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“Allora i farisei si ritirarono e tennero consiglio per vedere di coglierlo in fallo nelle sue parole.

E gli mandarono i loro discepoli con gli erodiani a dirgli: «Maestro, noi sappiamo che sei sincero e insegni la via di Dio secondo verità, e non hai riguardi per nessuno, perché non badi all’apparenza delle persone. Dicci dunque: Che te ne pare? È lecito, o no, pagare il tributo a Cesare?» Ma Gesù, conoscendo la loro malizia, disse: «Perché mi tentate, ipocriti? Mostratemi la moneta del tributo». Ed essi gli porsero un denaro. Ed egli domandò loro: «Di chi è questa immagine e questa iscrizione?» Gli risposero: «Di Cesare». E Gesù disse loro: «Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare, e a Dio quello che è di Dio». Ed essi, udito ciò, si stupirono e, lasciatolo, se ne andarono”. (Matteo 22,15-22)

Siamo nella settimana della Passione. I farisei, che detengono il potere, tengono consiglio per coglierlo in fallo nelle sue parole. Ma non lo fanno direttamente, non si espongono, ma mandano i loro discepoli, con gli erodiani. Si muovono dunque i servi del potere politico e religioso, coloro che temono l’azione del Cristo che rischia di minare le basi del potere dell’autorità costituita.

Il confronto era iniziato dopo che la domenica della Palme Gesù aveva scacciato i mercanti dal tempio. Il giorno seguente, lunedì, avviene questo:

“Entrato nel tempio, mentre insegnava gli si avvicinarono i sommi sacerdoti e gli anziani del popolo e gli dissero: «Con quale autorità fai questo? Chi ti ha dato questa autorità?». Gesù rispose: «Vi farò anch’io una domanda e se voi mi rispondete, vi dirò anche con quale autorità faccio questo. Il battesimo di Giovanni da dove veniva? Dal cielo o dagli uomini?». Ed essi riflettevano tra sé dicendo: «Se diciamo: “dal Cielo”, ci risponderà: “perché dunque non gli avete creduto?”; se diciamo “dagli uomini”, abbiamo timore della folla, perché tutti considerano Giovanni un profeta». Rispondendo perciò a Gesù, dissero: «Non lo sappiamo». Allora anch’egli disse loro: «Neanch’io vi dico con quale autorità faccio queste cose”. (Matteo 21,23-27)

Come si può notare, qui Gesù pone una domanda ai sommi sacerdoti e agli anziani, ben sapendo che essi, con la loro domanda, vogliono coglierlo in fallo. Appare chiaro che essi comprendono che non possono rispondere alla domanda di Gesù, altrimenti è scoperta la loro malafede. Quindi dichiarano di non saper rispondere.

Faccio qui una parentesi. Chi ha letto le mie precedenti pubblicazioni, nelle quali tra i vari risultati della ricerca spirituale sull’Antropocrazia ho narrato anche le mie esperienze nelle istituzioni antroposofiche, ha potuto constatare come, di fronte alle mie domande circa lo stravolgimento delle idee sociali di Steiner attuato da divulgatori ufficiali dell’antroposofia, per non rispondere nel merito della questione, i dirigenti hanno detto che non sono competenti in materia economica, che non sanno rispondere.

Dopo la domanda alla quale i sommi sacerdoti non vogliono rispondere, Gesù narra tre parabole, quella dei due figli, quella della vigna e dei coloni e quella del banchetto nuziale, nella quale egli indica chiaramente come in tutta la storia del popolo ebraico i profeti inviati da Dio, fino al Battista, sono stati respinti e uccisi dai capi del potere politico e religioso, mentre sono stati accolti dai peccatori e dalle prostitute. (.. a proposito del fatto che l’Antropocrazia non funzionerà se prima gli uomini non diventano buoni e giusti). I sommi sacerdoti bene lo sanno: “Udite queste parabole, i sommi sacerdoti e i farisei capirono che parlava di loro e cercavano di catturarlo; ma avevano paura della folla che lo considerava un profeta”. (Matteo 21 45-46)

La domanda sul tributo a Cesare, che viene subito dopo le tre parabole, è l’arma che essi usano per tentare di coglierlo in fallo. E’ la contro-domanda, analoga a quella che il Cristo aveva loro rivolto e alla quale non avevano voluto rispondere. Se egli avesse risposto che non è lecito pagare il tributo a Cesare, sarebbe andato contro il potere romano, che lo avrebbe arrestato, se avesse risposto che è lecito, avrebbe avuto contro il popolo che voleva liberarsi da tale potere.

Di fronte a tale dualismo teorico, di fronte alla lotta per il potere, il Cristo procede con metodo scientifico, tramite percezione e concetto, premettendo anche chiaramente che essi lo vogliono mettere alle strette, svelando apertamente le loro intenzioni, la loro malizia:

«Perché mi tentate, ipocriti? Mostratemi la moneta del tributo». Ed essi gli porsero un denaro. Ed egli domandò loro: «Di chi è questa immagine e questa iscrizione?» Gli risposero: «Di Cesare». E Gesù disse loro: «Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare, e a Dio quello che è di Dio». Ed essi, udito ciò, si stupirono e, lasciatolo, se ne andarono.

L’immagine è la percezione e l’iscrizione il concetto, il nome. Se su quel denaro sono impressi l’immagine e il nome di Cesare, significa che esso gli appartiene. Esso è la sua rappresentazione.

Ma cosa appartiene a Dio? Cosa va dato a Dio?

E’ stato Rudolf Steiner a chiarire questo enigma. Infatti questa risposta del Cristo è stata sempre interpretata come un’indicazione della necessaria separazione tra il potere religioso e quello politico-economico, quella separazione che tra l’altro è stata tradita dalla romanizzazione del Cristianesimo e che è stata poi alla base di tutte le lotte per il potere, come quella tra i Guelfi e Ghibellini nella nostra Italia.

Per una corretta interpretazione delle parole del Cristo, si trattava di cogliere i nessi logici presenti nella sua risposta. Se per capire che il denaro è di Cesare basta vedere che su di esso è impressa la sua immagine e il suo nome, per capire cosa è da dare a Dio, cosa è di Dio, si deve trovare qualcosa che porti l’immagine e il nome di Dio.

Per un ebreo non sarebbe stato difficile scoprirlo, poiché nella Genesi di Mosè sta scritto:

“E Dio creò l’uomo a Sua Immagine, a immagine di Dio lo creò”.

E ancora, nell’Esodo di Mosè:

“Io sono l’Io Sono. Così dirai agli israeliti: l’Io Sono mi manda a voi”.

L’Uomo porta dunque su di sé l’immagine di Dio e il Nome di Dio. Non poteva che essere Mosè, rinato come Rudolf Steiner, a rivelarcelo.

Egli ci ha rivelato che oggi il denaro, mezzo di scambio fondamentale per l’economia mondiale, deve liberarsi dal potere politico e da quello religioso, deve divenire l’elemento spirituale che è al servizio dell’Uomo, in un’economia fraterna tra individui liberi.

Che questo sia il tempo in cui ciò si compie, il tempo in cui ci parla il Cristo Eterico, e che tale compito spetti al Popolo Italiano, è confermato dal fatto che sul nostro denaro, sulla moneta da 1 euro italiana, è stata posta l’effige non di Cesare, ma dell’Uomo.

E questa immagine proviene da Leonardo da Vinci, Giuda rinato, che ha portato avanti il suo legame col denaro e con la tecnica moderna verso il nostro tempo, per continuare a stimolare il progresso della civiltà umana verso la divisione del lavoro e la fraternità in economia.

Nicolò Bellia, tecnico, matematico e inventore, filosofo e sociologo, senza lauree date dal potere statale, ci ha indicato come trasformare il denaro al servizio dell’uomo. Ci ha indicato che oggi le tasse non vanno più versate allo Stato-Cesare, ma all’Uomo che porta l’immagine di Dio e il suo nome, l’Io Sono.

La tassa monetaria va a sostenere l’emissione del denaro per il reddito base individuale e per il mantenimento della sfera giuridica, il cui unico compito è la tutela dei diritti del singolo cittadino sovrano.

Con tali azioni, frutto della scoperta di uno spirito umano, si compie oggi ciò che era contenuto nella risposta data ai potenti dal Cristo, duemila anni fa.

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