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Le principali azioni e strategie messe a punto negli ultimi decenni per la protezione della natura sono state più volte studiate da vari punti di vista all’interno di numerose discipline delle Scienze Naturali che, nel loro insieme, gli studiosi di lingua anglosassone chiamano Conservation Ecology (o Biology.

In questo vasto percorso scientifico e culturale, da cui poi derivano gli interventi concreti “sul campo” che interessano numerosi soggetti pubblici (es. gli enti parco) e privati (es. le associazioni ambientaliste), possiamo peraltro riconoscere tre filoni principali di intervento:

1. la tutela, in situ o ex-situ, di specie e habitat residui (ovvero “salviamo il salvabile”);
2. la riduzione, la mitigazione o l’eliminazione delle sorgenti di impatti (ovvero “arrestiamo-riduciamo il degrado”);
3. la ricostruzione ambientale (che va dal ripristino di ecosistemi alla reintroduzione di specie).

Se nei primi due casi si gioca ancora “in difesa”, nel terzo vi è il tentativo di cominciare a contrattaccare per cercare di recuperare almeno una parte di ciò che si è perso come natura.

Eppure anche in queste ultime situazioni l’approccio è quasi sempre funzionale (si ripiantano boschi per rallentare le frane in collina, per mitigare gli effetti dello smog in città o contro l’effetto-serra in genere) o magari anche con motivazioni etico-filosofiche (si curano e rilasciano uccelli feriti perché sono belli e ci gratifica il loro ritorno in libertà).

Tutte motivazioni utili e magari anche nobili e giuste ma che, così come sono pensate, di rado toccano quello che sempre di più si sta rivelando una delle questioni centrali del problema, benché appunto ancora poco considerata: la perdita diffusa di vitalità.

Negli ultimi anni i segnali in tal senso sono sempre più estesi e preoccupanti: dalla riduzione sempre più accentuata delle fertilità dei terreni alla presa d’atto di avere colture e vegetazione naturale sempre più indebolite in tutto il loro ciclo vegetazionale; dalle sementi che perdono capacità di germinazione dopo pochi mesi (mentre chicchi di frumento trovate nelle tombe etrusche sono ancora in grado di generare spighe dopo 2000 anni) all’aumento di individui sterili tra diverse specie animali (tra cui l’Uomo), sino ad una generale riduzione delle capacità organiche difensive e immunitarie di numerosi sistemi viventi (dalle singole specie alle comunità).

Appare quindi fondamentale, accanto alle precedenti linee d’azione che ovviamente andranno proseguite, sviluppare di più e soprattutto in modo esplicito nuove e più convinte azioni e strategie contro la devitalizzazione dei processi, in una visione che a questo punto è di vero contrattacco contro tutti i meccanismi degenerativi e biocidi degli ultimi decenni.

Pertanto quello che oggi risulta urgente e necessaria non è solo un’ecologia che sia conservativa (della biodiversità) e mitigativa-compensativa (degli impatti), ma che sia anche e forse soprattutto rigenerativa (Regeneration Ecology). Una Ecologia che ponga tra le proprie priorità l’attenzione dei processi vitali, al loro sostegno e sviluppo.

Troppo spesso infatti, soprattutto in ambito urbano, tale argomento non viene considerato e si procede con un’eccessiva attenzione alle funzioni, alle “utilità”, o magari anche all’estetica della natura, ma con un approccio che alla fine risulta eccessivamente meccanicistico e materialistico. Ovviamente per fare questo bisogna conoscere meglio la Vita, come funziona, come si manifesta, come si sostiene. Una conoscenza che i lettori di ALBIOS conoscono bene ed a cui sono da tempo sensibilizzati ma che, in un contesto culturale sostanzialmente necrofilo come quello occidentale, in realtà non è da tutti.

Anche nel mondo scientifico moderno sono ancora troppi coloro che pensano che i processi vitali si possano spiegare solo attraverso una semplice (si fa per dire) descrizione e comprensione della loro chimica o della loro genetica. Insomma ci si ferma solitamente alla dimensione di Bios (la vita incarnata – biologica) ignorando Zoe (la vita diffusa e immanifesta). In realtà come sappiamo c’è molto di più, una dimensione “sottile”, energetica, che l’antroposofia chiama “eterica”, ma la stessa fisica quantistica ed i settori più evoluti ed aperti della biologia e della medicina ormai riconoscono.

Promuovere una Regeneration Ecology può essere anche un modo per contaminare in maniera virtuosa gli ambiti della stessa Ecologia (accademica e non) e del mondo ambientalista, troppo spesso dediti anch’essi ad un ecologia materialista o, all’opposto, sbrodolatamente animica (vedi l’approccio del mondo animalista).

In ogni caso gli interventi concreti che sin da ora si possono attuare in questa direzione sono numerosi e vanno calibrati e messi a punto di volta in volta, anche senza particolari conoscenze esoteriche: dall’attenzione al ripristino della piena fertilità dei suoli e dell’acqua, al recupero e riutilizzo di vecchie varietà/specie vegetali; dalla selezione di nuovi taxa più vitali, al trattamento dei semi con tecniche che ne sostengano la germinabilità, dalla messa a punto e diffusione estensiva di opportune tecniche agronomiche e forestali che tengano conto di tali aspetti (l’agricoltura biodinamica e l’agricoltura Trinium già lo fanno), sino alla creazione di neoecosistemi dove l’abbinamento vegetazionale e floristico ne sostenga la forza vitale nel suo insieme con il riconoscimento di opportune associazioni tra le specie.

Senza dimenticare tutta quella vasta parte di informazione, formazione e sensibilizzazione dell’opinione pubblica su tale approccio e su queste priorità che dovrebbe essere propedeutica nel supportare le azioni sul campo.

Anche solo parlare di Vita con parenti ed amici, in una società che è un continuo spot per la Morte, può essere un piccolo atto rivoluzionario, dalle ricadute spesso sorprendenti.

E’ tempo dunque di rigenerare, è urgente, facciamolo!

Armando Gariboldi

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