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L’Opus Solare ha inizio quando i mutamenti che l’Io consegue nel campo astrale, per via della meditazione, giungono a imprimersi nel corpo eterico che è il corpo della memoria, delle abitudini, del temperamento, della sedimentazione istintiva.

Qualsiasi mutamento interiore finisce sempre col volatilizzarsi e cedere ai ritorni dell’antica natura, ove non sia impresso nel corpo eterico. Un istinto acquisisce potenza e invadenza mediante il corpo astrale, in quanto ha radici nell’eterico-fisico.

La sedimentazione e la germinazione istintiva vengono alimentate di continuo dalle impressioni dei sensi, in quanto il loro moto subconscio condiziona dalla sfera senziente il contenuto del rappresentare.

Viene in tal modo invertita di continuo la funzione del rappresentare, l’attività che dovrebbe mediare l’autonomia dell’Io nella coscienza.

La possibilità che le acquisizioni interiori s’imprimano nel corpo eterico appartiene all’Io, capace di muovere nell’anima secondo il Logos, che gli è intimo e originario.

Come Principio trascendente e tuttavia immanente all’Io, la Forza-Logos dà all’Io il potere di imprimere nel corpo eterico le acquisizioni del corpo astrale.

Si può dire che il discepolo consegue l’apice della chiara coscienza, allorché riesce a intuire nella Forza-Logos qualcosa di più che l’Io e tuttavia presente nell’Io: un potere illimitato, ma inconcepibile all’Io come propria produzione.

Si può parlare di un’essenza dell’Io, capace di superare l’Io, e di agire mediante esso come Logos: tanto più, quanto più l’Io libero sia se stesso. L’Io pone il Logos, ma nel porlo accoglie il pensiero che scaturisce dall’identità con Esso.

Talune impressioni, in particolare quelle erotiche, invadono la zona sottile del corpo eterico cui risponde animicamente l’intuizione sovrasensibile, o il puro potere di trasformazione interiore: esse paralizzano ogni possibilità di visione e di identità con il Logos.

Tale zona viene corrotta dal continuo processo dell’eros imaginativo: l’opposto dell’imaginazione creatrice, epperò dell’impulso centrale, o “solare”, dell’Io. La minima impressione erotica subconscia, la più innocente, che per l’uomo è, per esempio, ammirare le fattezze femminili e per la donna il compiacersi dell’essere guardata con desiderio, o di accogliere in tal senso l’omaggio che non sia di colui a cui ha dedicato la propria vita, traumatizza quella zona sottile, che è parimenti veicolo dell’intuizione pura e della virtù del Graal, o della esperienza del Sacro Amore.

Sono rari gli esseri che possono guardare o essere guardati, senza subire la subconscia contaminazione. Essi conoscono l’indipendenza che l’Io, in quanto identico all’intimo Logos, possiede rispetto al corpo astrale.

Quando si parla della esperienza della Soglia, si deve prospettare come massima barriera ad essa, la zona interiore abituata a consonare costituzionalmente con gli impulsi di un’Entità ostacolatrice inserita in ciascun individuo come un “doppio” con cui ciascun individuo s’identifica sin dalla nascita.

Questo “doppio ahrimanico” ha bensì il compito di fornire all’uomo la percezione sensibile del mondo, ma al tempo stesso opera, mediante il sistema nervoso, a imprimere nell’anima il sensibile quale unica dimensione del reale.

È la zona della “euforia sensuale” della fisicità corporea e del magnetismo personale, ma parimenti dell’alimento sottile della brama, dell’avversione e della paura: la sfera in cui la volontà è mobilitata per fini inesistenti dal punto di vista dello Spirito e tuttavia costituenti l’incentivo dell’esperienza umana.

La liberazione del pensiero è l’iniziale indipendenza mentale dalla zona di tale doppio ahrimanico, normalmente indistinguibile, per la sua perfetta inerenza alla vita neuropsichica: in tipiche forme di analisi oggi assumente la legittima parvenza “dell’inconscio”.

La concentrazione di profondità è sempre ostacolata dal potere avverso alla liberazione interiore, che ascende da tale zona. Questo potere usa abitualmente il mentale. Nel mentale, perciò, si svolge la prima azione liberatrice, ma parimenti ha inizio una paziente elaborazione dei processi della natura ahrimanica, volti a impossessarsi delle iniziali forze sottili acquisite.

Superare la Soglia e liberare l’eterico di profondità e imprimere in esso lo stampo aureo a cui l’anima ha aperto il varco mediante l’ascesi. Secondo il simbolismo alchimico, l’Opus solare si attua come Aurea Operatio Lunae, in quanto il Logos donante all’Io il potere di profondità è il Principio solare, portatore dell’Oro Filosofale, che penetra l’astrale inferiore, o “corpo lunare”: mediante il corpo lunare, infatti, il doppio ahrimanico domina normalmente la vita dell’anima.

La luce aurea liberatrice ha come veicolo il sentire elevato sino alla devozione d’amore, o bhakti “micaelita”, in cui si accende ciò che è l’ideale dell’ascesi rosicruciana.

Tale devozione trasfiguratrice è possibile, in quanto scaturisca da rigorosa disciplina di pensiero, ossia da un’ascesi del pensiero e della volontà, che ritualmente insista secondo il potere di ritmo della sede del respiro, sino alla purificazione dell’ètere del profondo.

L’ascesi richiesta è la concentrazione portata alla sua massima intensità e al tempo stesso all’assoluta non-inerenza al corpo eterico-fisico: dalla quale scaturisce il sentire liberato, la vera forza mistica, capace di incidere sull’eterico di profondità.

Queste incidere è un sottile sollevare il corpo eterico dalle strettoie dell’organizzazione fisica, secondo un musicale potere creatore perduto: un conferire autonomia alla capacità dell’eterico di tenere testa alle potenze della mineralità fisica, epperò di veicolare i puri impulsi dell’anima: la condizione della devozione vera.

Prima della quale, la devozione non può che essere esercizio formativo dell’anima.

La tecnica di questa incisione trasmutatrice è l’animadversio dell’illimitata autonomia possibile all’Io per virtù del Logos che gli è interno: è la fedeltà alla via del pensiero, ossia alla conoscenza immune dalla dialettica: che non si lascia ingannare dai miraggi dei poteri terrestri, sia pure “spiritualistici” né dalla facile mistica di cui si alimenta la dipendenza dell’anima dalla natura corporea.

Occorre amare veramente la devozione, per farne piuttosto che un vincolo secondo la necessità senziente, un veicolo verso la sua forma sovrasensibile. V’è una tenerezza estatica e fervida, della cui arte il gatto, o l’orso, o il serpente, possono dare lezioni all’uomo, ma si tratta sempre del moto astrale legato alla natura fisica: moto che non va eliminato, ma purificato: esso si oppone allo Spirito, se non viene vissuto indipendentemente dalla natura, secondo la luce propria all’idea pura.

L’amore umano può giungere sino ai sensi fisici, se muove dalla sua sorgente, come atto interiore libero.

Massimo Scaligero

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