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Radici cristiane della vita sociale

La sorgente del risanamento

La considerazione delle leggi che guidano i processi nella sfera mediana della vita sociale, quella politico-giuridica, ci ha condotto ad approfondire la comprensione dei processi corrispondenti nella vita della natura e anche nell’evoluzione della coscienza umana nel corso dei tempi.

Possiamo riconoscere ora chiaramente che la salute scaturisce, in ogni campo della vita umana, dall’equilibrio degli opposti e che tale equilibrio non si realizza da sé in modo naturale, ma solo grazie all’agire umano.

Partendo dalla coppia di opposti appena considerata, la coppia vita e morte, ad essa possiamo paragonare le altre innumerevoli coppie nelle quali si fronteggiano gli opposti della vita: bene e male, spirito e materia, maschile e femminile, amore e odio, egoismo e altruismo, libertà e necessità, passato e futuro, …..

Gli opposti che si incontrano nella vita giuridica sono DIRITTI e DOVERI. Il rapporto che comunemente viene stabilito con essi, si può riassumere nella sentenza: “Se vuoi che vengano riconosciuti i tuoi diritti, devi prima assumerti dei doveri”.

Secondo questa logica, il riconoscimento del diritto dell’individuo, della sua dignità umana, viene condizionato al compimento di una qualche funzione richiesta dalla comunità. Il diritto, in sostanza, bisogna meritarselo.

Questo afferma il senso comune e questo si realizza oggi nella legislazione quando, ad esempio, si condiziona il diritto di cittadinanza per gli stranieri allo svolgimento di un’attività lavorativa, o alla padronanza della lingua italiana, o all’accettazione della nostra tradizione culturale.

Ma la Costituzione e la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo dicono esattamente il contrario e cioè che il riconoscimento dei diritti e della dignità non possono essere condizionati dalla razza, dalla lingua, dalla condizione personale, dalle opinioni, ecc..

Quindi il dovere primario non è quello del singolo di adeguarsi a determinate condizioni sociali ritenute giuste da un gruppo, ma quello della comunità di garantire i diritti al singolo indipendentemente dalla sua condizione individuale.

Perché debba essere così, si può comprendere solo da un punto di vista PEDAGOGICO. Infatti una madre non chiederà al suo bambino di dargli qualcosa prima di concedergli il latte.

Dal lato della natura noi siamo esseri egoisti. I nostri bisogni ci derivano dal fatto che nasciamo in questo mondo e sarebbe assurdo accusare di egoismo un bambino che piange perché ha fame. Un tale “egoismo” è pienamente legittimo.

E proprio grazie alla sua esistenza, i genitori hanno l’occasione di esercitare il loro altruismo, dedicandosi con amore a soddisfare i bisogni del figlio.

Tanto più essi nell’educare il figlio sapranno essere attenti alle sue esigenze, non pretendendo che il figlio risponda alle loro personali aspettative, tanto meglio il figlio potrà sviluppare i suoi talenti e una volta cresciuto saprà operare a vantaggio della comunità. Avendo ricevuto con amore sarà poi in grado a sua volta di donare. Questo amore è l’origine ed il fine ultimo di ogni vera educazione.

Così accade anche per la comunità sociale. I suoi genitori, i rappresentanti che hanno la responsabilità di governare le relazioni sociali, devono assumersi il primario dovere di assicurare ai figli, a tutti i cittadini, il diritto al soddisfacimento dei bisogni umani essenziali. Questo dovere può essere assunto solo a partire dalla libera comprensione, dal riconoscimento delle oggettive leggi che presiedono allo sviluppo umano in relazione al mondo.

E’ quindi dalla conoscenza che deriva la libertà, ma in senso evolutivo deve essere prima permessa la libertà perché si possa giungere alla vera conoscenza.

Nella parabola del figliol prodigo questo risulta chiaro. Il padre concede la libertà al figlio e ha fiducia che questa lo guiderà alla conoscenza. Infatti ci pensa la realtà a distruggere le illusioni del figlio. Ha quindi poco senso lodare la misericordia del padre e contemporaneamente biasimare il comportamento del figlio.

Senza il peccato del figlio il padre non potrebbe esercitare la sua misericordia. Per la crescita del figlio, la vita stessa diviene maestra. Essa ha le sue leggi, ignorando le quali non è possibile realizzare le proprie aspirazioni.

Le nostre azioni ci si ritorcono contro prima o poi se non sono compiute secondo le giuste leggi della vita. Da questo impariamo che non serve prendersela con qualcun altro della nostra misera condizione, come dice il saggio proverbio: chi è causa del suo mal pianga se stesso.
(continua)

Stefano Freddo

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