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L’oggetto, il tema, il concetto, o l’imagine, o il segno di luce, o il simbolo, che il discepolo consegue come finale della concentrazione, deve stargli dinanzi obiettivamente: non ha importanza quale forma o che non abbia forma.

Egli non deve preoccuparsi di vedere qualcosa con una forma, ma di vedere dinanzi a sé il quid che simboleggia formalmente o informalmente la sintesi-pensiero.

Questo quid può anche essere un nulla, e tuttavia esserci, come impercepibile voluto.

Questo quid va contemplato con calma, con decisione, con il massimo dell’attenzione, con continuità sottile di volontà: curando al tempo stesso uno spontaneo riposo in sé: un distacco contemplativo, che realizzi la potenza della profonda inerzia, o ATARASSIA (vedi voce), presso alla intensa attività incorporea obiettivata grazie alla concentrazione.

Questa intensa attività incorporea è in sostanza l’identità originaria dell’Io con le cose, destantesi, sia pure per breve momento.

Il discepolo comprende l’importanza di contemplare il segno-simbolo in stato di purità silenziosa.

Tale purità è in sostanza l’indipendenza dell’Io dall’anima: la concentrazione infatti si realizza nella misura in cui non sia alterata da sentimenti, ricordi, tensioni, psichismi, stati psicosomatici.

Come una formula matematica, arida e obiettiva, tersa di psiche, epperò extra-soggettiva, il segno-simbolo deve stare dinanzi allo sperimentatore, con la sua invisibile luce, escludente qualsiasi elemento animico personale.

La vera forza è mantenere fuori di sé nella sua intatta adamantinità, o nella sua assoluta impersonalità, il segno di luce.

Esso è il simbolo della liberazione dell’Io nell’anima: l’inizio della sua autonomia dal corpo astrale, ossia dall’ambito psichico in cui è il circolo continuo degli istinti e degli stati emotivi.

La concentrazione viene realizzata oltre quel che costituzionalmente si è, con indipendenza dalla condizione mentale e fisica cui si è identificati.

Essa non deve operare mediante le forze di ciò che esistenzialmente si è, ma mediante il più svincolato pensiero: in sostanza va “aggiunta” a ciò che si è.

L’essere psicofisico che si è, non deve affatto intervenire: deve temporaneamente essere ignorato: mentre i metodi yoghici e tradizionali implicano la sua partecipazione all’opus interiore, anzi, fanno leva su essa.

Questa distinzione è importante.

La corrente dell’attenzione pensante, come forza incorporea capace di agire di là dal corpo, epperò sul corpo, deve essere sviluppata al massimo fuori dell’organismo cui si è animicamente identificati: va attivata di là da sé stessi fuori del normale marasma che si reca come vita psico-somatica, quale che sia la stanchezza, o il male, o la depressione, o l’esaltazione, o l’impossibilità esistenziale o l’evento traumatico.

Anzi, proprio l’impedimento psicosomatico può favorire la “distinzione” da esso dell’attività che lo trascende.

L’oggetto della concentrazione sino alla sua tersa luce, deve essere semplicemente percepito, di là dal sentimento del corpo o della psiche. Il sentire normalmente ricongiunge la coscienza con la corporeità e paralizza la forza.

Realizzare la tersa luce, o il segno extrasensibile, dell’oggetto che come oggetto fisico in verità è estinto di là da ciò che si è, significa superare l’elemento soggettivo-istintivo della psiche, normalmente tendente a far sua ogni operazione interiore sia essa dello Yoga, o del Magismo, o del Misticismo mediante il sentire sottile, legato alla corporeità.

Nel sentimento di sé, vincolato all’essere corporeo, l’uomo è normalmente manovrato dalle Forze extrasensibili avverse alla sua liberazione: la concentrazione, divenendo operante, postula perciò un’ascesi del sentire.

Massimo Scaligero

Tratto dal Libro Manuale Pratico della Meditazione

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