Ciò che realmente il discepolo tende a sperimentare, mediante le discipline, è la forza grazie alla quale forma nella coscienza il concetto.
Non si dà concetto senza tale potere formativo, ma questo rimane normalmente ignorato, in quanto al razionalista ordinario interessa solo l’uso dialettico della forma concettuale.
Il discepolo invece assume il concetto quale veicolo del potere del pensiero: risale al potere formativo del concetto, indipendente dallo specifico significato.
Ogni concetto presuppone tale potere, in quanto sintesi di una molteplicità, rispondente a un ente reale come originario “tipo” extrasensibile.
Il dialettico del presente tempo normalmente ignora il momento della sintesi: mentre assume come reale il suo potere, in effetto neppure crede alla sua esistenza: non si avvede che, con il concetto di “cavallo”, egli si riferisce a un ente unico che vive in tutti i cavalli e lo prospetta come un concreto.
Non sa quello che pur fa: ritiene reale un “universale”, di cui dialetticamente nega o ignora l’esistenza: attinge, senza conoscerlo, al potere formativo, o potere di vita del concetto.
Mediante la concentrazione,il discepolo sperimenta appunto questo elemento di vita, di cui normalmente il pensiero viene privato. In realtà, non v’è concetto della moderna dialettica che rechi come vita il proprio contenuto: la serie dei concetti di un’ideologia è regolarmente un sistema della non-conoscenza della vita interiore, a cui tuttavia si riferisce: vedi i concetti di fraternità, moralità, universalità ecc.
Nessun assertore della fraternità crede che esista come fraternità una forza univoca non fisica, concretamente operante appunto grazie al suo essere non fisica.
L’esercizio della concentrazione restituisce il suo realismo al concetto. In effetto, allorché si evoca un concetto, si sollecita una forza che lo fa affiorare, ma immediatamente si ritrae nell’ignoto della coscienza: è la forza della memoria, che si dà nel moto pensante c immediatamente cede alla forma dialettico-astratta al cui livello diviene cosciente.
Un concetto ricordato è un atto di creazione sempre nuovo, ma il momento vivo dell’atto mnemonico ogni volta sfugge alla coscienza dialettica, in quanto legata alla cerebralità.
Il momento vivo del concetto, o del suo ricordo, invece, essendo pre-cosciente, non è legato alla cerebralità. La concentrazione fa appello a questo momento vivo: grazie ad esso il pensiero giunge al proprio fondamento, che non è l’organo cerebrale.
Tale fondamento è una forza primordiale che tende a risorgere cosciente. Dovranno essere capaci di ridestare una simile forza, coloro che un giorno affronteranno i problemi umani secondo realtà, ossia secondo penetrazione meditativa, piuttosto che secondo ideologia.
La forza che fa affiorare nella mente il concetto quando lo si evoca, è la stessa che opera alla formazione originaria del concetto. Nell’uno e nell’altro caso, essa scaturisce come un potere, in una zona interiore che sfugge alla coscienza. Nellaconcentrazione, la coscienza tende a far proprio questo potere, che di continuo il suo movimento presuppone.
Si può dunque evocare un concetto, perché in sostanza lo si possiede già. Si possiede una serie indefinita di concetti di cose e di enti, ma, se si osserva, in effetto non si è operato con forze deliberate della coscienza alla loro formazione.
Una forza più alta, come una superiore spontaneità, ha agito nella relazione pensante con l’oggetto.
Coscientemente si hanno soltanto le rappresentazioni di un ente: si finisce con l’averne il concetto, che è in sé una potenza di sintesi, ma non si è operato direttamente con un atto della coscienza determinato, a tale sintesi.
Tuttavia normalmente si adopera il concetto come se si possedesse tale sintesi: come se dicendo “cavallo” si avesse la percezione dell’ente che vive in ogni singolo cavallo, come suo archetipo.
La concentrazione consiste nel conquistare coscientemente la dinamica del processo archetipico, affiorante dalle profondità dell’anima nel mentale cosciente.
Ove si possa sperimentare la potenza di sintesi del concetto, si accede a sfera di realtà normalmente impercepibile, perché vasto e possente per il mentale cosciente: si accede a una sfera di Potenze sovrasensibili, che si avverte come fondamento assoluto della sfera sensibile.
La realtà del Sovrasensibile l’uomo libero, oggi, ha la facoltà di dimostrarla egli a se stesso.
L’attività pre-cosciente con cui viene formato il concetto, può essere sperimentata come la corrente interiore primordiale, che nell’organismo trasforma la materia in energia spirituale e l’energia spirituale in natura vivente.
In questa attività, l’asceta del presente tempo ha la possibilità di cogliere ciò che lo Yoga tantrico chiama shakti, in particolare la corrente di kundalini: potere, mediante tale Yoga, oggi invero irrealizzabile, per l’impossibilità che la sua tecnica sia attuale.
La concentrazione su un oggetto evocato, in sostanza muove dal suo concetto: ossia da quella sua nozione che è all’interno della coscienza un potere di sintesi operante, non posseduto. Questo potere viene obiettivato: l’Io vive con la propria corrente di forza nell’anima, grazie al fatto che mediante una serie di rappresentazioni l’oggetto viene ricostituito come concetto, ossia come potere sintetico originario.
Questo potere, sostanzialmente tessuto di volontà, esige, per lasciarsi percepire, l’insistenza della “volontà nel pensiero”: esso viene talmente voluto, che la determinazione del pensiero e il suo contenuto volitivo finiscono col coincidere.
II volere voluto con tale intensità, che cessa di esigere sforzo, diviene una corrente di vita ricongiungente la coscienza con la scaturigine della sua forza.
Massimo Scaligero
Tratto dal Libro: Manuale Pratico della Meditazione


