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Radici cristiane della vita sociale

Lo sfruttamento del lavoro

Il rapporto tra produttore e consumatore si complica quando interviene il lavoro dipendente.

Nell’economia moderna esistono grandi masse di lavoratori che prestano il loro lavoro a degli imprenditori dietro il pagamento di un compenso economico.

Ad essi non viene pagata una merce, ma il loro stesso lavoro. In questo senso si parla oggi di “mercato del lavoro”.

Questa particolare merce viene quantificata in ore lavorative, alle quali viene attribuito un certo valore monetario attraverso la contrattazione salariale, così come si contrattano le merci al mercato, secondo le leggi della domanda e dell’offerta.

Ma possiamo veramente affermare che il lavoro è una merce come le altre? Quale rapporto abbiamo noi con una merce? Una merce è qualcosa di cui abbiamo bisogno, che viene prodotta per essere consumata.

Noi produciamo il pane, lo vendiamo al mercato e poi ce ne torniamo a casa nostra. Invece chi non vende merci, ma il proprio lavoro, non può portare al mercato il proprio lavoro e poi tornarsene liberamente a casa; la sua forza di lavoro è legata intimamente alla sua stessa persona.

Vendere il proprio lavoro al mercato del lavoro equivale a vendere una parte di sé. Attraverso il mercato del lavoro si perpetua l’antica schiavitù, in una forma più attenuata, ma anche più subdola, più difficile da riconoscere.

All’ingresso del campo di sterminio di Auschwitz è stato scritto dai nazisti come per scherno: “Arbeit macht frei” (Il lavoro rende liberi). Ma il lavoro divenuto merce rende schiavi, perché rende merce lo stesso essere umano.

Proviamo nuovamente a vivificare il nostro sguardo per osservare meglio ciò che accade nel rapporto tra operaio e datore di lavoro. Se il calzolaio del nostro esempio precedente assume degli operai, li retribuirà per la loro prestazione grazie alla vendita delle scarpe da essi confezionate.

Ciò che ha valore economico è solamente la merce prodotta. Pagare il lavoro in quanto tale è solo un fatto apparente. Nella realtà avviene che il lavoratore e il datore di lavoro collaborano alla produzione e poi si dividono tra loro il ricavato della vendita delle merci prodotte dal lavoro comune. Sono le merci che danno il ricavo economico e il lavoro è solo il mezzo per ottenere le merci, ma non è esso stesso merce.

Alla comprensione di questo fatto è di ostacolo l’idea che si è affermata nella vita culturale, attraverso il pensiero di Karl Marx, secondo il quale il capitale sarebbe lavoro cristallizzato; l’imprenditore realizzerebbe il suo guadagno non pagando adeguatamente il lavoro dell’operaio e quest’ultimo vede in ciò la causa del suo sfruttamento. Da una parte è vero che la quantità di lavoro applicata ad una produzione determina il valore di una merce; si potrebbe affermare che una merce ha un valore tanto maggiore quanto maggiore è il lavoro necessario per produrla. Questo è il punto di vista del lavoratore che vende il suo lavoro.

Dal punto di vista dell’imprenditore la cosa si rovescia. Per lui una merce vale tanto di più quanto minore è stato il lavoro necessario per produrla. Chi abbia lavorato come dipendente sa bene che questa discordanza di vedute è la causa del conflitto tra lavoratore e datore di lavoro. Il lavoratore ha bisogno di lavorare per ottenere un reddito e l’imprenditore ha invece l’esigenza di ridurre il costo del lavoro.

L’esigenza del datore di lavoro non scaturisce semplicemente dal desiderio del profitto. Ridurre i costi di produzione attraverso una razionale organizzazione del lavoro determina un abbassamento dei prezzi delle merci; ciò va a vantaggio dei consumatori, quindi anche degli stessi lavoratori.

E’ l’introduzione del lavoro come merce a creare il conflitto tra operaio e imprenditore. Tale conflitto sorge nella vita sociale dall’introdurre nelle coscienze un fattore illusorio che impedisce di cogliere la realtà.

(continua)

Stefano Freddo

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