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Riunione Pedagogica Artistica della Libera Scuola Waldorf

(da oo 304a – 1a conferenza) Traduzione di Luisa Fliess Stoccarda, 25 Marzo 1923

 

Dalla Grecia antica, l’eco di età lontane porta incontro all’umanità un detto molto noto e discusso. Quasi ammonimento, esso risuona nella profondità dell’anima e dice: “Uomo, conosci te stesso”. Non sentito sempre nella pienezza imponente di quanto dall’uomo esige, questo detto lo richiama a rendersi cosciente della sua vera e reale natura, dell’importanza sua vera e reale nell’universo, mediante la sua più intensa attività animica e spirituale. Ora, avviene di solito che quando un tale appello, da sede importante, è rivolto all’umanità in una determinata epoca, esso non mira a uno scopo facilmente raggiungibile, ma vuole piuttosto additare una speciale deficienza dei tempi, una meta che è arduo conseguire.

E chi guardi indietro e contempli, non esteriormente per via di teorie storiche, quelle epoche antiche, si renderà conto che il sorgere di questo appello nella Grecia antica è piuttosto l’indice di un decadimento anziché di un accrescimento della facoltà di autoconoscenza umana vera e propria. Infatti, volgendo lo sguardo retrospettivo ai tempi in cui in unione perfetta armonizzavano sentimento religioso, contemplazione artistica, scienza e ideale, ci accorgiamo come in quell’armonia tra religione, arte e scienza l’uomo sentiva sé stesso quasi immagine di quello spirito divino che trame e tesse nell’universo, quale entità data e voluta da Dio su questa terra. Sicché era ovvio che anticamente l’autoconoscenza umana venisse cercata attraverso la coscienza del fondamento divino spirituale che opera nell’uomo; fondamento che in pari tempo veniva pensato e sentito come fondamentale dell’universo. Allorché l’uomo pronunciava ciò che oggi nella nostra favella esprimiamo dicendo “Io”, egli esprimeva insieme la somma di tutte le forze centrali dell’universo; con quella parola, indice del proprio Sé, faceva risuonare il significato della potenza che è nell’universo, poiché egli si sentiva tutt’uno con l’universo.

Ma lo stesso elemento che prima l’uomo conosceva senza sforzo e gli si presentava non diversamente da come i colori appaiono all’occhio nella natura manifesta, gli divenne più tardi difficile, ardua conquista. E se a quei tempi l’appello all’autoconoscenza contenuto nel detto “Conosci te stesso”, avesse potuto sorgere, lo si sarebbe sentito non già da un essere umano, ma da un Essere extra-terreno e la risposta avrebbe suonato: A che questo sforzo di autoconoscenza? Noi uomini siamo l’immagine riflessa dello Spirito divino che ovunque nell’universo riluce, risuona, riscalda e benedice. Chi comprende la parola che il vento alita fra gli alberi, ciò che il lampo tramanda nell’aria, chi riconosce ciò che dice il rombare del tuono, il trasformarsi della nube, il crescere del filo d’erba, il fiorire della corolla, riconosce insieme il proprio Sé umano. E quando il progredire dell’indipendenza umana non poté più abbinarsi con tale nozione del mondo, con tale conoscenza del divino, fu allora che l’uomo fece risuonare dal profondo il suo “Conosci te stesso”, volendo richiamarci così alla facoltà che era stata un tempo spontanea in lui, tramante nell’universo e che ora richiedeva sempre più uno sforzo poderoso.

Tra il sorgere dell’appello “Conosci te stesso” e l’apparire di un’altra sentenza che appartiene alla nostra epoca, cioè all’ultimo decennio del secolo decimonono, sta tutt’una epoca importante dell’evoluzione umana. Questa sentenza, quasi risposta al detto apollineo, fu pronunciata da un eminente scienziato naturalista: “Noi non conseguiamo mai la conoscenza – Ignorabimus!” Dobbiamo considerare questo “Ignorabimus” come risposta alla parola apollinea, poiché Du Bois-Reymond, pronunciandola intese dire, evidentemente, che la conoscenza moderna della natura, progredita in modo così enorme, deve arrestarsi davanti a determinati confini, davanti al confine della coscienza umana e davanti a quello della materia.

Tutto ciò che è contenuto nel campo che sta fra la coscienza umana e la materia, potrà venir conosciuto dall’uomo: così disse quell’investigatore della natura a cui era ben noto ciò che può la ricerca scientifica naturale, portata ad un enorme progresso. Ma ciò che vive nella materia del corpo umano come mondo di conoscenza e come ciò che si svolge nel corpo umano in modo fisico si trasformi in quella interiore esperienza dell’anima che governa la coscienza, questo secondo l’opinione citata l’uomo non avrebbe potuto saperlo mai. Ora: la vita della coscienza nella materia umana, la spiritualizzazione della materia umana corporea grazie agli impulsi della coscienza: questo è appunto l’uomo. E chi non riesca a conoscere come entro alla materia del corpo umano fluisca, trascorra, viva la coscienza, come la materia possa venir elevata a quella luce in cui la coscienza si accende, questi non potrà mai, per quanto si sforzi, rispondere all’appello “Uomo conosci te stesso”. Il periodo storico che intercorre tra queste due sentenze: “Uomo conosci te stesso” e “Noi Uomini non arriveremo mai a sapere come la coscienza possa regnare nella materia”, è dei più importanti per lo sviluppo dell’anima umana. Quel periodo conservava ancora dal passato tanta intima forza umana che ciò che prima era cosa ovvia e spontanea di ricercare l’essenza dell’uomo nell’essenza  manifesta di Dio, veniva sentito nella convinzione seguente: in virtù dello strenuo suo sforzo interiore, l’uomo a poco a poco conseguirà l’auto-conoscenza. Invece questa facoltà di autoconoscenza venne indebolita sempre più e nell’ultimo terzo del diciannovesimo secolo era indebolita a tal segno che risuonò la negazione dell’affermazione apollinea e si proclamò: “Uomo, tu non puoi conoscere te stesso”.

Ebbene, se è così, se la conoscenza dei regni naturali in ultima analisi è costretta a confessare l’impossibilità di conoscere il dominio dello spirito nella materia, essa ammette che è impossibile conoscere l’uomo. D’altro canto dobbiamo dire che, come al risuonare del detto “Uomo conosci te stesso” stava già tramontando l’autoconoscenza sotto specie di conoscenza del divino; così avvenne che la rinuncia all’autoconoscenza (ossia a conoscere l’uomo) già tramontava a sua volta nel momento in cui si formò il monito “O uomo, rinuncia a conoscere te stesso, rinuncia alla conoscenza dell’uomo”.

Si rinnova dunque il fatto che quest’ultima massima non voglia tanto significare ciò che afferma, ma piuttosto diventa indice dell’esperienza contraria alla conoscenza di sé che l’umanità sta attraversando. Poiché mentre la facoltà autocosciente si era venuta affievolendo, risorgeva nell’uomo lo stimolo a conoscere sé stesso, mosso ora non da teoriche necessità intellettive, ma dall’anelito del cuore, dagli impulsi più vitali dell’anima. Ben si sentiva che per quanto a fondo penetrasse nella mirabile scienza naturale, prodiga di tanti doni all’umanità moderna, non era possibile a mezzo di essa trovare la via alla conoscenza dell’uomo. Eppure una via siffatta doveva esserci assolutamente.

Prende parte importante a sorgere di questo nuovo richiamo alla conoscenza dell’uomo, l’anelito che spinge l’umanità a sviluppare pedagogicamente un giusto rapporto fra l’uomo e l’uomo in via di sviluppo che deve venir educato e istruito. Proprio nell’epoca che nel modo accennato esprimeva la rinuncia a qualsiasi conoscenza dell’uomo – proprio in quest’epoca si manifestò maggiormente nelle anime umane preoccupate dalle condizioni generali dell’educazione e dell’istruzione, la convinzione che l’intellettualismo, la conoscenza sensoria esteriore e razionale sono incapaci di portare all’uomo un contributo col quale egli riesca a entrare in giusto rapporto con l’uomo in via di divenire: ad educare ed istruire confacentemente il bambino, il giovane, i fanciullo.

Ed è generale la convinzione che si esprime dicendo: è necessario passare ora allo sviluppo del raziocinio, che vanta sì grandi risultati riguardo a quella conoscenza cui ora si aspira. Per la cura delle facoltà affettive e volitive, non conviene curare nel fanciullo prevalentemente il lato intellettuale, bisogna crescerlo ad essere non soltanto un sapiente, ma un uomo abile e capace.

Una cosa singolare tuttavia informa proprio questo ammonimento pedagogico: ossia la rinuncia ad una reale indagine sull’essere umano, anche sull’essere umano in avvenire, il dubbio di poter conoscere allo stesso modo come si conosce la natura, un qualcosa del bambino che poi ci aiuti a trattare confacentemente l’educazione e l’istruzione. Nell’arte pedagogica moderna si fa valere una corrente speciale che rifiuta addirittura di prendere le mosse coscientemente da una reale conoscenza dell’uomo. Assai più che da impulsi coscienti, si tende ad affidarsi agli istinti educativi, a vaghi impulsi subcoscienti che si vorrebbe agissero nel maestro, nell’educatore.

Chi è in grado di giudicare queste cose vedrà dominare nelle numerose, svariate e spesso lodevolissime manifestazioni pedagogiche moderne, proprio questa caratteristica che tende a creare ideali attingendoli a stimoli elementari della natura. E’ così invalsa ormai l’opinione che una conoscenza profonda e pienamente cosciente dell’entità umana sia cosa impossibile, che chi si avvicina ad essa entità per, diciamo, educarla, non può che affidarsi ad impulsi vaghi e incerti. Soltanto chi guardi con sincero interesse umano tali caratteristiche della vita moderna, misurerà l’importanza della ricerca attuata dalla Scienza dello Spirito per lo sviluppo del senso pedagogico, delle facoltà creative-didattiche, sia nella scuola sia in genere di fronte al bambino.

Poiché la Scienza dello Spirito, base altresì di tutte le tendenze che aspirano a manifestarsi in questa assemblea pedagogico-artistica, attinge a sorgenti che pur non essendo le antiche a cui attingeva la conoscenza umana quando era ancora immediata conoscenza divina, favoriscono la tendenza lodevole che porta la corrente natural-scientifica verso lo spirituale, sì che da una Scienza dello Spirito vera e propria, sia resa nuovamente possibile una conoscenza dell’essere dell’uomo. E questa è indispensabile a chi voglia affrontare con sveglia coscienza i compiti dell’educazione e dell’istruzione; poiché bisogna convincersi che l’evoluzione dell’umanità oggi ci ha condotti al di là della vita d’istinto.

Dobbiamo quindi, senza perdere la nostra spontaneità elementare, arrivare consapevolmente a penetrare nell’intimo di tutti gli esseri che, quali uomini, avviciniamo durante la vita. Potrà forse sembrare bello il dire che l’uomo non deve annettere soverchio valore a quanto riconosce chiaramente, e suggerirgli l’abbandono alla meravigliosa azione dei suoi impulsi istintivi. Ma è opinione non più consona ai nostri tempi, per la semplice ragione che nella corrente evolutiva dell’umanità noi abbiamo perduto la sicurezza dell’antica esperienza primitiva, che non è meno fresca e spontanea dell’esperienza di un tempo, ma capace di immergersi nella sfera della piena coscienza. Proprio colui che si dedica con entusiasmo al metodo col quale oggi giustificatamente si investiga la natura, viene a scoprire che questo 5 modo speciale di valersi dei sensi e di porre gli strumenti a servizio dell’indagine sperimentale, tutto questo modo speciale di voler conoscere la natura, non può condurre a conoscere “l’uomo”.

E si persuade infine che deve esistere una conoscenza dell’uomo derivata da facoltà diverse da quelle per mezzo delle quali oggi si penetra l’essenza delle manifestazioni esteriori di natura. I miei libri “Iniziazione” e “Scienza occulta” descrivono le forze che l’uomo deve conquistarsi a tal fine, ricercandole nell’essere suo proprio. In questi libri ho descritto come l’uomo possa suscitare nella sua vita animica date facoltà che gli permettono di ravvisare, anche attraverso il velo delle manifestazioni naturali, qualcosa che gli si illumina di pura luce spirituale, e come, lasciando che in lui si manifestino delle forze sopite, egli giunga a riconoscere l’elemento spirito che domina in tutta la materia.

Due cose debbono oggi essere rese pienamente comprensibili dalla nostra scienza spirituale. Primo: che con la conoscenza naturale non si può arrivare a conoscere l’uomo; secondo: che deve esistere una scienza spirituale atta a penetrare nell’essenza spirituale del mondo con altrettanta sicurezza come l’indagine naturale detta emprico-sensoria, penetra nel campo puramente naturale. Nondimeno, soltanto un esercizio pratico conoscitivo potrà renderci capaci di sentire vitalmente tutta l’importanza di quanto sopra. Chi tenti (tentativo ovvio per molti e infinite volte ripetuto) di adottare i metodi di conoscenza oggi con sicurezza usati dall’indagine sperimentale nell’esame della natura, per servirsene a conoscere altresì l’uomo e permanga in quello stato d’animo speciale che si confà a quanto sopra, non giungerà a conoscere l’essere vero dell’uomo che pulsa in noi stessi ed è vita, esperienza, sentimento.

In altre parole, con l’indagine sperimentale si rimane (e sappiamo di rimanere) fuori dall’uomo. Per dirla con un paradosso: se, riguardo all’uomo, mi valgo del medesimo metodo di indagine usato di fronte alla natura e poi mi chiedo: “come sperimento in me quello che ora ammetto di essere io?”, dovrò dirmi tosto (e tanto più se sono un entusiasta del conoscere) “questa tua conoscenza dell’uomo, conseguita sulla falsariga della conoscenza della natura, fa sì che tu senta te medesimo quale dovrebbe sentirsi chi, mediante tutte le facoltà conoscitive di cui dispone, non riuscisse a scorgere di sé stesso che il proprio scheletro”. Eccovi in fondo il risultato avvilente e scoraggiante a cui giunge siffatta indagine seriamente condotta coi metodi della scienza naturale. Essa vi riduce a scheletro.

Ma questa esperienza genera l’impulso che veramente oggi ci sospinge verso la Scienza dello Spirito. Poiché la Scienza dello Spirito dice appunto: con altri mezzi che non siano quelli per cui arrivi alla materia morta, tu dovrai tendere verso l’infinito essere dell’uomo.

Ma come dovrà essere questa conoscenza dell’uomo, capace di introdurci veramente nel mistero della sua vita? Certo non dovrà essere tale che nell’osservare noi medesimi ci vediamo scheletri in senso animico-spirituale; dovrà potersi confrontare a cosa tutta diversa. L’esser nostro, determinato dal circolo del sangue e della respirazione, non lo sentiamo, non lo rileviamo isolatamente per via di queste funzioni, e nondimeno lo abbiamo in noi come efficienza nostra. Il modo col quale sperimentiamo normalmente il respiro e la circolazione, si sintetizza in noi senza che ne siamo consapevoli, in una sensazione generale di salute. Ora, deve proprio essere possibile conquistare una conoscenza dell’uomo, delle idee e concezioni riguardo all’essere umano, tali che l’anima nostra possa elaborarle in modo da sperimentarle alla stessa guisa per cui circolazione e respirazione si sperimentano come salute generale. Ma, chiediamoci, quale via potrà condurci a tanto? E conferirci una conoscenza dell’uomo atta a guidarci poi nell’intimo essere del fanciullo affidato alle nostre cure? Riflettiamo: in qual modo ci accostiamo noi alla natura esteriore? Per via dei sensi. E’ all’occhio che dobbiamo la conquista, il possesso del mondo infinitamente vario della luce e dei colori.

Ci occorre un organo per conoscere, per possedere interiormente qualsiasi manifestazione del mondo. Ci occorrono dei sensi che ci trasmettano quanto deve diventare nostro possesso animico. E chi riflettendo su queste cose, studiasse per esempio nel campo della conoscenza sensoria esteriore la struttura meravigliosa dell’occhio umano e il suo rapporto col cervello, condividerà profondamente il sentimento di Goethe che ripeteva il detto del mistico antico: “Se l’occhio non fosse solare, come potremmo noi vedere la luce? Se non giocasse in noi la forza stessa di Dio, come potrebbe rapirci l’estasi del Divino?”. E’ questo elemento solare dell’occhio che opera interiormente quale luce attiva per accogliere la luce esteriore.

E se volgiamo conoscere il rapporto che l’uomo deve avere col mondo onde giungere a qualsiasi conquista animica, è l’organo a ciò adatto che dobbiamo considerare. Si tratta dunque di considerare l’organo che ci conduce alla vera conoscenza dell’uomo. Alla conoscenza della natura esteriore ci conducono l’occhio, l’orecchio, tutti gli altri sensi. A quella del mondo spirituale ci conduce l’esser dell’uomo spiritualmente permeato di luce spirituale, al quale si perviene sulle vie che ho già descritte nel libro “Iniziazione”. Ecco i due poli opposti dello sforzo conoscitivo: la conoscenza dei sensi di cui sono mediatori gli organi corporei, e la conoscenza di quello spirito che scorre, fluttua, permea la natura e l’entità umana, conoscenza dello spirito che ci possiamo conquistare se facciamo di noi stessi, dell’intero essere umano nostro, l’organo spirituale della percezione; se trasformiamo la pienezza delle nostre facoltà umane in organo conoscitivo dell’elemento spirito diffuso nell’universo.

Proprio nel bel mezzo di questi due poli opposti, sta la via aperta alla conoscenza dell’uomo. Se conosciamo soltanto la natura esteriore che si rivela ai nostri sensi, pei motivi addotti non giungiamo fino all’uomo; se invece ci dedichiamo unicamente a conoscere lo spirituale, saremo costretti ad elevare il nostro pensiero a tali fastigi che dilegua, davanti a noi la figura concreta dell’uomo. Ci occorre una cosa che ci avvicini all’essenzialità umana più intimamente di quando vediamo l’uomo parte della spiritualità universale. Per conoscerla in modo intimo e immediato, deve esserci un senso corrispondente a quello dell’occhio per distinguere i colori. Nell’epoca attuale della nostra evoluzione, questo senso qual è? Con che mezzo ci possiamo approfondire nell’entità umana, quale cosa ci sta davanti senz’altro nel nostro mondo, altrettanto come la mirabile struttura dell’occhio ci accosta alla molteplicità dei colori, quella dell’orecchio ai suoni? Qual è il senso, l’organo che ci permette di afferrare, comprendere e conoscere l’uomo? Ebbene, questo senso è il medesimo che ci è dato per accogliere l’arte: è il senso artistico, tramite di quel riflesso dello spirito nella materia che a noi si rileva dal bello, dall’opera d’arte.

Ed è ancora il medesimo per cui ci è consentito di afferrare conoscitivamente l’essere umano nell’immediato presente, per trasformarne direttamente la conoscenza in pratica di vita. So benissimo che tale asserzione suona ancora paradossale all’umanità di oggi. Ma chi abbia davvero il coraggio di pensare fino in fondo le idee e i concetti grazie ai quali afferriamo la natura esteriore, e di immergersi in questa con tutto sé stesso, sentirà come, giunto a quel confine ove egli può dirsi: ecco che qui con i tuoi concetti e con le tue idee ti sei avvicinato alla natura, sentirà come qualcosa che lo spinge, che lo urge ad abbandonare quei rigidi contorni dei concetti e delle idee mediante i quali afferriamo la natura, e ad elevarsi a conformare queste idee in modo artistico.

Fu questo il movente per cui nella prefazione a “Filosofia della libertà” scritta nel 1894, dissi: per comprendere l’uomo abbiamo bisogno di un’arte delle idee, e non di saperle semplicemente afferrare astrattamente. Dobbiamo educarci a sperimentare questa forte spinta che ci permette di trasformare i concetti astratti coi quali cerchiamo di comprendere la natura, in vivente visione artistica. E ciò è possibile. Bisogna far defluire, direi, la conoscenza nell’arte, allora si giunge a valersi del senso artistico. E se, lasciando signoreggiare la mera conoscenza di natura, siamo costretti ad ammettere che non arriveremo mai a comprendere in che modo la coscienza sia vincolata alla materia, – gli occhi ci si aprono subito, non appena permettiamo a quei concetti, a quelle idee esplicative della natura, di sfociare in concezioni artistiche.

Allora ogni cosa trapassa da forma ideologica a veggenza artistica, e ciò che vediamo riveste per così dire l’entità umana, similmente come i colori concepiti dall’occhio rivestono le piante, si stendono su tutti gli esseri della natura. Come il senso corporeo dell’occhio nell’afferrare i colori ad esso si congiunge, si fa tutt’uno con l’essenza delle manifestazioni colorate naturali; non altrimenti il senso artistico si congiunge interiormente con l’essere dell’uomo. E come soltanto dopo aver visto il colore con l’occhio, sul colore noi possiamo riflettere, così soltanto dopo che avremo guardato l’essere umano attraverso il senso artistico, i nostri concetti astratti potranno contemplare quello che nell’entità umana si viene rivelando dal senso artistico.

Quando la scienza così assurge ad arte, tutto il nostro sapere intorno all’uomo, le riflessioni stesse suscitate in noi dall’uomo contemplato nella sua figura esteriore con senso d’arte, si convertono in un possesso intimo dell’anima ben diverso da quello per cui nell’intimo ci sentivamo ridotti a scheletri. E dobbiamo unificarci con le idee, coi concetti artistici di cui continuiamo ad arricchirci, a un punto tale che essi si riversano nella nostra anima allo stesso modo di come la corrente del sangue e del respiro si riversa nel corpo.

Allora vivrà in noi un elemento altrettanto pieno di vita, quanto lo sviluppano la respirazione normale e il circolo sanguigno nel trasmetterci la sensazione “io sono sano”. Una sensazione complessiva, in cui è contenuta l’entità umana, come la salute nel corpo fisico: ecco la meta cui urgono le possibilità insite in una conoscenza dell’uomo che, mediante il senso artistico, si sia conquistata la conoscenza, l’intima conoscenza non già dell’uomo assurto allo spirito, ma che vive nell’immediato presente. E se poi consideriamo quale debba essere alla fine il risultato di una conoscenza siffatta dell’uomo, che si traduce in attività, in volontà (come attività e volontà divengono in noi il respiro e il circolo del sangue), ebbene.. il confronto, qui assai significativo, potrà ancora aiutarci a procedere.

Che cosa risulta dalla sensazione fondamentale della condizione di sanità di tutta la costituzione umana, quando ottusamente sperimentiamo senza bisogno che sia espresso: “io sono organizzato in modo da potermi considerare a posto nel mondo come uomo sano”? Che cosa si esprime in quest’uomo sano? Vi si esprime il coronamento della vita umana: la facoltà dell’amore. Infine, la salute e tutte quante le forze sane dell’anima confluiscono in quella sensazione, in quel sentimento che è capace di comprendere amorevolmente l’altro uomo che ci sta davanti, perché in modo sano conosciamo l’uomo in noi.

Germina così da questa conoscenza sana, l’amore per l’altro che ravvisiamo nostro eguale. Ci ritroviamo in lui. Ma tale conoscenza non si traduce in precetto storico simile a quello che riceve, per esempio, il tecnico e che deve poi trasformare esteriormente nel “questa o quella cosa va fatta così”.

Essa invece si converte in esperienza diretta, in una immediata pratica di vita: poiché trasmutata, sfocia nella facoltà di amare, diventa conoscenza attiva dell’uomo. E se io, genitore, maestro, mi trovo di fronte il fanciullo, l’amore animico spirituale che dalla mia conoscenza evolve, mi è guida a conoscerlo. Non ho bisogno di trasferire nelle mie vedute pedagogiche suggerimenti, concezioni teoriche sull’uomo copiate dalla scienza naturale; basta che io abbia in me la conoscenza dell’uomo come la sperimento nella mia salute totale, nel sano respiro, nel circolo sano del mio sangue.

Allora questa conoscenza giusta, se vivificata confacentemente, si converte in arte pedagogica. Questa conoscenza dell’uomo deve dunque rendere capace l’uomo a spiegare la sua attività sulle ali dell’amore, nel mondo attorno a lui, specie in quello del fanciullo; deve potersi trasformare in quello stato d’animo in cui la conoscenza viva come sostanza d’amore. Base fondamentale della pedagogia moderna è questa disposizione d’animo dell’educatore. Non serve pertanto predicare che nel fanciullo non bisogna sviluppare il solo intelletto, se poi si consente al maestro stesso di darsi all’opera solamente in modo razionalista. Si tratta invece di intraprendere la rieducazione pedagogica cominciando dallo stesso insegnante, affinché non domini più in lui l’intellettualismo che ha carattere anti-artistico, ma la conoscenza dell’uomo gli si converta in disposizione d’animo pedagogica-artistica, vivificata direttamente da un sapersi immergere nel fanciullo, il che stabilisce un contatto tra maestro e allievo che si trasforma in amore immediato, anima di tutta l’educazione, di tutto l’insegnamento. La scienza naturale non giunge a capire come possa nella materia corporea vigere la coscienza.

E perché? Perché la scienza naturale non capisce che l’elemento artistico conforma e configura, e appunto la conoscenza dell’uomo ci svela che la coscienza è un artista che plasma artisticamente questa materia corporea. Finché non si arrivi a cercare nel senso artistico la conoscenza dell’uomo, davanti a quest’ultimo ci dovremo fermare all’”Ignorabimus”. E soltanto allorché sapremo che la coscienza nell’uomo è un artista che opera per sé stesso in seno alla materia e ci convinceremo che per arrivare all’essenza umana occorre afferrare questo elemento che lavora quale artista, soltanto allora avremo superato l’Ignorabimus. In pari tempo faremo la conquista di una conoscenza dell’uomo che per chi la possiede non è mera conoscenza teorica, ma in modo immediato è attività che opera nella volontà, è pratica di vita, è tutt’uno con questa. E chi così sta di fronte all’uomo in via di divenire e riesce a spingere lo sguardo in questo suo divenire, vede molte e molte cose che riguardano la crescita del fanciullo, il suo sviluppo: perché è guidato da una conoscenza dell’uomo permeata di senso artistico e portata incontro al bimbo sulle ali dell’amore.

Ed eccovi un particolare. Osserviamo come maturi nel bimbo quello sviluppo che dal gioco infantile lo conduce incontro al lavoro. Il bimbo gioca: giocare è cosa ovvia per lui. L’adulto deve lavorare, egli è inserto nella necessità del lavoro. Guardiamoci in giro nella vita sociale di oggi e il contrasto fra il gioco fanciullesco e il lavoro che la maggioranza degli uomini è costretta a compiere, ci farà dire: ecco qui il bambino, mentre egli gioca, nel soddisfare a questo stimolo dell’attività che è insito nell’essere umano, quest’azione nel gioco si fonde in lui con una giocondità liberatrice.

Osservatelo un po’, questo fanciullo che gioca! Non ci verrebbe mai in mente che egli non voglia fare ciò che fa giocando! E perché? Perché il gioco a cui egli si dedica è per lui un liberarsi da quello stimolo all’attività che vuole ad ogni costo sprigionarsi dall’essere umano. Giocondità liberatrice nell’applicazione di un’attività umana insita nell’uomo – ecco ciò che è il gioco del fanciullo! Ora chiediamoci: entro l’evoluzione presente dell’umanità a che cosa si riduce il lavoro umano? Si riduce a fardello schiacciante della vita. Mentre va crescendo, il fanciullo passa dalla giocondità liberatrice del gioco al fardello schiacciante del lavoro imposto dalla vita. Se ci poniamo chiaramente sott’occhio tale contrasto, vediamo ergersi davanti a noi il grave quesito: come trovare un ponte tra la giocondità liberatrice del gioco e il peso schiacciante del lavoro imposto dalla vita? Chi osservi il fanciullo nel suo sviluppo, con l’aiuto di quella conoscenza artistica quale poc’anzi ho descritta, troverà questo ponte valendosi dell’elemento dell’arte. L’arte attuata giustamente nella scuola è altresì la guida che, dalla giocondità liberatrice del gioco, conduce al lavoro: in tal caso però il lavoro accettato come necessità della vita – se il ponte fu costruito in modo giusto – non sarà più risentito quale opprimente fardello.

E se noi non riusciremo a liberare il lavoro dal carattere di fardello opprimente, noi non riusciremo neppure mai, credetemi, a risolvere la questione sociale. Risorgerà sempre in altra forma, sino a che non venga sanato, per mezzo dell’educazione, il contrasto fra la giocondità liberatrice del gioco e il peso schiacciante del lavoro imposto dalla vita. Ma che significa inserire l’arte nella Pedagogia, nella pratica dell’educazione e dell’insegnamento? E’ facilissimo formarsi, specie riguardo alla scuola, concezioni molto erronee sul modo con cui applicare l’elemento artistico.

Ciascuno ammetterà che l’intelletto debba, in un certo qual modo, venir formato; poiché è invalsa profondamente nella coscienza di oggi la convinzione della necessità assoluta di curare l’intelligenza dell’uomo perché egli possa reggersi in piedi, sicché è certo che la scuola non potrà riguardare il problema culturale con indifferenza. D’altro canto, ognuno è convinto che senza educazione morale l’uomo non può assurgere alla pienezza della sua dignità, al completo suo essere umano. Chi non sente che un uomo immorale non è integralmente uomo, ma assomiglia, direi, a uno storpio nell’anima e nello spirito? Ne consegue che l’attenzione dell’insegnante viene rivolta a sviluppare, da un lato, l’attività della ragione, dall’altro a curare la dignità umana, il sacro concetto del dovere e della virtù. Ma non altrettanto è oggetto di cura sollecita quell’elemento d’arte che può venire accostato all’uomo soltanto in assoluta pienezza di libertà e di amore.

Dovremmo far oggetto l’essere umano fin dal principio del suo sviluppo infantile, fino da quella altissima venerazione di quell’amore senza pari su cui Schiller fondò il suo scritto (ahimè troppo poco valutato) “Lettere per promuovere l’educazione estetica dell’uomo”. In esso la vita culturale germanica ci offre l’esempio di una schietta valutazione dell’elemento d’arte nel campo educativo. E questo può darci un punto di partenza, poi la concezione di Schiller dovrebbe approfondirsi grazie ai dati della Scienza spirituale. Osservate il gioco infantile e come scaturisce spontaneo dall’imprescindibile bisogno di attività dell’indole umana. Osservate come il bimbo crea, mette fuori dal suo organismo, dalla sua essenzialità umana tutto ciò cui verte il suo gioco.

E ora, osservate come invece il contenuto del nostro lavoro ci venga imposto dal bisogno esteriore della vita, come ad esso dobbiamo dedicarci in maniera che quanto compiamo non deriva senz’altro dalla natura umana: non può essere generalmente per nessuno piena espressione della sua indole. E allora vedrete da questo punto di vista lo sviluppo umano nel suo procedere dall’età infantile all’età adulta della vita. Ma una cosa non dovremmo mai dimenticare: di solito osservando il bimbo mentre gioca, lo facciamo dal punto di vista nostro, dell’adulto; se così non fosse, non si sentirebbe ripetere la frase fatta, che il bimbo a scuola dovrebbe imparare tutto giocando. Non potrebbe esservi nulla di peggiore! Se, per disgrazia, si riuscisse artificiosamente in tale intento, i ragazzi cresciuti così finirebbero col fare un gioco della vita stessa. Chi sostiene, da vero dilettante, che l’applicazione allo studio debba consistere nel solo piacere, che bisogna imparare giocando, questi considera appunto il gioco infantile dal punto di vista dell’adulto e crede che il bimbo giochi con quel medesimo stato d’animo con cui gioca egli stesso. Per l’adulto giocare è uno spasso, diletto aggiunto alla vita. Per il fanciullo è il contenuto serio della vita. Il fanciullo prende assolutamente con piena serietà il suo gioco, e l’essenzialità di questo è data proprio dall’essere retto da serietà.

Soltanto chi questa serietà capisce, sa valutare giustamente il gioco infantile. Allora colui che osservandolo vede come l’umana natura si espande, si riversa fuori nel maneggiare gli oggetti, riesce anche a saper guidare, quando il fanciullo entra nella scuola, questa sua facoltà, questa sua disposizione al gioco, e a trasformarla soprattutto, in mille modi, nell’attività artistica: attività che ci lascia ancora del tutto liberi interiormente, ma ci costringe a lottare con la materia esteriore. Ci persuaderemo come nel portare incontro al bimbo l’elemento dell’arte ed elaborandolo, ci sia consentito di guidare l’educazione infantile in modo da fondere in uno la giocondità e la serietà, e come persino tutto ciò che può recare piacere e gaiezza non debba andare disgiunto da carattere serio.

L’attività del gioco che il bimbo esercitava da prima, può venir guidata a trasformarsi in attività artistica, purché si riesca, specie dall’inizio scolastico fin verso il decimo anno, a trattare l’arte non limitandosi a leziosità fiabesche, ma quasi con l’attingere ogni nostra iniziativa dal graduale sviluppo della natura umana via via che si viene a conoscenza, e a questo trapasso il fanciullo fin dall’inizio della scuola è assolutamente atto. Per quanto il bambino possa dimostrarsi maldestro sui sei o sette anni nel lavoro plastico.

Nel distendere i colori sulla carta ed abbia estrema difficoltà a familiarizzarsi col conto, con ogni elemento musicale o poetico, tuttavia se sapremo non dare peso alle sue inettitudini puerili e riusciremo a presentagli in modo giusto gli aspetti dell’arte, ci accorgeremo che, nonostante le sue manchevolezze, il bimbo sente fino da piccolissimo l’arte plastica e pittorica, sente un intimo essere in sé che non si arresta alla punta delle sue dita, o ai confini della sua pelle, bensì fluisce fuori nel mondo. L’uomo, fin da piccolo, espande così l’essere suo, imparando nel trattare suono, colore, creta, che la sua crescita diviene a un tempo un crescere nel mondo; e impara a sperimentare il sentimento che entità umana ed entità universale sono profondamente intessute l’una nell’altra. Fin da fanciulli possiamo dunque arricchirci dei doni che ci reca l’universo, se – per quanto ancora maldestri – veniamo giustamente guidati all’attività plastica e pittorica. Adeguatamente introdotto a sviluppare la ricettività musicale, il fanciullo sperimenta l’elemento poetico-musicale nella sua intima essenza ed è come se si ricevesse un dono celeste che ci abilita ad afferrare in noi stessi un altro, un secondo essere umano. In altre parole: i suoni, la conformazione poetica del linguaggio si convertono in un essere che scende a noi prodigo di grazie, e, fanciulli ancora, ci avverte: vive in te stesso un quid il quale, sceso da altezze spirituali, afferra la tua augusta entità umana.

Se vivremo dunque col bambino educandolo, istruendolo a norma del senso artistico che coltiviamo nel nostro sentimento, la sua attività pittorica, plastica – per primitiva e maldestra che sia – ci svelerà le sue speciali disposizioni animiche, le attitudini che da lui possiamo tirar fuori. E mentre fluisce dalle sue mani l’elemento artistico, plastico-pittorico, noi impariamo a conoscere a fondo il nostro allievo nelle sue limitazioni e nelle sue doti; e quest’intima convivenza ci fa vedere fino a che punto egli sia portato a rivolgere pensieri e facoltà verso il mondo dello spirito, e quindi a recare nel mondo fisico le forze ivi attinte. Mentre coltiviamo nel nostro allievo l’arte poetica e musicale, immedesimandoci in lui, impariamo a conoscere tutto il rapporto di quest’essere umano bambino coi mondi superiori dello spirito, e le forze di cui egli un giorno disporrà nella vita.

Quando poi avremo portato a contatto immediato dell’uomo in formazione queste arti: la plastica, la poetica, la musicale e istruendo il nostro allievo mediante l’Euritmia nei movimenti euritmici, e avremo destato a viva vita nel corpo tutto ciò che di solito ci si presenta astrattamente nella parola – allora saremo riusciti a stabilire nell’uomo l’armonia interiore tra elemento poetico-musicale governato dallo spirito e la materialità dell’elemento pittorico-plastico permeato dallo spirito. La coscienza umana che è illuminata dallo spirito s’intesse, pervasa d’anima e di senso dell’arte, nel fisico corporeo.

E noi impariamo ad istruire svegliando nel fanciullo anima e spirito, ad istruire, sì che l’insegnamento divenga, in pari tempo, risvegliatore di salute, promotore di crescita e di forze sane per tutta quanta la vita. Tali riflessioni ci richiamano un detto greco, bello e molto comprensivo dell’elemento artistico. Gli antichi Greci chiamavano il Giove di Fidia: farmaco magico. L’arte vera infatti non è soltanto ciò che anima e spirito possono senz’altro afferrare, ma elemento che fa crescere l’uomo, lo risana, ne favorisce il prospero sviluppo. La vera arte è stata sempre un farmaco magico. Il maestro, l’educatore che sappiano amarla e giustamente rispettare l’entità umana, saranno in grado di innestarla, farmaco magico, in tutto il loro insegnamento.

Allora nell’istruzione intellettuale, nell’educazione religiosa, nell’educazione del cuore si trasfonderanno conseguentemente gli impulsi che guidano da un lato alla libertà umana, dall’altro all’amore umano. Il maestro che abbia senso artistico e lo porti a vita, insegnando, educando e richiamandosi al senso artistico dei fanciulli, irradierà efficacia umanamente e pedagogicamente giusta in ogni disciplina. L’arte non verrà staccata dalle varie discipline, ma le si farà posto in seno all’organismo didattico complessivo, sin che non rimanga appartata e non si dica: ecco qui le materie principali.. tanto per l’intelligenza, tanto per il sentimento, tanto per il dovere; e poi, per proprio conto nell’orario, a metà non obbligatorio, se ne resta, quel tanto d’arte che l’allievo ha da imparare. No! L’arte si inserirà nell’ordinamento scolastico in maniera confacente, se ogni altro insegnante, ogni provvidenza educativa siano tali che al momento buono l’anima infantile senta destarsi l’anelito verso l’arte, e se d’altro canto questa venga trattata in modo che egli si senta altresì portato a comprendere con l’intelletto, e a compenetrare nel sentimento del dovere tutto ciò che nell’arte ha imparato a considerare bello, umanamente libero e puro.

Ho desiderato porvi sott’occhio il modo come l’arte possa penetrare in tutto l’organismo scolastico, in tutto l’essere vivente didattico-pedagogico, permeandolo di luce e calore. L’arte e il sentimento artistico collocano la conoscenza dell’uomo tra la conoscenza puramente spirituale e quella che i sensi ci danno dalla natura. In pari tempo è l’arte che ci introduce nel modo migliore nella pratica educativa, poi la scuola che dà posto confacente all’arte, provvede al giusto sviluppo dei suoi allievi, sia nello spirito sia nel corpo.

L’arte agisce ovunque nella vita e trae la sua efficienza dal fatto che, da un lato, è ricettiva di quella luce spirituale necessaria allo sviluppo dell’uomo, e può d’altro lato, grazie alla sua stessa essenza, compenetrarsene in sé, conservandola. Quando poi emana questa sua essenza, l’arte impregna della luce ricevuta dal Sole spirituale stesso tutto ciò in cui si riversa e la materia medesima se ne imbeve, sì che questa riesce ad esprimere lo spirituale e diviene esteriormente luminosa. L’arte sa dunque raccogliere in sé la luce dell’universo, e sa poi conferire splendore di luce alla materia terrestre.

Così all’arte è dato di poter trasfondere nella scuola gli arcani del mondo spirituale e di rivestire anima e spirito infantili con quel fulgido lume per cui il fanciullo potrà poi entrare nella vita senza più sentire il peso schiacciante del lavoro, il quale a poco a poco nel consorzio umano non sarà più sentito come opprimente fardello. Può sembrare un paradosso, eppure se riusciremo ad inserire giustamente l’arte nella scuola, la vita sociale ne potrà ricevere un approfondimento, l’umanità una liberazione.

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