Conclusione degli incontri sul Senso della Vita   

Il tema finale del nostro ciclo di incontri sul Senso della Vita è un tema forte: parleremo del viaggio nel deserto della solitudine. Questo incontro completa il viaggio iniziato la volta scorsa, quando ci siamo addentrati nel bosco. Questo è l’ultimo degli incontri del Senso della Vita ed arriviamo effettivamente ad un punto cruciale, punto in cui vi chiedo di accompagnarmi per cercare di entrare in un diverso punto di vista sul tema della solitudine. Cercherò di caratterizzarlo in più modi, ma soprattutto attraverso questa metafora dell’anima, che è il deserto, perché è in realtà ciò che veramente si sperimenta.

Vorrei iniziare con una introduzione poetica, che ben rappresenta la ferita della solitudine. Quando si parla di solitudine si pensa alla ferita di essere soli, di essere “solo”, che è una ferita composita: essa infatti racchiude in sé le due ferite archetipiche del rifiuto e dell’abbandono. Noi ci troviamo nella solitudine perché ci sentiamo rifiutati dagli altri, in archetipo dal genitore che ha il nostro stesso sesso, e ci sentiamo abbandonati dagli altri, in archetipo dal genitore del sesso opposto.

Questi sono archetipi.

Chiaramente può capitare che sia nostro padre che madre ci abbiano inizialmente fatto provare queste ferite. Nella solitudine noi abbiamo una miscela di tutte e due le esperienze ed esse aprono il campo delle ferite.

Questa poesia di Salvatore Quasimodo dice tutto.

“Ognuno sta solo sul cuor della Terra trafìtto da un raggio di sole: ed è subito sera. “ Notiamo come la parola “trafitto” richiami il tema della ferita. La solitudine è da considerare seriamente e fa parte di un mood, di una disposizione d’animo, chiamato spleen, “milza” appunto, che è l’umore malinconico, quella che in antico veniva chiamata la bile nera. La bile nera veniva prodotta dalla milza secondo gli antichi i quali, pur non disponendo di ecografie, o TAC o risonanze, hanno colto un aspetto interessante: il sangue va a morire nel “cimitero” della milza e andrà a produrre il succo biliare, un umor nero, una “feccia” nera, una minaccia che si deposita nel fondo dell’animo umano e che fa parte di questo elemento malinconico che costituisce l’anticamera della depressione.

Nel depresso c’è molto realismo. Il depresso è un realista per eccellenza e ci dà impressione di infangarci troppo nella realtà, ma in questo realismo egli affonda, perché perde l’equilibrio di bilancia con l’idealista e queste due concezioni della vita cozzano invece di armonizzarsi.

Le previsioni dicono che tra qualche anno la depressione sarà la patologia per eccellenza, per cui cogliere questo elemento della solitudine è importante.

Immaginate di guardare dall’alto una città frenetica come NewYork e di sentirvi un’isola, una parte isolata in un mare di folla. In questo “mare di folla” proviamo ancora di più questo senso di solitudine, di dispersione, di inutilità, di … “ma che ci sto a fare qui?”, di inesistenza. Possiamo guardare un gruppo di persone in metropolitana, per esempio. Ognuno sta fissando il proprio Smartphone. Oppure al ristorante, la stessa situazione tra chi è seduto a una stessa tavola… si vedono tanti esseri soli.

Mark Twain caratterizza molto bene questa condizione quando dice:

“La peggior solitudine è non essere a proprio agio con sé stesso. “

Qui inizia la svolta per cercare di comprendere il nostro profondo bisogno di riconoscere, fin sul piano fisico, da dove nasca la solitudine. Essa nasce da Saturno interno, che è rappresentato dalla milza. Questo organo si trova a sinistra del nostro corpo, sotto le costole. Sembra un organo non essenziale, perché sappiamo che si può anche asportare senza compromettere la vita dell’organismo. Quest’organo si trova a sinistra, controbilanciando la posizione del fegato, ed ha una funzione interessante in sé: ha un rapporto col sangue e con la linfa, ha dentro “polpa rossa” e “polpa bianca”.

Possiamo dire che la milza ha dentro di sé i due rappresentanti dei liquidi più importanti del nostro corpo: un liquido digestivo, la linfa, che poi si riversa in un liquido, il sangue, che porta in sé il film della nostra esistenza, il film delle nostre emozioni. La milza racchiude tutto questo, è il “cimitero” dei globuli rossi, e ha un rapporto particolare con le piastrine, che fanno pure parte del sangue. Oggi si sta scoprendo una particolare relazione tra alcune sostanze prodotte dalle piastrine e alcune sostanze che inducono il buonumore o il malumore.

Gli antichi avevano visto lungo, oggi biochimicamente scopriamo che ci sono produzioni ormonali da parte delle piastrine che hanno una relazione particolare con la milza stessa.

Ricordiamoci che in questo organo si esprime massimamente la nostra chiusura in noi stessi, il nostro isolamento. Questo organo, in quanto Saturno interno, si isola di per sé, eppure ha una relazione massima con tutto il sistema immunitario, è anzi uno degli organi più importanti del sistema immunitario ed ha a che fare anche col timo. Guarda caso, se andiamo a cercare in embriologia comparata, campo di ricerca interessantissimo, e mettiamo in paragone come si sviluppa la milza negli animali e nell’uomo, troviamo che in alcuni pesci la milza si trova incassata nello stomaco, in altri pesci si trova incassata nell’intestino.

Gli orientali già parlavano di meridiano stomaco-milza­pancreas, avevano infatti la capacità di vedere lontano. È poi interessante che questa milza, nell’evoluzione comparata, si separa, si isola e va a costituire un nucleo dove pulsa e impulsa dentro di sé sangue rosso e sangue bianco e poi impulsa la digestione. È un organo fondamentale. Quanti malumori nascono da una cattiva digestione? La milza ha un ruolo fondamentale in tutto questo. Anche su un piano fisico-biologico questo mood, questo spleen, è legato alla milza (la parola spleen vuol dire appunto proprio milza, clamorosamente il genio della lingua inglese si esprime in maniera ambivalente per lo stato d’animo e per l’organo).

La milza è un organo individualizzatore. Se c’è un organo individualizzatore possiamo supporre che ve ne sia anche uno socializzatore, quello che entra in contatto con gli altri: i polmoni. L’organo socializzatore per eccellenza sono i polmoni.

Non a caso nella nostra scienza alchemica i polmoni sono caratterizzati come il mercurio. Chi ha doti mercuriali ha doti di relazioni sociali, il commerciante per esempio, e si dice anche il medico, insomma chi sa porsi in relazione. Questo equilibrio tra milza e polmone deve essere giocato molto bene nel corso della nostra vita eppure la solitudine è una esperienza di vita che ci può colpire in alcuni anni della nostra biografia.

Qualcuno potrebbe dire: “per tutta la mia esistenza sono stato solo”. Ma proviamo a chiedergli: sei stato “solo” o “da solo”? C’è differenza, una differenza che possiamo cogliere in questa espressione di O. Wilde, che ci alleggerisce:

”Mi piace chiacchierare da solo, mi consente di risparmiare tempo ed evita discussioni. “ Wilde ha detto “da solo”, non “solo”, e in effetti è vero: c’è una sottile differenza che però va colta.

Quando diciamo “io sono solo”, “io mi sento solo”, “io sto solo”, esprimiamo la ferita della solitudine. Se diciamo invece “da solo” esprimiamo già qualcosa di diverso. Prima di arrivare ad approfondire questo dobbiamo però entrare nel deserto e, prima di farlo, vorrei caratterizzare alcune diverse forme di solitudine.

La solitudine si confronta inevitabilmente col tema della comunicazione. È curioso che ora esista la facoltà di Scienze della Comunicazione, proprio ora in questa epoca in cui la comunicazione si è ampliata a dismisura e nello stesso tempo viviamo l’incomunicabilità tra esseri umani come non si è mai vissuta, con tutte le possibilità di comunicazione di cui disponiamo oggi.

Il tema della comunicazione è tale che noi possiamo riconoscere tra chi ci viene incontro coloro che temono la solitudine, che sono i cosiddetti “attaccabottoni”. Li avete presente? Sono quelli che non vi lasciano più andare, voi iniziare a scalpitare, a guardare nervosamente l’orologio, ma lui non vi molla e vi ha agganciato dentro il mare delle sue domande, degli aneddoti che ha da raccontare, infiniti nei più piccoli dettagli. Questa personalità nella floriterapia di Bach si chiamerebbe Heather. In tutto questo, però, se questa persona si ritrovasse nel deserto non avrebbe con chi comunicare, perché telefonino e tablet nel deserto non funzionano.

Vivere l’esperienza del deserto è particolare, ci siete mai stati? Io l’ho provato in Perù, è stato molto particolare. A un certo punto non avevo più punti di riferimento, ho perso completamente l’orientamento, tutto era uguale, non c’erano riferimenti spaziali e temporali. L’orologio, il cielo e la terra non servono più.

Con questa esperienza si comprende anche l’esperienza di essere nella solitudine, di essere cioè fuori dallo spazio e fuori dal tempo, le due coordinate principali.

Chi entra nell’esperienza dell’Alzheimer vive questa condizione di essere oltre lo spazio ed oltre il tempo e questo ci ricorda l’importanza di sapere navigare oltre spazio e tempo anche quando li abbiamo bene incarnati in noi e ci circondano. Significa entrare in una dimensione di “Oltre” in cui tra poco ci avventureremo.

Nel deserto si possono fare incontri con animali, piante minerali e si può fare l’esperienza del miraggio. Ci sono vari tipi di miraggio. La cosiddetta “fata morgana” è la miscela di due tipi di miraggio. È uno di quei tipi di esperienza che ha a che fare col tema delle illusioni, tema che abbiamo trattato in passato, il tema di vivere determinate situazioni con aspettative e trovarsi, allo svanire del miraggio, nell’esperienza della delusione.

Il miraggio è un po’ così ma è una esperienza sensibile, reale. D’estate lo possiamo sperimentare se guardiamo al fondo stradale appena asfaltato: ci sembra quasi che ci sia una pozzanghera dove non c’è; questo è un effetto della rifrazione dei raggi solari sull’asfalto. Immaginiamo quell’effetto moltiplicato mille volte in un deserto, dove improvvisamente potete avere l’esperienza di un’oasi che però in realtà è un miraggio.

In questo miraggio che si esprime su un piano dell’esperienza del deserto dove possiamo trovare la solitudine? Nella maya della compagnia. Io ho compagnia ma in realtà sono solo. Quanto gli altri conoscono me? Quanto io conosco gli altri? Quanto sto con gli altri? So stare con gli altri “solo” o “da solo”? La qualità della compagnia nasce infatti da esseri che sanno stare “da soli” in compagnia. Essere solo in compagnia è un’esperienza dolorosa, un’esperienza che ci fa illudere di essere in compagnia mentre in realtà siamo soli. Se invece sappiamo stare “da” soli in compagnia allora abbiamo superato il miraggio, siamo nell’esperienza dell’oasi alla quale perverremo fra poco.

Una delle classiche situazioni in cui possiamo sperimentare di essere soli in compagnia è la situazione di coppia.

Vorrei citare due frasi, la prima è di Cechov: “Se avete paura della solitudine, non sposatevi”.

Rilke è invece meno scherzoso ma ci apre l’oasi nella quale poter vivere anche in coppia da soli: “Un buon matrimonio è quello in cui ciascuno dei due nomina l’altro custode della sua solitudine”.

Questa dinamica però si può anche allargare oltre la coppia, al gruppo di amici, alle costellazioni di una famiglia, a fratelli e sorelle. In qualche modo anche fra Caino e Abele Caino si presenta questa dinamica, Caino risponde a Dio: “Sono forse il custode di mio fratello?”

Questo tema è molto intrigante, è un tema delle relazioni affettive da vedere non solo in coppia ma nelle relazioni parentali e amicali, ben consapevoli che esistono livelli di amicizia diversi. Abbiamo in precedenza caratterizzato il tipo “attaccabottoni” come colui che ha paura della solitudine ma c’è anche chi ama la solitudine, chi ama stare da solo.
Non “solo”: “da solo”.

Questi sono, in floriterapia, i tipi Water Violet, cioè quei tipi che sanno vivere, per così dire, nell’aristocrazia del silenzio, che clamorosamente sono amati dagli altri, ricercati.

Generalmente molto gentili e allo stesso tempo capaci di darsi agli altri vogliono però prendere i propri spazi, isolarsi, avere il proprio angolo, il proprio spazio di silenzio per potersi ritrovare. La solitudine non è infatti un’esperienza che ha sempre dietro una ferita, c’è anche chi ama tale esperienza. Quando però tale situazione viene esasperata può anche giungere al farci disprezzare gli altri e queste persone rischiano di diventare “soli” e non di vivere “da soli”.

Poi c’è un terzo personaggio, che in ambito floriterapico è l’Impatiens. È un tipo veloce, arriva alle cose prima degli altri nel fare, nel dire, non ha tanta pazienza e preferisce fare da sé quello che gli altri dovrebbero fare e farebbero più lentamente.

Così lo fa e gli altri lo lasciano solo così lui finisce per diventare .. ; una rosa del deserto. La rosa del deserto non si trova affiorata in superficie, se no si squaglierebbe: si tratta infatti di formazioni a base gessosa. Chi le cerca le trova a certe profondità del terreno desertico. Impatiens è un po’ così e in fondo è quello che Giorgio Gaber diceva:

“I soli sono individui strani, con il gusto di sentirsi soli fuori dagli schemi. Non si sa bene cosa sono: forse ribelli, forse disertori. Nella follia di oggi i soli sono i nuovi pionieri”.

In realtà nella solitudine spesso nascono coloro che portano qualcosa di originale. Il pioniere rappresenta qualcuno che ha il coraggio di trovare il sole in sé e di manifestarlo all’esterno, manifestando così la luce che ha in sé, che ognuno di noi ha in sé. Nel momento che uno diventa pioniere di un’idea che sa portare avanti e concretizzare, porta in sé una carica di originalità di cui oggi il mondo ha più che mai bisogno. In questo senso Gaber, nella sua malinconia, poteva cogliere chi ha dentro questo mood.

Nel deserto abbiamo parlato di mondo minerale, vegetale e animale. Nel deserto ci sono scorpioni e serpenti. Ci sono anche piante. La rosa del deserto è infatti anche il nome di una pianta che da noi cresce poco, non riuscendo a svilupparsi a pieno, e che fa fiori rosa molto belli.

Nel deserto esiste anche un metallo pregiato, ed è l’oro. Si trova nella sabbia, e sotto il sole cocente non è facile raccoglierlo, ma questo oro è diffuso su tutta la terra, è l’unico metallo diffuso su tutta la terra come nessun altro metallo ed è presente in dimensione omeopatica, in cosiddetta “ottava dimensione”, dovunque. Quello che è importante in un farmaco omeopatico non è tanto la diluizione quanto la dinamizzazione. Si dice che Hahnemann, il padre dell’omeopatia moderna, facesse 18 succussioni al minuto per circa 4 minuti, quindi 72 in totale, in ritmo sincronizzato col suo respiro, che è il ritmo di pulsazione regolare del cuore. Lo stesso accade per l’oro del deserto: non è tanto importante quanto è diffuso ma quanto lo dinamizziamo in noi stessi.

Esso non è altro che il sole. L’esperienza della solitudine ha dentro il sole. Ed è curioso che la nostra lingua italiana ci additi una via d’uscita dalla solitudine dall’essere “solo”, per raggiungere la solitudine dell’essere “da” solo.

Citerò per voi una triplice Via Mistica che viene da Aristotele, la “Via dei Tre Passi”, che cercherò di aggiornare ai nostri tempi: una via terapeutica per la solitudine.

È una via che contempla, come per tutti i dolori, un’esperienza difficile per chi è disposto a volerla compiere e questa esperienza inizia con l’entrare, l’immergersi, nel dolore della solitudine. Qui già molti rinunciano: “Scegli tu di star solo, io prendo piuttosto un antidolorifico”.

Il secondo passo che dobbiamo aggiornare affinché sia aperto a tutti è sperimentare Dio in assoluta solitudine. Lo tradurrei con sperimentare “Io” in Dio ma questo Dio oggi si può anche tradurre come l’Angelo o come la Guida.

Non è necessario essere a tutti i costi credenti per seguire questo secondo passaggio chiave, che è il passaggio di svolta. Trovare la Guida significa che noi abbiamo necessità di ritrovare nella nostra biografia quella persona che riconosciamo esserci stata da guida.

Ognuno ne ha una e se anche non è qui presente sul piano sensibile noi la possiamo evocare, attivando il rapporto, così la Guida si fa presente a noi attraverso le sorprese che ci può dare, le stesse sorprese che ci porta l’Angelo.

Io riconosco di avere un angelo che svolge con me il filo d’oro del mio destino, che a un certo punto si è allontanato e poi ritorna, per accompagnarci in un altro passaggio importante. L’Angelo rappresenta quello che custodisce il segreto della nostra vita, quello che noi veramente vogliamo richiamare dal futuro.

Questo concetto necessita un approfondimento: solo quando acquisiremo la profonda consapevolezza che le cause di quello che viviamo sono il futuro e che le conseguenze, gli effetti che noi oggi sperimentiamo, sono il passato, e che la relazione di causa-effetto è il presente, avremo cambiato punto di vista.

Noi sosteniamo che prima c’è la causa e poi l’effetto. E se invece spostassimo temporalmente l’effetto dal passato al futuro? Ciò cambierebbe la nostra visione della vita, del mondo, delle relazioni fra noi e gli altri. Provate a pensarci e se cambiate in questo modo la relazione causa-effetto di qualsiasi evento importante della vostra vita voi vivete in una dimensione del presente che va oltre lo spazio e il tempo.

Iniziate ad avere l’opportunità di andare oltre lo spazio e il tempo perché avete rotto l’antica logica della causa che è da ricercare nel passato e dell’effetto che è da ricercare nel futuro-presente. Il segreto è vivere in questa relazione causa – effetto. Certo, è un romperci la testa, è un altro punto di vista.

Un esempio può essere visto in una qualsiasi malattia, oltre che per una guerra o un litigio familiare. Se mi abituo a pensare che anche una malattia che è insorta non è stata causata dal fatto che ho avuto contatto con delle radiazioni o dei batteri ( … questo sì, non è che vogliamo negare questo nesso causale, ma noi ci vogliamo spostare su un altro piano e guardare invece quello che potrà accadere in futuro), se Io esplicito che “la causa è il futuro”, allora io ho la mia attenzione “dal futuro” e quindi sono proiettato a guardare il futuro e volerlo vedere realizzato nel presente.

Quando di fronte ad una malattia io inizio a non dire più che è una maledizione, una sfortuna, e inizio a poter pensare che invece non è solo una opportunità ma un aiuto o addirittura una benedizione, è perché io sto guardando a quello che nel futuro mi capiterà, in quel futuro solare che mi aspetta.

Naturalmente ciò deve avvenire al di fuori di ogni aspettativa e di ogni illusione. Io ho necessità di guardare in questo modo per attivare le mie risorse terapeutiche, le mie risorse di forza.

Allora, da questo punto di vista, posso anche sostenere una esperienza dolorosa come quella della solitudine, allora io riesco a stare “da solo” e non più a stare “solo”. Provate semplicemente a ragionare così rispetto a quelli che sono stati episodi drammatici ed eventi traumatici della vostra vita e se questo evento è accaduto lontano nel tempo tanto meglio, perché avrete avuto la possibilità di vedere anche un pezzo di futuro, di quello che al tempo dell’evento era futuro e che oggi è passato, e in realtà può essere stato anche la causa del trauma che avete vissuto. Questo nella storia sociale dell’umanità è una costante, però prima di pensare alla storia sociale dobbiamo saper gestire la storia individuale e la storia individuale si comprende quando cambiamo il punto di vista.

Ricapitoliamo i precedenti pas­saggi:

Primo: immergersi nel dolore della solitudine.

Secondo: scoprire il Dio in me, nella piena solitudine.

Il terzo passaggio è: con perseveranza scoprire la forza di illuminazione che è in me.

Qual è questa forza di illuminazione? Il Dio in me, l’Angelo in me.

Per comprendere questo e per chiudere il nostro cerchio torniamo alla milza. La milza è un organo molto spirituale, ecco perché se ne può fare a meno fisicamente, per certi versi. Essa è più spirituale del cervello, del cuore e del fegato. La milza è chiamata l’organo del Sé Spirituale, l’organo dell’Io Superiore, solo che noi siamo ancora immaturi nel confronto di questo Io Superiore, ecco perché molti di noi entrano nell’esperienza della depressione, del mood malinconico.

Alcuni la vivono bene, altri malissimo, ma in realtà la solitudine è una chiamata solare perché, in questo senso, la milza deve diventare “nuovo sole” e questo nuovo sole è il terzo passaggio che aveva a suo tempo identificato Aristotele nella triplice Via Mistica da attraversare nella solitudine.

La grande risorsa che ci può derivare da questo è quella che produce una grande qualità, perché quando arriviamo al terzo passaggio noi finalmente produciamo entusiasmo (parola greca che significa “in Dio”), significa che “Io sono massimamente illuminato perché in questa esperienza della solitudine ho scoperto la divinità che c’è in me, l’essere spirituale che è in me”.

Finalmente mi sono connesso con la realtà spirituale e ho dovuto passare per l ‘esperienza del buio per ritrovare la luce, perché ciò è inevitabile. Ho finalmente illuminato la luce nella milza e ho fatto sì che essa potesse svolgere fino in fondo il suo ruolo. In un certo senso l’entusiasmo, quando è nato in questo contesto, è la vera forza trainante per l’uomo che non solo aiuta a superare la solitudine, perché è stata superata nel momento in cui sappiamo stare “da soli”, ma inoltre in questo momento abbiamo la possibilità di incontrare l’essere divino che c’è in noi, che è l’essere prezioso, l’oro del deserto, che può essere ritrovato in questo organo che finalmente assume un’altra funzione e può svolgere il suo ruolo, anche se non è più presente fisicamente, anche se è stato asportato.

Clamorosamente, chi non ha più la milza vive l ‘esperienza del cieco, esperienza in cui egli può sviluppare una nuova luce, una esperienza in cui egli è consapevole che non ci sono solo i colori che conosciamo, quelli sensibili – materiali, ma ci sono altri colori che non sono visibili e che possono essere percepibili quando non abbiamo più l’ostacolo di una visione sensibile, perché si va oltre la maya, oltre quello che è l ‘illusione di quello che appare.

Ultima cosa prima di riassumere il tutto.

Voglio ricordare una individualità particolare, Friedrich Nietzsche, il quale disse: “Ci manca un ‘educazione alla solitudine”.

Egli invita i maestri, gli insegnanti, ad educare alla solitudine. Questo è uno strumento pedagogico molto importante perché farà sì che i futuri esseri umani adulti saranno in grado di stare da soli in qualsiasi situazione ed evenienza.

In questa chiamata pedagogica ritroviamo l’esperienza del deserto vissuta a cuor leggero. Anche se ne conosciamo la dolorosa biografia dobbiamo ammettere che questa è una delle perle che egli ha portato all’umanità.

Questa esperienza della solitudine oggi tende ad aumentare inevitabilmente. La vita frenetica di oggi esce dai ritmi regolari e questo uscire dai ritmi viene patito dalla milza.

La milza in qualche modo deve armonizzare il processo digestivo con il processo circolatorio. La milza è il cuore del sistema del ricambio. La milza è vicina al “polmone” del ricambio, che è il pancreas, e comunica col “cervello” del ricambio, che sono i reni. In questa triade particolare si gioca molto della digestione del cibo, dell’aria e anche degli eventi, perché naturalmente quando parliamo di digestione vogliamo intenderlo in senso ampio.

Se la milza è questo cuore nascosto che vive in noi, essa è un cuore saturneo, un cuore antico, molto antico, questo cuore viene da un’epoca antichissima dell’evoluzione della terra dove tutto era Calore, un Calore nella Tenebra, in quanto la Luce non era ancora nata.

L’esperienza del cuore che facciamo con la milza è un’esperienza del cuore che facciamo nella tenebra della solitudine e questa tenebra deve far schiudere la luce aurorale di questo nostro essere, essere che finalmente riconosce il proprio sole che attende di potere illuminare l’esistenza sua e degli altri: allora questa esperienza diventa una esperienza fondante, forte. Con questa esperienza così presentata voglio congedarmi da voi.

C’è da portare molto rispetto a chi vive l’esperienza dolorosa della ferita. Quasimodo ha questo rispetto quando dice ” .. trafitto da un raggio di sole, ed è subito sera” perché naturalmente questo raggio di sole penetra nella terra, riscalda la terra.

La Terra porta un Calore vivente, la Terra è Tenebra ma porta il Calore vivente del Sole, lo rende vivente, perché se non fosse vivente non riuscirebbe a schiudere quel seme che rappresenta il nostro ego. Il nostro ego ha bisogno di schiudersi, di morire all’Io Superiore e, fintanto che questo Io Superiore non lo riconosce in sé, è perché naturalmente non riconosce neanche il valore di una Guida che ha ricevuto nei primi anni della propria vita, nell’ adolescenza e nella maturità.

A un certo punto c’è sempre una persona che ha svolto questo ruolo di Guida e che in qualche modo ci ha anticipato. Riconoscerlo è importante perché diventa, come dire, “l’Angelo con le scarpe”, con i piedi per terra. Può essere un genitore, un amico, una persona che in genere ci ha preceduto anagraficamente. Questo è uno dei passaggi importanti da ricostruire per attraversare i tre passi che propone Aristotele e che fa trovare anche a noi la possibilità di una soluzione della solitudine.

Grazie a tutti.

Angelo Antonio Fierro

Medico Antroposofico

Rivista “Albios”

 

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