non è in nostro potere, chi ha le “chiavi” della Gioia (a questo punto in maiuscolo)?

E ancora: mentre il piacere è prevedibile, la Gioia sorprende, spiazza e giunge quasi sempre inattesa.

La potenza della Gioia è immensa e immane e chi la prova (pensiamo alle vite di molti mistici) è disposto a rinunciare a tutto pur di trovarne la Fonte e rimanerne collegato. La Gioia sostiene, plasma e trasforma, ma nel pieno rispetto dell’individuo (ovvero dell’Io) e della sua libertà.

E’ quindi delicata, attenta e discreta, ma anche implacabile e sa trovare la strada anche dove sembra non ci sia: tutte doti che ci indicano che dietro di essa agisce la Madre Celeste, ovvero la Sposa. Meglio, che essa “E’ ” la Sposa.

Le Tre Grazìe, di Antonio Canova

La Gioia non agita, non ostenta, anche perché è quasi sempre difficilmente spiegabile a parole, ma piuttosto “traspare”, “emana”, ovvero è percepibile attraverso una comunicazione non verbale. Non a caso la gioia si può leggere soprattutto negli occhi delle persone toccate da essa, assieme ad una serena compostezza.

Possiamo a questo punto tentare una sintesi finale più in chiave antroposofica. Secondo quanto sin qui detto potremmo riconoscere i seguenti 4 ambiti principali:

 

 

 

 

 

E se la Gioia è legata al Fuoco­Spirito essa ha assonanze anche con l’etere del Calore: non a caso una persona gioiosa (pensiamo alla gioia naturale e innocente dei bambini) scalda il cuore e rende un ambiente attraente, facendo desiderare agli altri di non lasciarlo (” … Signore, è buona cosa per noi restare qui; se vuoi, farò qui tre tende, una per te, una per Mosè e una per Elia”- Mt, 17- 1,8).

Ma con il calore, ci dice lo Steiner, nasce l’antico Saturno, che è a sua volta il creatore del Tempo. E in particolare il Tempo collegato alla Gioia è il tempo futuro (in quanto quando il Tempo entra nello Spazio è l’etere di Calore che genera e rigenera lo Spazio).

E infatti la Gioia crea prospettiva, potremmo dire che crea “spazio in avanti”: ecco perché una persona che fa una cosa con gioia, fosse anche un anche un lavoro sgradevole, non ne sente il peso, proprio perché lo spazio in avanti alleggerisce, rende il giogo “soave e il peso leggero”  (Mt 11, 29 – 30).

Infine sappiamo che il mistero del Tempo è legato alla virtù dell’Amore, che è anche una delle mete evolutive dell’Uomo (la Libertà nell’Amore).

Ecco allora, per proprietà transitiva facilmente intuibile che la Gioia è strettamente legata all’Amore. E infatti non vi è vero Amore che non porti con sé vera Gioia. Abbiamo detto che la Gioia trasforma: per chi è pronto a riceverla essa è anche estremamente contagiosa.

Sono quindi auspicabili grandi epidemie di Gioia in Italia e nel Mondo. Possa dunque essere per tutti un tempo indimenticabile dove la Gioia, pur nelle inevitabili difficoltà, possa orientare i cuori degli uomini e sostenere i loro spiriti.

Armando Gariboldi

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