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È la tecnica mediante la quale il discepolo giunge a sperimentare il processo interiore della percezione sensoria.

Egli muove da una determinata percezione e volge ad essa un’attenzione che gradualmente gli dà modo di avete dinanzi a sé il contenuto indipendente dalla forma soggettiva di cui normalmente si riveste: in sostanza separa da questo contenuto la rappresentazione e la sensazione.

Nel percepire egli coglie la presenza di una vita interiore non cosciente nella forma immediata in cui ordinariamente si presenta.

La forma e il contenuto di vita sono identici, onde la forma è essa stessa il contenuto che egli contempla, ma in quanto simultaneamente la separa dall’impronta sensibile: mediante l’esercizio accennato, egli comincia a percepire l’elemento “vitale”, o eterico.

Grazie all’attenzione deliberatamente volta a una percezione così come nella concentrazione ha imparato a volgerla a un pensiero – il discepolo si esercita a isolarne il contenuto sovrasensibile.

Nella concentrazione, di solito egli giunge a contemplare il proprio pensato: nell’esercizio del percepire puro, contempla un pensato più potente: quello della natura creatrice.

Questo pensiero può sorgere in lui, in quanto egli porta incontro ad esso la coscienza silenziosa.

È un pensiero che egli non deve pensare, ma semplicemente lasciar agire nell’anima.

Non ha contemplare un oggetto costruito dall’uomo: un simile oggetto può essere solo evocato per l’esercizio della concentrazione, ma non contemplato per l’esercizio del percepire puro, che esige oggetti cui il pensiero creatore sia immanente.

Soltanto la distinzione tra percezioni dell’inanimato prodotto umano e dell’animato della natura, può preparatoriamente essere utile ai fini di un confronto tra i due tipi di percezione. In una fase inoltrata dell’ascesi, il discepolo può sperimentare, mediante il percepire interiore, quale “spirito” abiti l’oggetto inanimato costruito dall’uomo.

La percezione del vivente della natura è comunque mediata dall’elemento “minerale” in cui si presenta e per cui è sensibile.

Attraverso la purità dell’immediatezza propria del percepire, il discepolo realizza nella mineralità terrestre il supporto in cui si estrinseca direttamente l’Io, con il suo “potere d’identità”. Questo potere d’identità egli può realizzare coscientemente.

Nel percepire ordinario, incontrando la mineralità terrestre, l’Io fa risorgere da questa, come vita della coscienza, le potenze spirituali invertite e dormienti: ma la coscienza è normalmente chiusa a questo intimo risorgere della realtà trascendente della mineralità dalla percezione, perché presa dall’apparire soggettivo delle forme, che sono vive, ma sorgono come forme di un processo di morte: processo che muove dall’uomo, identificandosi a tale livello con un grado di morte della natura.

Nell’apparire mediato dalla percezione, quella realtà sta tuttavia per risorgere.

Ma ad essa l’uomo ottusamente sfugge, vincolandosi per via della brama all’immediata imagine sensibile della realtà, ossia alla forma afferrata dall’anima senziente: che è veste dello stato di morte della mineralità.

La quale invece sta per risorgere mediante il colore, il suono, il sapore, il profumo, ecc.: l’immisurabile “qualitativo” che affiora nella percezione.

In verità la percezione non si dà per essere goduta come sensazione, ma per essere sperimentata come potere dell’Io, scaturente dal suo incontro con la mineralità fisica.

Della mineralità fisica invero l’Io è sul punto di far vivere la realtà metafisica, vincendo il potere d’incantamento onde l’apparire della mineralità, improntando di sé il sentire e il volere senziente, assurge a realtà fisica: non diversamente che una potente allucinazione.

Tale allucinazione viene alimentata dalla brama.

Nell’ordinaria percezione va colto un atto magico trasmutatorio, di continuo smarrito a beneficio della brama dell’apparente contenuto sensorio: una relazione diretta dell’Io, di una “Potenza” rispetto alla quale la coscienza di veglia è inadeguata, come uno stato di coscienza catalettico rispetto allo stato di veglia.

Si può dire che l’arte della Magia Solare consiste nel conquistare come potere della coscienza di veglia ciò che l’Io già realizza facendo sorgere il mondo in percezioni, mediante i sensi.

La coscienza dell’esperienza sensibile postula una Scienza o una filosofia della Libertà.

L’ascesi solare porta il discepolo a sperimentare l’estraneità del contenuto della percezione all’attività dell’organo sensorio mediante il quale si manifesta. Quanto si svolge nell’organo sensorio, durante la percezione, si spiega unicamente con la presenza dell’Io: il processo percettivo, come processo dell’organo fisico, è estraneo al contenuto reale, così come l’apparecchio telefonico non ha a che fare con il contenuto di una conversazione, né con le voci correlative.

L’organo sensorio non serve a trasmettere i contenuti sensibili al corpo umano dotato di anima senziente, bensì a dar modo all’Io di cogliere tali contenuti, come relazioni già esistenti tra la corporeità senziente e il mondo: relazioni che sussistono anche senza la presenza dell’Io come avviene nell’animale.

L’Io coglie nella percezione la propria presenza nel mondo: il mancare di un’attività più radicale, o più individuale, della coscienza, che gli dia modo di avvertire questo suo cogliere la propria presenza o la propria potenza nel mondo, mediante la percezione, rende la vita dei sensi sopraffacente come dominio di una molteplicità immediata, non superabile dalla debole contrapposizione unitiva numerica e logica.

L’imagine sensibile del mondo sorge per via del potere sovrasensibile del percepire: non in quanto il contenuto del mondo sia illusorio, o soggettivamente esistente, ma in quanto mediante il percepire assume la forma che appare realtà.

Il percepire puro porta l’asceta alle soglie dell’Io che percepisce: all’Io che è sempre presupposto, mai veduto: la forza che si presuppone e non si è mai.

L’asceta, con il percepire puro, si inserisce in un processo di “concentrazione profonda”, in cui fluisce la forza dell’Io Superiore.

A questa forza normalmente l’uomo sfugge, col passare da una percezione all’altra, sempre eludendone la penetrazione, di continuo attratto dalla brama delle sensazioni. L’asceta separa il percepire dalla sensazione: deve però aver già sufficientemente educato l’attenzione cosciente mediante l’esercizio della concentrazione.

Le impressioni visive si prestano tipicamente alla pratica del percepire puro: il cui processo, una volta posseduto, può più tardi essere esteso a tutte le sensazioni, con una gradualità che va dalle sensazioni più coscienti a quelle meno coscienti, come l’odorato, il gusto, il tatto, ecc.

Preparatoriamente giova volgersi ad oggetti la cui natura dia modo di separare facilmente il contenuto interiore dalla sensazione: p. es. i cristalli, i metalli, le piante, i fiori, l’acqua, il cielo, il rapporto di luce tra una pianta e il cielo, ecc.

L’operazione consiste nel contemplare, con il massimo dell’attenzione e al tempo stesso con il totale silenzio del pensiero, l’oggetto, sino a conseguire dinanzi ad esso l’assoluta immobilità: debbono tacere sensazione e rappresentazione.

Dinanzi al creato della natura, l’immobilità trapassa spontaneamente nella quiete profonda: è la quiete della Potenza del pensiero universo, che si manifesta nelle “forme” eterico-fisiche.

L’oggetto diviene simbolo imaginativo di una specifica corrente creatrice della natura: nella continuità contemplativa, il discepolo incontra le strutture sovrasensibili del cui potere formativo l’oggetto è il segno.

Tali strutture gli sorgono nell’anima come imagini-forza. L’operazione via via diviene nitida e intensa, andando a coincidere con la dinamica della relazione dell’Io con il sensibile da cui sorge lo apparire fisico del mondo.

La relazione dell’Io, come si è visto, è diretta: perciò, nel percepire puro, il discepolo apprende l’arte di cogliere i moti della vita dell’anima, prima che acquisiscano forma, o divengano sensazione: in sostanza supera la mediazione cerebrale rispetto ai contenuti del pensare, del sentire e del volere: egli può iniziare un’azione di controllo e di integrazione di tali contenuti, afferrandoli allo stato puro, non alterati dall’elemento soggettivo.

Questo realizzare la relazione pura dell’Io indipendente dal corpo astrale, insegna all’operatore molte cose: il distacco dal proprio e dall’altrui karma, grazie a un ascendere alla sfera della libertà dalla quale è possibile contemplare la corrente del karma e cooperare al suo positivo compimento: che è l’etica vera, l’autonomia dello Spirito nell’azione umana, per un’azione di profondità nell’umano: la possibilità di afferrare l’elemento originario del pensare, del sentire e del volere, in movimento, prima che si estingua nella coscienza dialettica: la possibilità di operare in essi prima del loro divenire distruttivi entro la psiche e nella relazione umana.

Il processo interiore del percepire, come si è accennato, può venir gradualmente esteso a tutte le percezioni, sino a quelle soggettive, o psichiche: sino agli impulsi istintivi, e per ultimo al sesso. È saggio, però, un graduale processo di penetrazione dei tipi di percezione, da quelli più indipendenti a quelli più legati alla corporeità fisica.

Si comprenderà che l’arte di sperimentare nel sesso le forze più elevate dell’anima, epperò la reale purificazione, è il separare la “percezione” dalla “sensazione”.

La vera spagiria consiste in tale separazione: arte più sottile che quella richiesta dalla semplice percezione di forme, colori, suoni, ccc., perché il suo contenuto interiore si dà immediatamente idcntico a quello della sensazione erotica.

La via indicata nel presente manuale, dà modo di realizzare in tal senso il percepire puro, così che venga afferrato il calore puro della volontà (V. POTENZA DELL’EROS).

Massimo Scaligero

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