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(da oo 219) Traduzione di Emmelina De Renzis Dornach, 17 dicembre 1922

 

Ho già spesso esposto che a un dipresso dal primo terzo del 15 secolo è sorta una speciale epoca dell’evoluzione dell’umanità. Si può dire che l’epoca che ha avuto inizio circa con l’ottavo secolo precristiano e che poi è durata fino al primo terzo del quindicesimo secolo, sia stata l’epoca dell’evoluzione greco-latina e dopo di quella è cominciata la nuova epoca in cui noi stessi ancora ci troviamo. Oggi considereremo i compiti dell’umanità nel tempo attuale in relazione con quel fatto. Sappiamo infatti, e lo sappiamo dalle conferenze tenute qui negli ultimi tempi, che l’uomo nella sua evoluzione terrestre, dunque fra la nascita e la morte, porta in sé, nella sua evoluzione fisica, animica e spirituale il retaggio di ciò che egli ha attraversato nell’esistenza pre-terrestre.

Abbiamo veduto anzitutto come la vita sociale morale sia retaggio di quello stato fra morte e nuova nascita in cui l’uomo vive in intimo rapporto con le entità delle Gerarchie superiori. L’uomo, da questa convivenza, che come ho detto egli sperimenta ritmicamente alternata con un altro stato, porta seco la capacità, la forza dell’amore, e questa forza dell’amore è difatti il fondamento della moralità sulla Terra. L’altro stato, che alterna con quella convivenza, è lo stato in cui l’uomo si ritira in sé stesso, in cui egli si ritrae dalla convivenza con le entità delle Gerarchie superiori.

E come eredità di questo stato egli porta seco la forza del ricordo, la forza della memoria, che indubbiamente si esprime da una parte nel suo egoismo, ma dall’altra anche nella disposizione alla libertà per tutto ciò che dà all’uomo saldezza e indipendenza interiore. Ciò però, pel cui mezzo l’uomo attingendo dalla propria interiorità ha coordinato la sua civiltà, era pure, fino a quell’epoca greco-latina di cui ho parlato, sotto un certo riguardo un retaggio dell’esistenza pre-terrestre. Se risaliamo anche a tempi più antichi dell’evoluzione dell’umanità, nell’epoca paleo-indiana, paleo-persiana e in quella egizia troviamo ovunque un sapere dell’umanità, una vita rappresentativa dell’umanità che sgorga dall’interiorità dell’uomo, ma è in rapporto con la vita tra la morte e la nuova nascita. Nell’epoca paleo-indiana troviamo che l’uomo ha la chiara coscienza di appartenere veramente alla medesima specie a cui appartengono le entità divino spirituali delle altre Gerarchie. Il saggio dell’antica cultura indiana, anziché un cittadino della Terra si sente piuttosto un cittadino di quel mondo a cui appartengono le entità divino spirituali.

E di ciò che egli spande sulla Terra in fatto di civiltà, questo paleo-indiano sente che ciò si verifica perché le azioni terrestri dell’uomo, perfino gli oggetti terrestri e gli esseri terrestri, possono formarsi in modo conforme alle entità divino spirituali alle quali egli si sente affine. Negli uomini dell’epoca paleo-persiana questo sentimento di affinità è già alquanto affievolito, ma essi pure sentono ancora chiaramente come loro vera patria, ciò che essi chiamano il regno della luce, a cui appartenevano fra la morte e la nuova nascita; essi vogliono diventare lottatori per gli spiriti del regno della luce. Essi vogliono per così dire combattere quegli esseri che provengono dalle tenebre della Terra, di guisa che questi esseri tenebrosi non possano mettersi al seguito degli spiriti del regno della luce.

Se poi consideriamo la popolazione egizio-caldaica vediamo la scienza di questi egizi e di questi calDèi completamente pervasa da ciò che si riferisce al cammino delle stelle. Il destino dell’uomo viene misurato da quel che si palesa nelle stelle. Quello che viene operato sulla Terra viene fatto in modo che prima si interrogano le stelle sulla convenienza di fare questo o quello. Anche questa scienza che regola tutta la vita terrena, viene sentita come una eredità di ciò che l’uomo sperimenta fra la morte e una nuova nascita; nel quale periodo le sue esperienze sono tali che egli è tutt’uno con i movimenti e le leggi che regolano le stelle, come qui sulla Terra fra nascita e morte è tutt’uno con gli esseri Dèi regni minerale, vegetale e animale.

Quando poi è subentrata l’epoca greco-latina che si estende dall’ottavo secolo precristiano al quindicesimo secolo dopo Cristo, gli uomini si sentivano già completamente cittadini della Terra. Essi sentivano che nel mondo delle loro rappresentazioni tra nascita e morte, non esisteva più l’eco intensa di ciò che avevano sperimentato nell’esistenza pre-terrestre. Gli uomini si sforzavano allora di familiarizzarsi con la Terra. Se si penetra bene nello spirito della civiltà greca e anche Dèi primi tempi della latina, sembra che si possa dire: gli uomini che a quel tempo hanno fondato un sapere hanno detto a sé stessi: vogliamo imparare a conoscere tutto ciò che si svolge sulla Terra nei tre regni della natura, ma vogliamo imparare a conoscere in modo che la nostra scienza sia veramente qualcosa che può valere anche nell’esistenza extraterrestre. Esiste sempre presso i Greci il sentimento che per mezzo del sapere che serve agli uomini sulla Terra, per mezzo del quale gli uomini regolano la loro azione sulla Terra, debba al contempo rimanere agli uomini anche un oscuro ricordo del mondo divino spirituale. Il greco sa benissimo di non potersi acquistare la sua sapienza altro che dalla contemplazione del mondo terreno, ma sente chiaramente che ciò che egli contempla nei minerali, nelle piante, negli animali, nelle stelle, nei monti, nei fiumi ecc. deve essere per lui il riflesso del divino spirituale, che egli può sperimentare in un altro mondo, non materiale.

Questo succede perché l’uomo allora ancora sente che la miglior parte del suo essere appartiene a un mondo super-sensibile. Egli pensa che questo mondo si è andato indubbiamente oscurando per l’osservazione umana, ma che anche durante l’esistenza terrestre bisogna sforzarsi di portare luce in questo oscuramento. E sebbene a quei tempi non si potesse più regolare, come si usava nell’antico Egitto e in Caldea, le ordinarie azioni dell’umanità terrestre secondo il corso delle stelle, perché non si dominava più la scienza stellare come la dominavano gli Egizi e i CalDèi, ci si deve per lo meno oscuramente sforzarsi, per mezzo dell’investigazione delle manifestazioni della volontà degli esseri divino spirituali, di trasportare alcunché del divino spirituale nel mondo terrestre.

Nei santuari degli Oracoli, nei Templi, la volontà degli Dèi viene investigata, come dalla Storia si può rilevare, dalle relative sacerdotesse e profetesse. E vediamo come questa ricerca della volontà divino spirituale nella quale l’uomo stesso si trova situato nella sua esistenza pre-terrestre, e che si usava nell’epoca in cui nel sud dell’Europa fioriva la cultura greco-latina, era praticata anche nel resto dell’Europa. Vediamo per esempio nel mondo germanico dell’Europa centrale altamente venerato dalle sacerdotesse e profetesse; Dèi pellegrinaggi andavano a consultarle e per mezzo della disposizione statica delle loro anime, la volontà della Divinità doveva manifestarsi agli uomini, affinché questi potessero dirigere le loro azioni terrestri in conformità ad essa. Si potrebbe veramente dire: per quanto affievolito, vediamo nondimeno chiaramente che l’uomo fino al dodicesimo e al tredicesimo secolo, durante il Medio Evo, ha dato a ciò che egli cerca in fatto di sapienza, forma tale che questa sapienza contiene veramente in sé la volontà del mondo divino-spirituale.

Possiamo contemplare in tutti questi secoli fino al dodicesimo e al tredicesimo secolo, quei Santuari che a quei tempi ancora erano venerati come sacri e che poi sono diventati i nostri laboratori astratti, i nostri gabinetti fisici astratti; possiamo contemplare quei Santuari in cui i così detti alchimisti cercavano di investigare le forze delle sostanze e le forze Dèi processi naturali. Possiamo esaminare quegli scritti che ancora contengono debolmente una specie di esposizione dell’atteggiamento del pensiero che veniva svolto in quegli antichi centri di indagini, e troveremo ovunque che esiste la volontà di combinare le sostanze in modo che sviluppino una reciproca azione, di guisa che nella fiala, nella ritorta, agisca il divino spirituale. Vediamo bene risuonare ancora in Goethe, nel suo Faust, l’eco di questa disposizione dell’anima, quando Wagner lavora nel suo laboratorio alla produzione dell’”omuncolo”.

Si può vedere come veramente soltanto alla svolta del quattordicesimo e del quindicesimo secolo, nel mondo civile occidentale sorga quell’atteggiamento dell’anima per cui l’uomo, poggiato su sé stesso, senza portare le sue rappresentazioni in diretto rapporto con la volontà divino spirituale che regna nel mondo, vuole fondare una scienza per la sua civiltà. In quell’epoca per la prima volta si vede sorgere un sapere puramente umano, emancipatosi dalla volontà divino spirituale. E questo sapere puramente umano emancipato è quello che si può chiamare il sapere galileocopernicano.

Quel sapere, per mezzo di cui il mondo si presenta in una immagine tanto astratta all’uomo, quale è appunto l’odierna immagine del mondo con la quale ci rappresentiamo uno spazio, come Giordano Bruno dapprima l’aveva in mente, in cui le stelle circolano come semplici corpi materiali, eppure prendono parte nella quiete al divenire Dèi mondi. Per mezzo di questa immagine cosmica ci si rappresenta che uno straordinario meccanismo agisce dallo spazio cosmico sulla Terra. E, in ultima analisi, ci si arresta pure nella considerazione del terrestre a ciò che si può contare e misurare, ciò che dunque si incorpora in un meccanismo astratto. Questo però è una rappresentazione del mondo, che l’uomo stesso può tessersi con l’osservazione esteriore e con gli esperimenti, per cui si potrebbe dire: le sostanze stesse devono agire l’una sull’altra, i processi stessi che sono nella natura devono presentarsi, e nulla di divino spirituale deve essere più investigato nella natura.

Vi è una grandiosa differenza fra questa rappresentazione del cosmo e tutte quelle che nell’evoluzione dell’umanità l’hanno preceduta; soltanto a quell’epoca, dal primo terzo del quindicesimo secolo in poi, questo mondo delle rappresentazioni umane è diventato semplicemente umano. E ciò che dopo quell’epoca l’umanità ha principalmente elaborato nel mondo delle sue rappresentazioni, riguarda lo spazio. Se esaminate le antiche epoche di cultura paleo-indiana, paleopersiana e egizio-caldaica trovate ovunque che queste loro concezioni del mondo si riferiscono all’età, all’epoca del mondo. Viene ricordata un’antichissima epoca in cui gli uomini comunicavano con gli Dèi, era l’età dell’oro. Viene poi ricordata un’altra epoca, in cui gli uomini hanno goduto ancora per lo meno sulla Terra, dello splendore solare del divino, l’età dell’argento. Il tempo e il suo corso rappresentano una parte importante nell’immagine cosmica dell’evoluzione dell’umanità più antica.

E anche se osservate l’epoca greca, se considerate l’immagine del mondo che esisteva nel  settentrione dell’Europa centrale contemporaneamente a quella greca, troverete ovunque che la rappresentazione del tempo ha grande importanza. Il Greco ricorda quell’antica epoca in cui Urano e Gea scambievolmente esercitavano la loro azione sugli eventi del Cosmo, ricorda poi l’epoca susseguente, quella di Crono e Rea, e dopo l’epoca in cui Zeus con il resto degli Dèi conosciuti nella mitologia greca, regolava il Cosmo e il terrestre. Lo stesso trovate nella mitologia germanico-europea. Il tempo rappresentava ovunque in queste immagini del mondo una parte importante. Lo spazio invece ha poca parte in queste immagini del mondo.

Quanto rimane oscuro lo spaziale nell’immagine del mondo nordico-germanico, coi giganti Ymir ecc. Che in queste si svolga qualcosa nel tempo riesce evidente, ma la rappresentazione spaziale albeggia appena, non ha ancora una decisa azione. Soltanto con l’epoca di Galilei, Copernico e Giordano Bruno, lo spazio comincia a rappresentare una parte importante nell’immagine del mondo. Anche il sistema cosmico tolemaico, che già lavora con lo spazio, è nondimeno più fermato sul tempo, che non quella immagine del mondo che si ha dal quindicesimo secolo in poi, in cui il tempo veramente rappresenta una parte secondaria. Come punto di partenza si prende l’attuale disposizione delle stelle nello spazio cosmico, e per mezzo di calcoli si deduce il modo, come nel passato, questa immagine cosmica era formata. Ma l’immagine spaziale, la rappresentazione spaziale ha importanza principale. In questo modo ogni giudizio dell’uomo si basa sullo spazio.

L’uomo moderno ha sempre più elaborato questa idea dello spazio, tanto nei riguardi della sua immagine esteriore del mondo, quanto pure nei riguardi del suo pensiero in generale. E oggi si può dire veramente che stiamo al culmine di questa rappresentazione spaziale. Riflettete per esempio alla difficoltà per un uomo dell’epoca attuale di seguire temporalmente una spiegazione. Egli è ben contento se si ricorre per aiuto allo spazio, e si disegna qualcosa sulla lavagna.

Se poi si ricorre allo spazio anche con delle fotografie, l’uomo moderno sente proprio come se cominciasse allora la vera primavera. Rendere l’argomento visibile, veramente rendere lo spazio visibile, ecco ciò che l’uomo moderno desidera in tutte le spiegazioni. Il tempo, in quanto scorre come tale è diventato per lui qualcosa di spiacevole. Gli concede ancora un valore nell’elemento musicale, ma anche in questo si sforza sempre verso lo spazio. Basta guardare un ben determinato elemento dell’epoca attuale per vedere facilmente questa mania dell’uomo moderno di poggiare sullo spazio: nel cinematografo gli è indifferente che qualcosa si basi sul tempo. Egli poco si interessa di ciò che vi sta a base come tempo, si occupa completamente di un mondo spaziale. Questo fatto di poggiare con l’intera anima sullo spaziale, è la caratteristica del momento attuale. Abbiamo oggi questa nostalgia di poggiare sullo spaziale.

Chi guarda difatti con gli occhi aperti la cultura attuale e la civiltà, troverà ovunque questa situazione. D’altra parte aspiriamo con ciò che chiamiamo la Scienza dello Spirito, ad uscire da questo spaziale. Ci muoviamo indubbiamente incontro allo spaziale, in quanto rendiamo sensibile anche lo Spirito; questo può essere giusto difatti, per venire appunto in aiuto alla capacità di rappresentazione. Ma dobbiamo sempre rimanere coscienti che non facciamo che renderlo sensibile, e che infine, veramente ciò che importa è lo sforzo, o per lo meno lo dovrebbe essere, di uscire dallo spaziale. Spesso ci inducono in errore tanti mattoidi dello spazio, in quanto riproducono le epoche che si susseguono in tanti schemi; prima epoca, con tante sotto epoche ecc. e poi seguono molte parole con cui la susseguenza viene svolta nello spazio.

Ma noi ci sforziamo di uscire da questo spaziale, noi aspiriamo al temporale, e anche al super-temporale, a ciò che in generale conduce fuori dal sensibile. Il sensibile nella sua forma più grossolana, esiste nello spaziale, ma va in una data direzione. Già spesso ho indicato ciò che la scienza antroposofica veramente desidera. Essa assolutamente non vuol dar poco valore o respingere ciò che è sorto in fatto di pensiero umano dall’epoca di Galileo, Copernico e Giordano Bruno. Il valore di questo giudizio orientato verso lo spazio, viene rispettato dalla Scienza dello Spirito antroposofica, essa ne tiene conto.

Essa deve perciò anche penetrare con la sua luce in tutti i campi della rappresentazione scientifica; essa non deve comportarsi da profano in questi campi di rappresentazione scientifica, ma con il suo modo di considerare le cose deve illuminare quei campi della rappresentazione. Sempre però devo ripetere che la Scienza dello Spirito antroposofica si sforza sempre di ricondurre questo giudizio poggiato sullo spazio, questa pura scienza umana, questo sapere emancipatosi dal divino-spirituale, di ricondurlo al divinospirituale.

Non vogliamo aspirare alle antiche disposizione dell’anima, ma vogliamo appunto che la disposizione dell’anima moderna, dal suo attaccamento alla semplice materialità spaziale, venga ricondotta allo Spirito; vogliamo insomma che, come si usava ai tempi di Galileo e Copernico parlare delle sostanze e delle forze, si impari ora a parlare dello Spirito. Di guisa che effettivamente questa Scienza dello Spirito, per la sua natura ha superato con il suo modo di considerare le cose, le rappresentazioni che si erano andate formando sulle cose e i processi esteriori sensibili dal primo terzo del quindicesimo secolo in poi.

Con essa si aspira a un sapere spirituale affine a questo sapere della natura, sebbene gli sia pure opposto, poiché diretto al super-sensibile. Seriamente dunque, che cosa si cerca di conseguire con essa? Orbene, cari amici, se col pensiero ci trasferiamo nello stato delle  entità divino spirituali, nelle file delle quali noi viviamo tra la morte e la nuova nascita, e vediamo come queste volgano il loro occhio spirituale verso il bene, e per mezzo Dèi diversi mezzi da me descritti contemplano il corso delle cose terrene, troviamo che queste entità per le epoche più antiche dell’evoluzione dell’umanità, per quella paleo-indiana, paleo-persiana e egiziocaldea, guardavano giù sulla Terra ciò che gli uomini facevano; esse osservavano il modo come gli uomini consideravano ciò che esiste nella natura, e guardavano la loro vita sociale.

E così gli Dèi, si potrebbe dire, di fronte a ciò che gli uomini facevano e si rappresentavano, potevano dire: essi fanno ciò che risulta come un ricordo, una eco di quello che essi hanno sperimentato quando erano qui sopra con noi. Agli Egizi e ai CalDèi riusciva chiaro che gli uomini sulla Terra non volevano veramente eseguire che quello che gli Dèi avevano pensato e continuavano a pensare. Gli Dèi, quando guardavano giù sulla Terra, vedevano succedere delle cose a loro affini, e quando gli Dèi guardavano i pensieri degli uomini – poiché gli Dèi possono vedere i pensieri degli uomini – essi vedevano Dèi pensieri a loro affini.

Questo si è modificato dal primo terzo del quindicesimo secolo in poi. Da quell’epoca, e soprattutto in quella attuale, se le entità divino spirituali dirigono lo sguardo verso la Terra, esse vedono veramente ovunque cose ad esse estranee. Gli uomini sulla Terra fanno ciò che essi stessi si combinano dagli eventi e dai processi della Terra, e questo è un elemento estraneo agli Dèi, con i quali gli uomini vivono dalla morte fino a una nuova nascita. Quando l’alchimista cercava ancora nel suo laboratorio di investigare la volontà degli Dèi nella combinazione e nella dissociazione degli elementi, gli Dèi vedevano ancora nell’azione dell’alchimista qualcosa di affine. Oggidì se gli Dèi guardano nei laboratori vi trovano ovunque delle pratiche terribilmente estranee.

Questa è assolutamente una verità, che gli Dèi ritengono che dal primo terzo del quindicesimo secolo in poi, l’intero genere umano sia loro sfuggito di mano, in un certo senso, come se gli uomini quaggiù praticassero sulla Terra le loro proprie sciocchezze, che gli Dèi non possono veramente più capire giustamente.

E difatti non le possono capire in modo giusto, e non certamente quegli Dèi che hanno guidato nell’epoca greco-latina la mano e l’intelligenza degli uomini e che hanno investigato la scienza o simili. Queste entità divino spirituali non hanno nessun vivo interesse in ciò che viene praticato negli odierni laboratori e nelle cliniche odierne. Già ho descritto in proposito, da un altro punto di vista, che gli Dèi guardano dentro dalle finestre (così le chiamai) e non si interessano affatto a quello che i professori praticano sulla Terra. Questo è appunto ciò che maggiormente colpisce al cuore chi approfondisce la moderna scienza iniziatica. Egli dice: noi uomini siamo diventati in questa ultima epoca estranei agli Dèi. Dobbiamo cercare nuovamente un ponte che ci ricolleghi col mondo divino spirituale.

E questo, se si esaminano le cose profondamente, è ciò che ci vien dato dall’impulso verso la Scienza dello Spirito antroposofica. Vogliamo nuovamente trasformare le rappresentazioni scientifiche incomprensibili per gli Dèi, in modo che esse vengano spiritualizzate, perché possano fornire nuovamente un ponte che ci ricolleghi col mondo divino spirituale. Occorre essere coscienti (e nell’epoca di cultura paleo-persiana ben lo sapevano) che la luce per esempio è qualcosa in cui vive il divino.

Ma se oggi un uomo disegna una lente, ne stabilisce il fuoco, e poi con tante linee vuol dimostrare che in quel punto si riuniscono i raggi da esso rifratti, questo è un linguaggio spaziale che gli Dèi non capiscono, è completamente al di fuori e non è divino, non ha alcun senso per gli Dèi. Tutto ciò deve essere ricondotto a un atteggiamento dell’anima umana che permette di ritrovare il ponte che ci conduca al divino. Se si considera questo argomento da tale punto di vista, si sente con maggior profondità il compito che spetta all’epoca attuale per la elaborazione e la trasformazione della natura delle rappresentazioni non spirituali. Ma tutto questo insieme poggia sopra un fatto cosmico straordinariamente importante.

La concezione spaziale è soprattutto una concezione umana. Gli Dèi, con i quali l’uomo vive nel periodo più importante fra morte e nuova nascita, hanno una concezione decisamente temporale, ma questa concezione spaziale che l’uomo eredita sulla Terra essi non l’hanno affatto. Questa concezione spaziale è specificatamente umana. L’uomo veramente è entrato nello spazio per primo quando dal mondo divino spirituale egli è disceso nel mondo terrestre fisico.

Certamente, considerato da qui, tutto appare in una prospettiva spaziale, ma il giudizio per via di dimensioni è completamente terrestre. L’uomo è penetrato in special modo in questa concezione spaziale durante l’evoluzione della cultura occidentale dal quindicesimo secolo in poi. Ma se questa concezione spaziale viene compresa giustamente, se dunque nel modo descritto, per mezzo della spiritualizzazione del puro sapere spaziale, si ritrovano i ponti che conducono al Mondo Spirituale, allora ciò che l’uomo (proprio nell’epoca in cui egli maggiormente si è emancipato dal suo mondo divino, dal quindicesimo secolo in poi) avrà acquistato in fatto di sapere spaziale, diverrà anche importante per il mondo divino spirituale. L’uomo può conquistar per gli Dèi una nuova parte del mondo, se agisce in modo giusto e non si arresta allo spazio, ma riconduce lo Spirito nella concezione spaziale.

Che cosa succede allora? Per gli Dèi non esiste veramente che la direzione del tempo, come l’ho descritto nella mia Scienza Occulta; l’antica epoca Saturnia, quella solare, quella lunare, quella terrestre e le epoche future di Giove, Venere e Vulcano. Questa è la successione nel tempo che esiste per gli Dèi. Qui sulla Terra tutto ciò svolge la sua vita, ma soltanto spazialmente. Noi viviamo oggi nell’epoca terrestre, e questo è giusto. Ma, cari amici, questo divenire che appartiene alla Terra contiene anche l’eco, la ripercussione delle epoche passate della Luna, del Sole e di Saturno. Cercate di far agire su di voi la descrizione dell’epoca saturnia, come sta descritta nella mia Scienza Occulta e direte: non abbiamo più indubbiamente l’epoca saturnia, ma l’azione del suo calore influisce anche sugli eventi della nostra Terra. Saturno, Sole, Luna e Terra stanno l’una dentro all’altra, vi sono contemporaneamente.

Gli Dèi li vedono l’uno dopo l’altro successivamente. Dopo averli veduti anticamente, ancora fino all’epoca caldaica, come succedentisi l’un l’altro, noi li vediamo ora l’uno dentro all’altro, spazialmente l’uno nell’altro. Questo fatto veramente abbraccia molte cose, e soltanto quando esaminiamo tutti i singoli particolari ci accorgiamo di ciò che vi sta dietro. Immaginatevi di stendere la nostra mano sinistra. Nel terrestre vive ovunque il divino. Nei vostri muscoli, nei nostri nervi vive il divino. Nel distendere della vostra mano vive il divino. Voi toccate ora con le dita della vostra mano sinistra quelle della mano destra; questo può essere eseguito soltanto nello spazio.

Questo fatto che voi percepite la vostra mano sinistra con la destra, e viceversa, non viene osservato dagli Dèi. Essi seguono la mano sinistra e la destra fin che vengono in contatto, ma la sensazione che si svolge fra le due, il sentire della mano sinistra con la destra e viceversa è una capacità che gli Dèi non hanno, questo è qualcosa che scaturisce solo dallo spazio. Altrettanto poco quanto gli Dèi non vedono Saturno, Sole, Luna e Terra contemporaneamente ma li vedono consecutivamente, li vedono nel tempo, così pure gli Dèi non hanno tutto ciò che l’uomo sperimenta appunto in modo spaziale.

Quando voi guardate dal vostro occhio sinistro e dal vostro occhio destro, e avete la direzione dello sguardo da destra e da sinistra, avete nello sguardo da destra l’azione degli Dèi, in quello da sinistra l’azione degli Dèi, l’incontro dei due sguardi però è puramente umano. Noi sperimentiamo dunque come uomini, perché stiamo collocati fuori nello spazio, che viene sperimentato emancipato dall’azione degli Dèi. Basta estendere questa immagine di cui mi sono servito, della mano destra e mano sinistra, ad altre azioni nell’ambito terrestre dell’umanità e troverete molte esperienze degli uomini che non sono comprese nel campo di osservazione degli Dèi. In tutti questi campi di genere puramente umano, l’uomo è arrivato con la sua rappresentazione veramente soltanto dal primo terzo del quindicesimo secolo in poi. Di guisa che effettivamente le rappresentazioni che gli uomini si fanno sono andate diventando sempre più incomprensibili per gli Dèi, quando essi spingono lo sguardo giù su di noi.

E appunto quanto teniamo conto di questo fatto, dobbiamo richiamare l’attenzione su quell’evento incisivo e importante verificatosi nell’ultimo terzo del diciannovesimo secolo, al qual spesso ho accennato3 e che si può esprimere dicendo: la direzione di quella entità spirituale indicata col nome di Gabriele è terminata, e a quella è subentrata la direzione di quell’altra entità spirituale che viene chiamata Michele. Nell’ultimo terzo del secolo decimonono quell’Essere spirituale indicato come Michele, è divenuto il Signore di tutto quanto vi ha di spirituale che corrisponde agli eventi umani sulla Terra.

Mentre Gabriele, l’entità Gabriele, è piuttosto orientato verso le qualità passive degli uomini, Michele è l’Essere attivo, il quale in certo qual modo pulsa attraverso il nostro respiro, le nostre vene, i nostri nervi, in tutto ciò che la nostra umanità elabora nei riguardi cosmici, in tutto ciò che noi attivamente acquistiamo. Questo è ciò che si presenta a noi come un invito di Michele: che si sia attivi fin dentro ai nostri pensieri, di guisa che per attività interiore noi si possa, come uomini, elaborare la nostra concezione del mondo. In tal modo soltanto apparteniamo all’epoca di Michele; non dobbiamo rimanere inattivi ad aspettare l’illuminazione esteriore ed interiore, ma dobbiamo collaborare a ciò che ci si presenta in fatto di osservazioni e esperienze dal mondo.

Se un uomo combina un esperimento, questo in fondo non è una attività del suo spirito, non è che un evento come qualsiasi altro evento della natura, ma orientato dall’intelligenza umana. Ma pure è dall’intelligenza che ogni evento della natura è stato orientato. L’uomo, come si serve dell’esperimento per la sua rappresentazione? Non certamente con attività, perché egli guarda l’esperimento e per quanto possibile evita di essere attivo; egli vuole che l’esperimento gli dica tutto e trova fantastica qualsiasi idea che scaturisca per attività interiore. Con le sue rappresentazioni scientifiche egli si trova ben poco addentro nell’epoca di Michele. Egli deve penetrare nell’epoca di Michele, perché questa epoca ha una determinata importante caratteristica.

Se ci poniamo il quesito: quale significato ha veramente nell’intero assieme cosmico il fatto “Gabriele ha ceduto lo scettro a Michele”? Dovremo allora rispondere: il significato è quello che Michele è lo Spirito che meglio di tutte le Entità, le quali possono guidare spiritualmente l’umanità, può avvicinarsi a ciò che gli uomini praticano qui sulla Terra, in questa emancipazione del sapere dal primo terzo del quindicesimo secolo in poi. Gabriele si trova, per così dire, completamente perplesso di fronte a ciò che un qualsiasi uomo educato pensa oggidì e può rappresentarsi. Michele, il quale è straordinariamente affine alle forze del Sole, può per lo meno trasferire la sua attività in ciò che l’uomo elabora in fatto di pensieri che servono di impulso per la sua libera azione. Michele può lavorare in tutto ciò che per esempio ho chiamato nella mia Scienza Occulta, il libero pensiero puro, che deve essere il vero impulso per la volontà individuale dell’uomo libero nel tempo moderno, e per quell’attività che scaturisce dall’impulso all’amore.

Per tutto questo Michele ha speciale affinità. Egli è perciò il messaggero che gli Dèi hanno mandato giù perché possa accogliere ciò che dal sapere emancipato potrà essere condotto ad essere sapere spiritualizzato. La Scienza dello Spirito antroposofica spiritualizza nuovamente il giudizio spaziale, lo rende di nuovo super sensibile, lavora dal basso verso l’alto; stende in certo qual modo le mani dal basso all’alto per afferrare le mani di Michele, che gli vengono incontro tese dall’alto al basso.

Perché così può essere creato il ponte fra gli Dèi e gli uomini. Michele è diventato il Reggente di quest’epoca, perché egli deve accogliere ciò che gli Dèi vogliono accogliere, da quello che gli uomini possono aggiungere alla semplice rappresentazione temporale per mezzo della rappresentazione spaziale, al sapere degli Dèi. Noi possiamo dire: gli Dèi presentano Saturno, Sole, Luna, Terra successivamente nel tempo: l’uomo se ha formato nel giusto modo la moderna fase della sua rappresentazione, vede tutto ciò spazialmente. Gli Dèi possono rappresentare la mano sinistra nell’atto di estendersi, la mano destra nell’atto di estendersi. Gli uomini si appropriano il contatto. Gli Dèi possono vivere nella direzione visiva dell’occhio sinistro e nella direzione visiva dell’occhio destro. L’uomo si rappresenta spazialmente come la direzione visiva dell’occhio sinistro e destro si incontrano. Michele dirige il suo sguardo giù sulla Terra.

Egli è in condizione di arrivare a conoscere, corrispondentemente a ciò che gli uomini elaborano nel pensiero puro, e attuano in volontà pura, ciò che qui dalla rappresentazione spaziale viene conquistato dai cittadini della Terra, dagli uomini e di trasportarlo in alto nei mondi divini. Se gli uomini formassero il solo sapere spaziale, essi non lo spiritualizzerebbero, rimarrebbero nell’antropologia e non vorrebbero arrivare all’antroposofia: in tal caso l’epoca di Michele passerebbe, Michele lascerebbe la sua reggenza e porterebbe agli Dèi il seguente messaggio: l’umanità vuole separarsi dagli Dèi.

Perché Michele possa riportare nel mondo divino un giusto messaggio, egli dovrebbe dire: gli uomini durante la mia epoca hanno risollevato nel super sensibile ciò che, al di fuori del mondo divino spirituale, essi hanno elaborato in fatto di puro giudizio spaziale; possiamo di nuovo accogliere gli uomini, perché essi hanno ricollegato il loro pensare e il loro rappresentare col nostro pensare e il loro rappresentare col nostro pensare e col nostro rappresentare. Difatti Michele non potrà dire agli Dèi, se gli uomini vogliono svolgere la loro giusta evoluzione, che gli uomini si sono abituati a vedere tutto soltanto spazialmente: hanno imparato a disprezzare ciò che vive soltanto nel tempo. Invece se gli uomini vogliono conseguire la loro méta terrestre, Michele dovrà dire: gli uomini si sono sforzati di ricondurre nello spaziale il temporale, il soprasensibile e per tale fatto gli uomini, che non vogliono vedere soltanto lo spaziale, che non vogliono accogliere soltanto quelle materializzazioni tanto grate al principio del ventesimo secolo, possono di nuovo essere considerati in modo che la loro vita si riconnetta direttamente con la vita degli Dèi. Come vedete, cari amici, se con lo Spirito della scienza iniziatica si pratica veramente l’antroposofia, occorre occuparsi degli eventi cosmici, di ciò che l’umanità deve operare in armonia con il mondo degli Dèi.

E all’epoca attuale si tratta in ultima analisi di decidere se vogliamo fornire il germe per ciò che è la vera ulteriore convivenza con il mondo divino spirituale, o se non vogliamo fornire questo germe. E se riflettete all’immenso significato di queste parole potrete misurare con quale serietà, con quale interiore saldezza, debba essere fondato quell’atteggiamento dell’anima che vuol fare dell’antroposofia il contenuto delle proprie rappresentazioni.

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