“Gutta cavat lapidem”                                   

Personificazione della pazienza in un’incisione di Hans Sebald Beham,1540-Wikipedia

Nel linguaggio comune ancora oggi a volte capita di sentir dire, davanti ad una situazione per lo più dolorosa o di disagio dove si è in qualche modo come “bloccati”, che occorre ” … armarsi di santa pazienza!”

Perché la pazienza è “santa” (mentre non lo si dice per altre virtù, come ad esempio la calma, che pure è “la virtù dei forti”)? E’ perché il richiamo ad essa usa un vocabolo bellicoso come “armarsi”, quasi si dovesse indossare una sorta di armatura o dotarsi di lancia e spada?

E ancora: “chi è” la Pazienza? Dove risiede nel macro e nel microcosmo? Oggi è in qualche modo cambiata, rispetto al passato, alla luce delle grandi trasformazioni in corso?

Insomma le domande non mancano, per cercare di conoscere una virtù, o meglio un’Entità spirituale altissima, che oggi non sembra conoscere molta popolarità, essendo spesso scambiata per inazione, masochistica passività o addirittura come tremebonda debolezza.

Indubbiamente in molte situazioni si definisce con “pazienza” un atteggiamento sostanzialmente passivo, di sopportazione, in cui infelicità, umiliazione, inerzia si mescolano insieme, a detrimento della dignità e della libertà umana. Si pensi alla “paziente sopportazione” delle masse oppresse.

In parte tale lettura della pazienza è consona al suo significato etimologico. Esso deriva dal latino volgare “patiens”, ovvero sopportare, subire” essere oggetto di un’attività altrui .

A sua volta il termine latino deriva dal noto vocabolo greco “pathos” e quindi da “paschein”, letteralmente “sofferenza” o “emozione”.

Qui i concetti si fanno però più sfumati e il significato di “sofferenza” è affiancato da quello di “passione”, inteso anche come spinta irrazionale dell’anima, la parte più femminile. Non a caso per gli antichi greci il pathos era una delle due forze che regolano l’animo umano; l’altra era il Logos, la parte più razionale, quella maschile. Nella civiltà greca questa “forza emotiva” era strettamente collegata alle realtà dionisiache o comunque a dei riti misterici. Per questo il pathos indicava tutti gli istinti irrazionali che legano l’uomo alla sua natura animale e gli impediscono di innalzarsi al livello Divino.

Inoltre il pathos è anche uno dei tre modi di pathos persuasione nella filosofia aristotelica applicata alla retorica, insieme all’ethos ed al già ricordato Il logos si rivela nell’emozione suscitata nell’ascoltare.

Quindi le radici della pazienza sono sia nella sofferenza-passività, sia nella passione-coinvolgimento. Il riferimento iniziale alla “santa” pazienza si può ricercare nella lettera di S. Paolo ai Galati (Gal 5,22- 23) in cui si parla dei frutti dello Spirito “perfezioni che lo Spirito Santo plasma in noi come primizie della gloria eterna”. La tradizione della Chiesa ne enumera dodici: amore, gioia, pace, pazienza, longanimità, bontà, benevolenza, mitezza, fedeltà, modestia, continenza, castità.

Il riferimento invece all’armarsi” di pazienza, ovvero all’armatura può richiamare il processo, appunto volontario, di rinforzare e proteggere il corpo nudo (in questo caso il corpo animico-spirituale ).

Mettere un’armatura però significa anche non permettere all’esterno di entrare, quindi di primo acchito essa sembrerebbe una chiusura; peraltro armarsi di pazienza non vuole dire già essere pazienti, ma forse armarsi di essa (ovvero introdurre uno sforzo-volontà), è il primo passo per diventarlo effettivamente.

Ecco quindi che la pazienza consapevole, più che un aspetto spontaneo del proprio carattere (che pure c’è con una predisposizione più o meno diversificata a seconda delle caratteristiche individuali e dell’educazione ricevuta), è qualcosa che va attivato e perseguito e che tare un “rinforzo che rinforza sé stesso” una volta raggiunta. Pazienza che, se opportunamente coltivata, può diventare innanzitutto perspicacia: imparando ad essere pazienti, ad aspettare e a non innervosirci, impariamo a valutare il tempo necessario ad una situazione per svolgersi e a “leggerla” nel suo insieme: diventiamo più svegli e acuti, affiniamo il nostro intuito. Infatti la pazienza cosciente implica l’osservazione, dimenticando sé stessi ci porta ad aprirci verso l’altro o anche verso noi stessi.

La pazienza ci pone solitamente di fronte a qualcosa che è come bloccato, che non fluisce, di cui si aspetta la maturazione affinché si rimetta in moto. E’ quindi una posizione comunque “forte” anche di fronte alla vera morte, ovvero alla stagnazione della vita, alle situazioni incrostate che apparentemente sono ferme (ma che in realtà sotto sotto, quasi sempre, anch’esse stanno come “fermentando” ma senza essersi ancora manifestate o addirittura senza essere consapevoli che in esse i processi di cambiamento sono già iniziati). E infatti il decadimento della pazienza, il suo contrario, è la rassegnazione e quindi il progressivo spegnimento, la stasi e cioè la morte.

In realtà la stasi stessa non può durare e la stessa putrefazione o decomposizione è comunque una forma di metamorfosi, di trasformazione e quindi di vita e movimento. Non a caso dall’ecologia apprendiamo che la Natura non ha tombe ma solo culle!

La pazienza è indispensabile in tutte le imprese umane, anche e specialmente nelle più rivoluzionarie. Senza pazienza non vi sarebbero tattica e strategia, la fissazione degli obiettivi in base al momento storico, alla situazione oggettiva, ai rapporti di forze … , l’imbrigliamento degli scatti intempestivi e prematuri … , il rifiuto di accettare le provocazioni tese ad arte dall’avversario; tutto ciò richiede molta pazienza, ma l’attesa paziente viene alla fine remunerata dall’esito vittorioso. La pazienza ci si presenta dunque con due volti: nell’uno traspare lo sguardo spento e semi inebetito del rassegnato, del sottomesso, nell’altro brilla lo sguardo calmo e risoluto dell’uomo che saggiamente misura i propri sforzi per conquistare la meta.

E’ inutile dire quale dei due volti ci sentiamo in cuor nostro di respingere.

Insomma in questo tipo di Pazienza di cui stiamo parlando, che potremmo definire Pazienza Evoluta, vi è molta volontà, intelligenza ed anche una buona dose di sacrificio.

Abbiamo accennato infatti che la Pazienza è un’Entità spirituale.

Per le caratteristiche sopra descritte essa richiama molto la Volontà sacrificale, tipica della gerarchia angelica dei Troni, ovvero di quelle altissime entità che assieme a Cherubini e Serafini sono più vicini alla Divinità.

Nella nostra bella lingua italiana poi si può dire sia avere pazienza che essere pazienti: dunque la pazienza può fare parte sia della sfera dell’avere che dell’essere … il massimo sarebbe Essere Pazienza … ovvero accogliere in noi l’Essere della Pazienza e diventare, nelle situazioni necessarie, un tutt’uno con Lui.

Nella Nuova Era dell’Anima cosciente e del Purissimo Amore, l’Essere Pazienza che può davvero orientare l’evoluzione dell’Umanità è naturalmente quello che, tutt’altro che debole, si connota di forza consapevole, ovvero arricchita dalla volontà, trattenuta per attendere l’opportunità degli eventi affinché essa possa dispiegarsi per raggiungere la massima efficacia. E ciò potrà avvenire solo quando il disegno complessivo e i sotto disegni specifici (tra cui quelli che interessano i singoli individui o i singoli popoli/comunità) saranno giunti a piena maturazione. Solo così potrà essere superata la dicotomia Bene-Male, che da un lato tende ad anticipare gli eventi (ma anche la maturazione degli individui), finendo con il “bruciarli” (azione arimanica) e dall’altro li rinvia in continuazione, portandoli alla marcescenza (azione luciferica).

Inoltre quando la Pazienza è consapevole e “attiva” essa si permea d’Amore, ovvero diventa amorevole, e non solo verso il l’oggetto di cui si attende la maturazione o l’arrivo, ma anche verso il soggetto che attende, ovvero esprime pazienza (a volte poi questi due elementi soggetto-oggetto coincidono, come ad esempio nel caso della pazienza verso sé stessi).

Perché in questo tipo di pazienza vi è infatti innanzitutto rispetto dei tempi e della libertà altrui. Non c’è forzatura, spinta: ogni dinamismo è intrinseco all’attesa, dove semmai vi è vigilanza (che appunto anche per questo rende la pazienza non passiva) nel seguire da lontano l’evolversi della situazione.

E’ la dolce pazienza della Madre celeste, ma anche quella più fremente del Padre della parabola del Figliol prodigo ” … quando era ancora lontano il padre lo vide e commosso gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò” (Le 15,11-32).

Così vissuta la Pazienza diventa poi essa stessa portatrice di Vita. Infatti la Pazienza è innanzitutto figlia del Tempo in quanto è sospensione del tempo convenzionale per entrare nel Tempo reale. Essa, come abbiamo visto, è attesa che i processi giungano ad opportuna maturazione e si possano così compiere, ovvero, attraverso la manifestazione, entrare nello spazio (e nel tempo convenzionale).

Ma la maturazione è proprietà legata al Calore e in quanto tale è connessa alla Vita da un lato e ancora al Tempo (attraverso la fase dell’antico Saturno) dall’altro.

Quindi la Pazienza come ponte (o uno dei possibili “ponti”) tra Spazio e Tempo e tra Vita e Amore.

Dal punto di vista cosmologico (o meglio cosmosofianico), avendo inoltre a che fare con la coscienza del Tempo essa può diventare un’importante porta per il superamento stesso del tempo e quindi della Forma e della Materia, consentendo la salita dal livello della Santa a quello della Santissima Trinità.

Come scrive Rudolf Steiner la mitezza e il silenzio, congiunti in vera pazienza, aprono l’anima al mondo delle anime e lo spirito al mondo degli spiriti: “Aspetta nella calma e nel raccoglimento, chiudi i sensi a ciò che essi ti hanno trasmesso prima della tua educazione occulta, imponi silenzio a tutti i pensieri che per antica abitudine si agitavano in te, diventa calmo e silenzioso e aspetta con pazienza; allora i mondi superiori cominceranno a formare i tuoi occhi animici e i tuoi orecchi spirituali” (da “L’iniziazione”).

E proprio nella Pazienza consapevole e sacrificale, ovvero offerta per libero Amore, si nasconde il seme della Gioia più profonda, perché il Modo dello Spirito sta attendendo l’Uomo da migliaia di anni ovvero sta praticando la Suprema Pazienza Amorevole.

Così, praticando anche noi tale Virtù possiamo porci, all’inizio in maniera inconsapevole e poi via via sempre più coscientemente, in risonanza con il Mondo spirituale, facendone diretta esperienza, scoprendone le profonde verità e riscontrandone i possenti effetti trasformativi che proprio tramite la Pazienza finiranno col palesarsi.

Tratto dalla rivista “Albios”

 

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