La calma deve essere possibile in qualsiasi momento, attraverso qualsiasi circostanza.
Occorre poterla evocare secondo un comando a sé stessi, a cui ci si deve meticolosamente essere preparati.
Dovrebbe essere posseduto lo stato di autonomia e di distacco che consegue alla concentrazione intensa.
Questo stato di autonomia e distacco, evocato, dovrebbe essere sufficiente ogni volta a restituire la calma.
Ove la situazione sia talmente sopraffacente, che un simile comando su sé sia possibile solo parzialmente o in superficie, allora è consigliabile il metodo rosicruciano del retrocedere nell’essenza del corpo astrale. In termini semplificati, l’arte è “incassare”, cedere, abbandonarsi del tutto, non resistere. Il resistere è l’errore.
Ci richiamiamo ancora al concetto di judo interiore.
Non si tratta di un’imagine strumentale, bensì di una tecnica precisa, facente appello a forze oggi presenti nel rapporto del corpo astrale con l’Io, epperò non aventi nulla in comune con il judo propriamente detto.
Qualsiasi forma di agitazione in sostanza non è che l’illegittimo prevalere di impulsi astrali sull’Io: questi impulsi, ove non dominassero l’Io, si darebbero come sue forze.
Quello che per convenienza chiamiamo judo interiore, è una tecnica prevista dall’ascesi solare, in quanto disciplina restitutrice del moto originario dell’astrale, utilizzante le forze dell’alterazione nell’alterazione stessa.
Questa tecnica consiste nell’abbandonarsi ancor più profondamente all’agitazione, oltre ciò che è la sua presa sull’anima, sino alla possibilità di aggiungere una forza volitiva alla corrente impulsiva.
Occorre non dimenticare che volontà e impulsività sono la stessa forza sotto dominio diverso nell’anima.
Il primo movimento è sfuggire alla presa: cedere oltre il limite della calma alienata: qui inserirsi, o inserire la corrente imaginativo-volitiva, già educata mediante gli esercizi: così da scendere nella zona profonda di sé, dove e la fucina originaria delle forze.
L’abbandonarsi, il cedere sottile, lo svincolarsi e simultanea-mente agire come nel judo, è, dal punto di vista occulto un operare con le forze permanenti del Buddha, oggi cosmicamente animanti nell’interiorità umana la capacità di liberazione dal sensibile entro l’esperienza sensibile.
L’originario apporto del Buddha, volto in antico a evitare all’asceta le condizioni dell’esperienza sensibile, diviene oggi l’impulso positivo dell’anima afferrata dal sensibile.
I processi buddhici nell’anima in tal senso oggi esplicano la loro reale funzione: cooperano all’azione della essenza-Logos nell’Io: aprono la via al Cristo.
Il limite della calma alienata può essere raggiunto mediante forze più profonde dell’Io evocate dallo stato di necessità, ossia dall’agitazione: per solito esse operano a una ristabilizzazione inconscia della calma a spese dell’organismo eterico-fisico: tale calma è fittizia, perché non scaturisce da azione volitiva dell’Io nell’astrale, ma da insufficienza dell’Io rispetto a tale azione, epperò conferma quella dipendenza dell’astrale dalla natura inferiore, che riprodurrà l’agitazione.
Il judo interiore giunge a sprigionare forze più radicali dell’Io mediante lo sprofondamento voluto nella calma alienata, ossia mediante le forze stesse dell’agitazione automaticamente implicanti l’Io.
Di questo automatismo occorre impossessarsi: è un trasferimento di funzione dalla istintività alla volontà imaginativa, possibile come cedimento tipo judo: esso risponde all’attitudine del “Sia fatta la volontà di Dio”, tecnicamente portata alla sua ultima istanza.
Per solito questa attitudine è una passività dell’inerzia: occorre. portarla oltre, dall’essenza, sino alla “potenza” della passività inerte.
Questo portare la passività oltre se stessa, è un discendere nel profondo, sino a raggiungere la radice intatta dell’essere organicamente dominante la corporeità fisica. È una presenza di fondamento dell’Io, da una sua più elevata altezza attinta.
La calma vera è raggiunta, quando diviene una “zona aurea” dell’anima, in cui lo sperimentatore può ritirarsi come in un paesaggio magico, per tornare indipendente dalle condizioni, quando queste divengono sopraffacenti: come un attore che lasci la scena dove sta recitando una parte difficile nella quale è immedesimato, e ritrovi se stesso, realizzando l’irrealtà funzionale del mondo che ha appena lasciato: irrealtà la cui misura umana sono il dolore e la morte.
Di questi la calma vivente realizza invero il contenuto metafisico: la pace profonda.
Fuori di una simile possibilità, il problema della calma tuttavia permane, quando persiste la causa di ciò onde la calma è perduta: quando l’agitazione si deve a una situazione di fatto che non muta, o si aggrava, o sta ad attenderci a una determinata data.
Per questa situazione si rimanda a quanto viene detto nei paragrafi riguardanti rispettivamente il KARMA, la POTENZA DELLA DISTRAZIONE e la redenzione degli ISTINTI.
Massimo Scaligero


