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La concentrazione è l’esercizio-chiave della disciplina, epperò il veicolo della illuminazione e della liberazione.

Esso consiste nel raccogliere, mediante un tema, il flusso del pensiero in un unico punto, così da conseguire una sintesi dinamica: questa sintesi realizza obiettivamente ciò che il pensiero è all’origine.

Il pensiero originariamente è un potere di sintesi, ma a tale livello non conosce il proprio contenuto, perché non è cosciente di sé: normalmente diviene cosciente di sé col volgersi al sensibile assumendo come proprio contenuto il sensibile o la sua eco speculativa.

Nella coscienza rivolta al sensibile, si fa immediata-mente analitico e dialettico, comunque opposto alla propria originaria natura. La concentrazione restituisce al pensiero tale originaria natura: la quale viene dal discepolo ravvisata “una” con le forze universali sorreggenti il suo esistere.

L’operazione consiste nel ricostituire da un oggetto o da un tema la sintesi di pensiero, che ne è alla base, ripercorrendo lo svolgimento dialettico-analitico, sino a ritrovarne il puro concetto iniziale.

La determinazione concettuale, però, può essere compiu-tamente afferrata in quanto evocazione di un oggetto prodotto dall’uomo: da tale oggetto il discepolo può ricavare tutto il pensiero analitico mediante cui è stato costruito, risalendo questo sino a ritrovarlo come pensiero intuitivo che l’ha ideato: come concetto.

L’oggetto va semplicemente evocato, non simultaneamente percepito: percepirlo durante l’esercizio sarebbe un errore, in quanto il còmpito è sperimentare il pensiero libero dai supporti sensibili: in realtà l’idea dell’oggetto costruito dall’uomo non è nell’oggetto, ma nel mentale dell’uomo, mentre l’oggetto appartenente alla natura vivente (cristallo, pianta, animale ecc.) reca immanente in sé la propria idea: qui l’idea è presente come potenza della sua forma.

La correlazione delle parti di un cristallo è insita nella forma-tipo del suo sistema di cristallizzazione, mentre la correlazione delle parti di una macchina è organicamente priva di senso, rispondendo a un’astrazione del mentale umano, estranea al reale rapporto della sostanzialità minerale di un “pezzo” con quella degli altri “pezzi”.

Di rappresentazione in rappresentazione, l’esercizio mnemoni-camente ricostituisce il pensiero sintetico originario.

Perciò l’oggetto non può essere qualcosa non prodotto dall’uomo: non può essere un cristallo, o una pianta, o un animale, o il cielo, ecc.: la concentrazione su questi oggetti non realizza la saggezza dell’esercizio, che consiste nel ricavare da un oggetto “tutto” il pensiero che l’ha pensato, sì da poter eliminare il supporto sensibile e avere dinanzi la sintesi-idea.

Nel cristallo, nella pianta, nel cielo ecc. il discepolo si trova di fronte a un oggetto incarnante un pensiero che non è il suo pensiero, e che perciò egli può afferrare come determinazione concettuale “solo” speculativa-mente.

Ma l’esercizio della concentrazione non ha nulla a che fare con processi speculativi: i quali talora, invece, possono essere chiamati a cooperare, secondo consapevole dosaggio, all’esercizio della meditazione.

Con gli oggetti che esprimono il pensiero universo operante come natura vivente, il discepolo si congiunge bensì mediante il suo pensiero, ma grazie a un altro tipo di esercizio, che “esige la percezione” dell’oggetto.

La contemplazione percettiva dell’oggetto e quella del pensiero non umano che in esso s’incarna, costituiscono un unico movimento dell’anima: esse però rientrano in un altro capitolo della disciplina: non sono l’esercizio tipico della concentrazione, chiave della liberazione del pensiero con cui l’uomo quotidianamente pensa, e di cui si occupa il presente paragrafo.

Il discepolo deve muovere dal pensiero con cui ordina-riamente pensa: questo pensiero egli deve liberare. Perciò deve muovere da oggetti che tipicamente esprimono il suo pensiero attuale:razionale, dialettico.

Da questo egli può giungere alla propria attività di pensiero indipendente dallo oggetto e tale attività liberata gli si dà come prima esperienza dello cosciente dello Spirituale.

Se il discepolo cominciasse a concentrarsi su oggetti in cui il pensiero universale si esprime direttamente, non arriverebbe mai ad esso, perché si muoverebbe sempre comunque mediante il proprio rappresentare vincolato al sensibile: medierebbe l’universale astrattamente, con un pensiero che reca comunque in sé l’opposizione all’Universale.

Osservazione, questa, estensibile ad ogni esercizio che si ritenga valido grazie alla immediata regolarità rispetto al Sovrasensibile, ma che sostanzialmente impedisca la conquista dell’immediato pensiero, ossia della mediazione liberatrice.

L’esercizio della concentrazione consiste nella evocazione di un oggetto prodotto dall’uomo: preferibilmente esauribile in una serie minima di rappresentazioni, mediante cui sia possibile esprimere il massimo della forza-pensiero: perciò l’oggetto più semplice.

Essendo scopo della concentrazione l’esperienza dello elemento sintetico del pensiero, normalmente alienato nel processo analitico-razionale, l’oggetto deve essere tale che il suo significato non eserciti alcuna influenza sulla operazione, esigendo questa solo l’arida e a-psichica determinazione volitiva del pensiero. In questa determinazione volitiva è la forza originaria del pensiero: occorre soltanto ritrovarla.

Nell’attività volta a ritrovarla, essa stessa è in moto. Tale moto è fondamentale per tutta la vita dell’anima e della sua relazione con lo Spirito e con il corpo, perché per la prima volta viene realizzato il tipico ordine Io-anima-corpo, normalmente contraddetto dall’esperienza quotidiana.

Perciò questo elementare esercizio è la chiave dell’equilibrio e della salute animica e corporea. Il fatto che, malgrado la sua elementarietà, esso sia sempre difficile a realizzare, è spiegabile con il suo assunto invero eccezionale: essere l’operazione modello della ricostituzione dell’equilibrio originario dei principi costitutivi dell’uomo.

La saggezza dell’esercizio consiste nella sua “semplicità”: si evoca l’oggetto – spilla o matita, o bottone ecc. – lo si descrive con precisione, si fa brevemente la sua storia, si individua la sua funzione.

Questa operazione sostanziale, condotta con il minimo indispensabile di rappresentazioni, dà luogo infine a un’imagine-sintesi, o concetto, che giova trattenere dinanzi alla coscienza, obiettivamente, come l’imagine iniziale dell’oggetto.

Quanto più tale imagine-sintesi possa essere obiettivamente contemplata, tanto più la concentrazione diviene esperienza dello Spirito.

Durante l’esercizio è importante non lasciarsi distrarre da alcun altro pensiero: se ciò si verifica, occorre risalire la rappresentazione estranea sino al punto in cui è illegittimamente intervenuta.

Massimo Scaligero

Tratto dal Libro: Manuale pratico della Meditazione

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