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(da oo 209) Natale – Dornach, 25 Dicembre 1921

 

Chi contempla l’evoluzione storica dell’umanità nel solo avvicendarsi di cause ed effetti – come oggi si usa – non potrà trarre dalla storia le forze e gli impulsi che può trarne ogni singolo, se tenta di penetrarne la vera natura; poiché in fondo questo divenire storico si rivelerà soltanto a chi, nella successione dei fatti, sappia scorgere un operare pieno di saggezza. Oggi siamo arrivati quasi a tanto che colui il quale nei rapporti universali in genere e specie nel divenire dell’umanità ravvisi un operare pieno di saggezza, dall’opinione generale viene tacciato di credulità e superstizione.

Si dirà di lui che egli mette nelle cose ciò che lui ha escogitato, e altro ancora. Certo, dobbiamo guardarci dal mettere nelle cose ciò che abbiamo escogitato noi stessi, non dobbiamo violentarle col nostro modo di pensare, ma studiarci di interpretarne il linguaggio. Tuttavia, se saremo a sufficienza spregiudicati, da tutto il divenire storico e specie dalle svolte più importanti dell’evoluzione ci aliterà incontro come il soffio di una saggezza operante. Tra le cose maturate dal seno della storia, osserviamo soprattutto la stabilizzazione delle singole feste annuali e segnatamente delle grandi solennità.

E’ già un fatto degno di nota che Natale sia una così detta festa stabile, che cade annualmente il 24/25 dicembre, subito dopo il solstizio invernale; mentre invece la Pasqua è una festa così detta mobile, che appare coordinata alla costellazione del Sole e della Luna: fissata, dunque in certo modo dal Cosmo extra terreno. E’ innegabile che, se l’uomo prende sul serio questi giorni festivi, essi assumono un’importanza per la sua vita, si incidono in essa. E così deve essere. In queste solennità dovrebbero affiorare dall’anima pensieri significativi, sbocciare dal cuore sensazioni, sentimenti intimi e profondi.

E le intime esperienze che l’uomo può vivere durante queste feste, dovrebbero appunto fargli sentire il proprio collegamento col corso dei tempi e con ciò che opera in essi. Ora, queste date festive vennero fissate in ragione di certi sostrati storici, e dovrebbe renderci pensosi il fatto che Natale è una festa stabile. Pasqua è una festa mobile, Natale cade in quel periodo dell’anno in cui la Terra è preclusa al massimo dalle influenze dell’universo extra-terreno. Quando il sole esercita sulla terra la sua azione minima, quando per forze proprie che es sa ha ritenute in sé dal periodo estivo e autunnale, la Terra si riduce a ciò che essa può fare per forza propria, coadiuvata dal minimo influsso cosmico, noi celebriamo la festa di Natale.

Quando poi torna il tempo in cui la Terra riceve dal cosmo gli influssi più importanti; quando il calore del Sole, la luce del Sole suscitano dal suolo la vegetazione; quando ovunque per così dire il Cielo collabora con la Terra onde intesserne la veste – allora celebriamo la festa di Pasqua. E pel fatto che le feste furono stabilite così da pensieri non già escogitati astrattamente per arbitrio dell’uno o dell’altro, ma da pensieri che compenetrarono l’umanità per lunghe epoche e si svilupparono spontaneamente, è fluito nell’evoluzione storica un elemento che, se viene riconosciuto, suscita insieme la possibilità di venerarlo intimamente, la possibilità di guardare indietro ai tempi dei nostri antenati con reverenza, con devozione, con amore.

Quando l’attenzione si volge a tutto questo, possiamo ben dire che la contemplazione della saggezza che opera nel divenire storico ci svela in essa quelle forze e quegli impulsi capaci di inserirsi vitalmente nell’anima e in essa agire. La festa di Natale che celebriamo oggi nei giorni più brevi dell’anno, il 24/25 dicembre, dalla Chiesa cristiana si celebra in questa data solo a partire dall’anno 354. Non si riflette abbastanza di solito che persino in Roma cattolico-cristiana, nell’anno 353 il Natale, la festa natalizia del Cristo, non fu solennizzata in tale giorno.

Direi che è uno dei sintomi più interessanti della storia quello per cui in forza di un certo istinto storico che scaturisce da profonda saggezza – forse operante in gran parte nell’incosciente – venne fissandosi la data attuale della festa natalizia. Prima, si festeggiava qualcosa di analogo, eppure di completamente diverso il 6 Gennaio, festa dell’Epifania del Cristo. Questa festa significava il ricordo del Battesimo di Giovanni nel Giordano, e nei primi secoli cristiani veniva celebrata come la solennità più importante, più normativa. Fu solo a partire dal momento cui ho accennato, che la festa dell’Epifania del Cristo, ricordo del Battesimo di Giovanni nel Giordano, arretrando per così dire attraverso le 12 notti sacre fino al 25 Dicembre, viene sostituita dalla festa del Natale di Gesù.

Questo fatto è connesso a intimi, profondi processi, pieni di significato nel divenire storico della Cristianità. A che cosa accenna il fatto che nei primi secoli della concezione mondiale cristiana si celebrava il ricordo del Battesimo di Giovanni nel Giordano? E che cosa significa questo Battesimo? Questo Battesimo di Giovanni nel Giordano significa che l’Entità Cristo scende da altezze celesti, da profondità cosmiche extraterrene e si collega con l’Entità dell’uomo Gesù di Nazareth. Questo Battesimo di Giovanni nel Giordano significa dunque una fecon- 3 dazione della Terra dagli spazi cosmici: un’azione in cui collaborano Cielo e Terra. E con la celebrazione dell’Epifania del Cristo, si celebrava la festa di una nascita sopra-sensibile, la festa della nascita del Cristo nel trentenne uomo Gesù.

Nei primi secoli dell’evoluzione cristiana, l’attenzione veniva rivolta soprattutto all’apparire sulla Terra del Cristo, e accanto a questa concezione dell’apparire di un Entità-Cristo extra-terrena nell’ambito della Terra, assumeva minore importanza la nascita terrena dell’uomo Gesù di Nazareth che solo nel suo 30º anno accolse il Cristo nella propria corporeità. Questa era la rappresentazione che si facevano i primi cristiani, i quali dunque celebravano la discesa del Cristo sopra-terreno e cercavano di comprendere lo svolgersi vero e proprio degli eventi nel corso del divenire della Terra.

Se lasciamo agire su di noi l’evoluzione storica che precede il Mistero del Golgotha, essa ci appare tale da mostrarci come l’umanità fosse dotata di un primordiale saggezza sopra-sensibile tale da ispirarci la più profonda venerazione, purché riusciamo a sentirla in tutto il suo intimo significato, in tutta l’essenza sua propria. Nei primi tesori di saggezza dell’umanità, che si affermarono in modo puerile solo quanto alle forme esteriori, sta la rivelazione di infinite verità, e non soltanto circa le cose terrene, ma soprattutto circa quelle extra-terrene e l’azione che esse esercitano sulla Terra. Procedendo nella storia, vediamo poi sempre meno risplendere negli animi umani questa luce della Saggezza primordiale e perdere sempre più ogni collegamento con la stessa. Proprio nei tempi in cui si approssima il Mistero del Golgotha, la vediamo estinguersi, esalare dagli animi. Tutte le manifestazioni del divenire storico nella vita greca, e specie in quella romana, ci palesano nei modi più vari la convinzione che sorgeva proprio tra i migliori rappresentanti dell’umanità: “occorre che un nuovo elemento celeste si inserisca profondamente nella vita terrena affinché la Terra e la stirpe umana possano trovare il loro ulteriore sviluppo!”.

Per l’osservatore spregiudicato, l’evoluzione dell’umanità si divide appunto nel suo complesso in questi due grandi periodi: quello che stava in attesa del Mistero del Golgotha, aspettato non solo dagli animi primitivi, infantili, ma pure dalla più alta saggezza; e il periodo successivo, quello in cui viviamo noi e pel quale può auspicarsi una pienezza sempre maggiore degli influssi che scenderanno dal mondo sopra-sensibile, dalla realtà cosmica extra-terrena sugli eventi dell’evoluzione della Terra. Così il Mistero del Golgotha segna il mezzo dell’evoluzione e le conferisce il suo vero significato. Ho cercato più volte di rappresentarvi la cosa figurativamente col dire: guardate il celebre dipinto di Leonardo da Vinci a Mila- 4 no, La Cena, che oggi purtroppo non esiste più in tutta la sua perfezione artistica.

Osserviamo il Redentore in mezzo ai suoi Dodici, nel contrasto tra Giovanni da un lato e Giuda dall’altro, in tutto l’assieme dei colori; questo dipinto altamente caratteristico ci porterà a dire, dal punto di vista del Mistero del Golgotha: Se scendesse sulla Terra un abitante di un pianeta estraneo, rimarrebbe perplesso di fronte a ciò che gli si presenterebbe nella realtà esteriore, poiché dobbiamo ammettere che egli si vedrebbe intorno un mondo tutto differente dal suo e si stupirebbe di fronte a tutte le creazioni umane sulla Terra. Ma se fosse condotto davanti a questo dipinto in cui il Mistero del Golgotha si presenta nel modo più altamente caratteristico, per intuizione immediata gli si rivelerebbe qualcosa sul senso dell’esistenza terrestre, semplicemente dal modo come Cristo è collocato nella cerchia dei suoi Dodici, i quali rappresentano a loro volta tutta la stirpe umana.

E ciò avviene appunto perché è possibile, movendo dai sostrati più diversi, sentire come il Mistero del Golgotha sia veramente il senso dell’evoluzione della Terra. Ma non si sente in pieno se non essendo capaci di elevarsi a concepire che col Battesimo di Giovanni nel Giordano un Essere soprasensibile, il Cristo, è penetrato in un uomo. Così sentivano anche gli Gnostici, non già grazie a quella concezione del mondo che oggi cerchiamo di riconquistarci mediante l’Antroposofia, ma grazie a quella che era ancora l’ultimo residuo dell’antica primordiale saggezza del genere umano. Si potrebbe dire che di essa era avanzato quel tanto da rendere possibile, dopo apparso il Cristo, che un dato numero di uomini nei primi secoli cristiani potesse ancora capire il vero significato della comparsa del Cristo per il divenire della Terra. La saggezza che fu patrimonio degli Gnostici non può più essere la nostra.

L’umanità deve progredire incessantemente, onde la necessità di accedere anche nel sopra-sensibile a concezioni sempre meno istintive e molto più coscienti. Nondimeno consideriamo con reverenza la saggezza degli Gnostici che seppero conservarsi ancora quel tanto dell’antico patrimonio da far sì che si potesse afferrare in tutta la sua importanza il Mistero del Golgotha. E da questo afferrare il Mistero del Golgotha nella sua piena importanza e con esso il suo punto centrale, il Battesimo di Giovanni nel Giordano, fu derivata la stabilità della prima grande solennità festiva. Ma tuttavia l’evoluzione esigeva lo spegnersi graduale dell’antica saggezza primigenia.

E proprio nel quarto secolo postcristiano avvenne che non si seppe più come valersene. Il quarto secolo è, in un certo senso, quello in cui l’uomo incominciò a poggiare completamente su sé stesso, a trovarsi nella propria veggenza privo di ogni cosa all’infuori di quanto ai sensi è possibile accogliere e al raziocinio combinare grazie a tale veggenza sensoria. Per conquistare la libertà, che la dipendenza dalle cose 5 sopra-sensibili non avrebbe mai permesso di conseguire, l’umanità doveva necessariamente perdere l’antica primiera saggezza ed esser gettata fuori, per così dire, nella veggenza materialistica.

Di ciò vediamo i primi albori nel IV secolo dopo Cristo. Sempre più affermandosi, essa tocca poi il suo culmine nel XIX secolo. Anche il materialismo ha il suo lato buono nella storia dell’evoluzione del genere umano. La luce sopra-sensibile non risplendendo più nell’animo dell’uomo, ormai limitato a ciò che vedeva coi sensi nel mondo circostante, dall’intimo suo poté sprigionarsi la forza indipendente tesa verso la libertà. Dunque, anche il materialismo sorge per provvida saggezza nel corso dell’evoluzione. Ma appunto nell’epoca in cui esso si impossessò della natura terrena dell’uomo, non fu più possibile comprendere come nel simbolo del Battesimo di Giovanni nel Giordano appaia davanti all’umanità l’azione dell’extra-terreno, dell’elemento celeste. Svanì la comprensione del significato della festa del 6 Gennaio, dell’Epifania del Cristo e bisognò ricorrere ad altro. Tutto l’approfondimento dei sentimenti che un tempo si era rivolto al Mistero del Golgotha, non fu più rivolto al Cristo soprasensibile, ma si incominciò a riferirlo a Gesù di Nazareth terreno. La festa dell’Epifania del Cristo si tramutò così nella festa che celebra l’apparire sulla Terra del Bambino Gesù. Indubbiamente però il corso dell’evoluzione è giunto oggi nuovamente a una peripezia: essa deve produrre una nuova necessità di sforzi umani riguardo alla nostra attuale concezione del mondo. Abbiamo visto come la saggezza umana si trovasse già nel IV secolo impossibilitata a comprendere l’Epifania del Cristo. Ma il sentire umano, l’umano volere, nel corso storico si sviluppano con minore rapidità che non i pensieri.

Quando, già da tempo, questi non tendevano più verso l’Epifania del Cristo, i cuori ancora vi si volgevano. Profondi, intimi sensi vivevano nella Cristianità; questi sentimenti intimi e profondi formarono ora per lunghi secoli il contenuto dello sviluppo storico, ed esprimevano, dicevano, quasi in forza di impulsi primitivi, l’importanza enorme che l’apparire del Cristo sulla Terra aveva determinato per l’evoluzione di essa. La festa natale di Gesù di Nazareth venne abbinata al giorno che ricordava Adamo ed Eva.

La festa che celebra il principio della stirpe umana, Adamo ed Eva, cade il 24 Dicembre, la festa natalizia di Gesù il 25 Dicembre. In Adamo ed Eva si vedevano gli uomini coi quali prese inizio l’evoluzione della Terra; che discesero da altezze spirituali, divennero peccatori sulla Terra, si impigliarono negli eventi materiali e perdettero il loro collegamento coi mondi sopra-sensibili. Il primo Adamo! Di esso si parlava in senso paolino; e del secon do Adamo si parlava come del Cristo; e si diceva che nell’epoca post-cristiana l’uomo non può essere uomo completamente se non congiunge in sé le forze che per via di Adamo decaddero da Dio, con quelle che per mezzo del Cristo a Dio lo riconducono. Questo si volle esprimere mettendo accanto alla festa d Adamo ed Eva, la festa natalizia di Gesù. L’intimo sentimento di tale rapporto che conferisce alla vita terrena il suo significato vero e proprio, venne anche intimamente conservandosi attraverso i secoli. Ne abbiamo un esempio nell’apparire dei “Paradeis-Spiele”, drammi pieni di sentimento che trattano della nascita del Cristo 3 e dei quali qui abbiamo dato un saggio; che risalgono al tardo Medio Evo, al principio dell’Evo Moderno, epoca in cui furono portati verso Oriente da stirpi germaniche residenti in regioni più occidentali. Queste stirpi si stabilirono nell’attuale Ungheria. Le troviamo a settentrione del Danubio, nelle regioni di Presburgo e a mezzogiorno dei Carpazi, e anche in Transilvania.

In queste regioni prevalgono certe stirpi sassoni-allemaniche; nel Banato altre stirpi sveve. Tutte queste popolazioni germaniche portarono seco dalla patria di origine questo patrimonio nel quale è stato riposto ciò che, per intenso sentimento, ha unito l’umanità attraverso i secoli col massimo evento della Terra. Ma la sapienza umana si avviò sempre più in una direttiva che doveva intessere nella concezione materialistica del mondo lo stesso evento del Cristo. Nel XIX secolo vediamo sorgere una teologia materialistica essa medesima.

Si inizia la critica dei Vangeli. Va perduta la possibilità di sentire, sia pure lontanamente, che quanto appare del sopra-sensibile a guida di Immaginazione, necessariamente deve assumere una esposizione diversa a seconda del punto di vista da cui viene considerato. Quindi non si concepisce più che le cosi dette contraddizioni nei Vangeli dovevano essere state rilevate anche dai Saggi del passato, senza che essi le criticassero riprovandole. Si incomincia a immergersi da filistei in queste tali contraddizioni; se ne dà una soluzione; si scarta dai Vangeli tutto il sopra-sensibile. Il Cristo va perduto nelle narrazioni evangeliche; si cerca di ridurle a semplici narrazioni profane. A poco a poco il linguaggio degli storici Teologi non differisce da quanto dicono circa il Mistero del Golgotha gli storici secolari, come ad esempio il Ranke.

Se osserviamo come questo celebre storico ci dipinge la figura di Gesù quale un uomo semplice, sebbene il più insigne che abbia mai calcato la Terra; con quanto amore la sua storia profana ne tratteggia i caratteri; ben poco divario intimo potremo notare tra questo e quanto hanno da dirci sulla figura di Gesù i teologi del XIX secolo, seguaci in pieno del materialismo. La teologia divenuta materialistica. Proprio per la teologia illuminata il Cristo scompare dalla concezione dell’umanità. A poco a poco l’uomo semplice di Nazareth è quello cui unicamente e solamente vogliono accennare coloro che si accingono a esporre la natura del Cristianesimo. E diventò celebre la descrizione che ce ne dà Adolf Harnack. Nel suo libro,

“L’essenza del Cristianesimo”, si leggono due passaggi che possono davvero fulminare chi abbia un senso della vera natura del Cristianesimo. L’uno è quello in cui questo Teologo sedicente cristiano, afferma che il Cristo, il Figlio, non appartiene a dir vero ai Vangeli, che nei Vangeli va posto unicamente il Padre. E così il Cristo-Gesù che all’inizio della nostra era peregrinò sul suolo di Palestina, viene ridotto senz’altro ad annunciatore della dottrina del Padre. Solo il Padre è da collocarsi nei Vangeli; così dice Adolf Harnack e crede con ciò di essere un teologo cristiano. Bisogna dire che l’essenzialità del Cristianesimo scompare totalmente da questa natura del Cristianesimo – voglio dire da quella che ci prospetta Adolf Harnack – e in verità una concezione siffatta non dovrebbe più chiamarsi cristiana. Il secondo punto che, oso dire, può fulminarci nell’opera citata, mi si parò dinanzi mentre assistevo a una conferenza tenuta in una società intitolata a Giordano Bruno .

Nel riferirmi a certe esposizioni di un oratore, dovetti dire come la Teologia moderna ha perduto ciò che vi ha di più importante nell’essere del Cristianesimo. Accennai a una osservazione di Harnack nell’opera citata, là dove dice: “Quale si sia il fatto che accadde nel giardino di Getsemani, da quel fatto è provenuto il pensiero della Resurrezione, la fede nella Pasqua, ed è a questa fede che noi vogliamo attenerci”. La Resurrezione stessa è diventata dunque indifferente ai teologi cristiani moderni; della Resurrezione in sé come fatto non intendono occuparsi. Sia avvenuto ciò che si voglia nel giardino di Getsemani, gli uomini hanno incominciato a credere che ivi abbia avuto luogo la Resurrezione, e noi ci vogliamo attenere non già alla Resurrezione, ma a questa credenza. In quell’occasione rilevai che San Paolo ha espresso l’essenzialità del Cristianesimo quando la sua esperienza davanti a Damasco lo portò a dire: “E se il Cristo non fosse risorto, noi tutti saremmo perduti”.

Non già l’uomo Gesù è l’essenziale del Cristia nesimo, bensì l’Entità sopra-sensibile che nel Battesimo di Giovanni nel Giordano è penetrata nell’uomo Gesù, che si è sollevata fuor dall’avello di Getsemani e che è diventata visibile a coloro che avevano la facoltà di tale veggenza. A Paolo, come al più tardo fra questi, il Cristo Risorto divenne visibile, ed a Lui Paolo si richiama. In quell’occasione io dovetti dunque insistere sul fatto che il rilievo di uno dei più celebri teologi moderni, così detti cristiani, oscura il carattere sopra-sensibile del Cristianesimo, ne oscura l’essenzialità. Il Presidente di quella Società mi fece una replica alquanto strana, affermando essere impossibile una osservazione siffatta nel libro di Harnack, teologo protestante evangelico: osservazione che non potrebbe provenire che da parte cattolica, come quella per esempio sul Sacro Manto di Treviri. Ai cattolici – egli disse – poco preme la constatazione sicura che quel Manto provenga proprio da Gerusalemme, importa invece il fatto che la credenza si ricolleghi ad esso. Insomma, il Presidente rimase così impacciato da rifiutarsi di ammettere che il libro di Harnack contenga quel passo. Risposi che, non avendo in mano il volume, gli avrei mandato una cartolina il giorno dopo annotandovi il numero della pagina. Oltre al resto, il caso è sintomatico anche per caratterizzare la profondità con la quale si leggono oggi opere di importanza. Si legge un libro giudicandolo tale da lasciare un’impronta nella vita, e non si bada affatto ad una delle osservazioni più importanti, anzi non vogliamo neanche ammettere che nel libro sia contenuta. Invece, vi è contenuta davvero! Tutto ciò dimostra come il Cristo sopra-sensibile sia stato escluso dall’evoluzione dell’umanità per opera di una Teologia che affonda sempre più nel materialismo e come gli uomini si attengono ormai unicamente alla figura esteriore fisica dell’uomo Gesù. Erano belle consuetudini festive, le solennità celebrate dai semplici animi primitivi che si esprimevano nelle scene drammatiche natalizie.

Anche se gli uomini di allora non potevano più rendersi conto di tutto il significato del Mistero del Golgotha, nel sentimento essi lo possedevano, pur attenendosi esteriormente all’apparire materiale del Bambino Gesù. E, rappresentata in questa guisa, la festività del Natale di Cristo ha un carattere intimo e bello. Ma non bello è il pensiero che nell’uomo Gesù demolisce il Cristo; e anche dal punto di vista più elevato della concezione cristiana è un pensiero non vero. Si direbbe che la saggia guida dell’umanità abbia tenuto conto di quello che doveva accadere a tutta prima, al fine che potesse iniziarsi e proseguire la concezione materialistica e con essa l’evoluzione umana tendente verso la libertà. Proprio come l’avvento del materialismo fu necessario per la liberazione dell’umanità, così fu necessario che la festa dell’Epifania del Cristo, comprensibile soltanto a una concezione sopra-sensibile, venisse spostata dal 6 Gennaio alla 9 festa di Natale di Gesù il 25 Dicembre.

Stanno in mezzo le dodici notti sante. L’umanità retrocesse in certo modo attraverso l’intero Zodiaco mentre, spostando la Festa, percorreva almeno simbolicamente un numero dodici. Ebbene, se oggi noi riassumiamo tutto ciò che per mezzo dell’uomo Gesù si riallaccia per noi al Cristo, possiamo indubbiamente sentirci mossi dalla solennità del Natale ai più intimi, ai più profondi sentimenti; ma dobbiamo pure, poiché il materialismo celebra i suoi massimi trionfi nella Teologia (il Cristo Gesù essendo stato ridotto al semplice uomo Gesù) dobbiamo ritrovare la via che ci riporti a un presagio del Cristo sopra-sensibile, ultra-terreno. Basta esprimere una concezione siffatta, perché si scateni contro di noi l’inimicizia dell’attuale Teologia materialistica. Ebbene, come il Sole manda in basso materialmente la sua luce dagli spazi cosmici ultra-terreni, così il Sole spirituale del Cristo scese tra gli uomini e si unì a Gesù di Nazareth. E proprio come vediamo nella fisionomia dell’uomo, nei tratti del suo volto, nei suoi gesti, la manifestazione della sua parte animico-spirituale, così possiamo scorgere in quanto si svolge nel Cosmo, in quei moti che nel Cosmo imprime il corso delle stelle, in ciò che, calore interiore animico dell’Universo si esprime esteriormente attraverso le irradiazioni del Sole, la fisionomia esteriore di quanto, in modo animico-spirituale satura e impregna di sé il mondo intero.

E nei misteri che spiritualmente si concentrano nella discesa del Cristo sulla Terra, possiamo vedere il riscontro interiore di quei caratteri fisionomici esteriori per cui i raggi solari concentrati fluiscono sulla Terra. Allora comprenderemo in modo giusto le parole: L’Essere solare del Cristo discende sulla Terra. A questa comprensione sopra-sensibile del Cristo noi dobbiamo ritornare. Nonostante l’intima devozione che vogliamo conservare per la festa natale di Gesù, per il Natale nel significato a cui si è ormai ridotto, dobbiamo imparare a volgere di nuovo l’animo nostro verso quell’altra nascita, la nascita extra-terrena che si compie mediante il Battesimo di Giovanni nel Giordano. Vogliamo imparare a comprendere sia quel simbolo storico grandioso che ci appare dinanzi col Battesimo di Giovanni nel Giordano, quanto l’evento che ha luogo nella stalla di Betlemme o anche in Nazareth. Vogliamo imparare a comprendere in modo giusto le parole quali ci vengono trasmesse dal Vangelo di Luca: “Questi è mio Figlio, oggi l’ho generato”. Vogliamo imparare a comprendere il Mistero di Natale in modo che esso ci divenga di nuovo fonte di comprensione per l’apparire del Cristo sulla Terra.

Vogliamo imparare ad aggiungere al ricordo della nascita fisica, la comprensione della nascita spirituale. Solo a poco a poco da una concezione degli arcani universali già in sé fondata nello Spirito, potremo ar- 10 rivare a tanto. E’ necessario farsi strada gradatamente verso una comprensione che afferri di nuovo in guisa più spirituale il Mistero del Golgotha. A tal fine abbisognerà senza dubbio che ci si renda conto del modo con cui nel divenire terreno dell’umanità si formano degli impulsi simili a quello che, nel IV secolo postcristiano, per intima necessità di evoluzione umana, fece trasferire l’Epifania del Cristo dal 6 Gennaio al Natale di Gesù il 25 Dicembre. Bisogna imparare a vedere in tutto questo l’azione dell’alta Saggezza che guida la storia dell’umanità; imparare a comprendere in una dedizione totale dell’anima questo divenire storico; e allora senza affatto colorirla dei nostri pregiudizi e delle nostre fantasticherie, arriveremo a riconoscere nella storia del genere umano la guida piena di Saggezza.

Dobbiamo imparare ad approfondirci nella storia non solo mediante idee astratte, guardando a cause ed effetti, ma a considerare con assoluta dedizione il corso di questo divenire storico: allora capiremo quell’elemento in noi che fa di questo nostro tempo un vero periodo di transizione, in cui dalla concezione materialistica deve nuovamente sprigionarsi una concezione spirituale del mondo, una elevazione al soprasensibile consona alla natura. E ne sarà esponente una comprensione nuova della venuta del Cristo sulla Terra, del Mistero del Golgotha.

Ne consegue che per l’uomo d’oggi il quale sappia davvero approfondirsi nello spirito del tempo, il Natale assume un duplice aspetto. Esso rappresenta quell’elemento che nell’Evo moderno, dal IV secolo dopo Cristo in poi, è venuto sorgendo, che ha prodotto così mirabili frutti di bellezza nell’animo schietto e semplice del popolo, che ancora oggi sempre ci rapisce intimamente quando lo ravvisiamo in queste riproduzioni sceniche popolari, quali vorrebbe appunto rinnovarle la nostra Scienza antroposofica. E’ l’elemento saturo di quell’intimo e devoto affetto del cuore che si riversò nella vita attraverso tutti quei secoli nel corso dei quali l’idea cristiana andava assumendo forme sempre più materialistiche, finché nel XIX secolo giunse a tale estremo che in forza del suo assurdo dovrà capovolgersi e ritornare alla spiritualità. E qui appunto per noi uomini moderni, di fronte al Natale sorge il secondo aspetto. Al senso di intima tenerezza che portiamo incontro alla solennità natalizia tradizionale, formatasi dal IV secolo post-cristiano in poi, e alla quale vogliamo partecipare devotamente, dobbiamo aggiungere la comprensione suggeritaci dai tempi, di un Natale nuovo, un secondo Natale deve sorgere accanto al primo.

Il Cristo deve venir portato a nuova nascita dall’umanità. Nel ricordo, il Natale deve essere la celebrazione della nascita di Gesù, ma deve assurgere nello Spirito a celebrazione della nascita 11 di una nuova concezione del Cristo. Nuova, non già di fronte ai primi secoli, ma nuova di fronte ai secoli decorsi dopo il IV post-cristiano. E così la festa di Natale stessa non deve essere soltanto la commemorazione di una nascita passata, ma deve diventare, sperimentata, vissuta da qui innanzi, anno per anno, una festa natalizia dell’immediato presente, la festa di un evento contemporaneo.

Questa nascita della nuova idea del Cristo deve compiersi. La festa di Natale deve acquistare una intensità tale da far sì che ogni anno, proprio in questo tempo, l’uomo si concentri sempre più fortemente nel pensiero: E’ necessario che venga portata a nascere una nuova idea del Cristo. Da festa commemorativa del passato, il Natale deve mutarsi in solennità del presente; solennità che celebri una nascita a cui l’uomo partecipa nel suo presente immediato. Allora essa penetrerà davvero nel nostro divenire storico attuale; rafforzandosi sempre più anche verso l’avvenire che ne avrà estremo bisogno. E sorgerà così una Festa Natalizia Universale.

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