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(da oo 284) Berlino, 5 Maggio 1909 Traduzione di V. Wollisch

 

Questi due quadri, che sono tra i più importanti del mondo, ci mostrano in qual modo il teosofo possa concretare nell’anima sua l’ideale di vita che persegue. Sono due quadri di Raffaello in cui egli, in un’epoca di grande fioritura artistica, ha manifestato si può dire tutto quello che l’anima sua poteva intuire dell’evoluzione umana attraverso i secoli.

Questi due quadri sono: “La scuola di Atene”, e la così detta “Disputa”. Che cosa ci rappresentano questi quadri se, osservandoli cogli occhi dell’anima, oltre a esaltarne il valore artistico, facciamo rivivere in noi l’altro pensiero a cui si ispirano? Essi si trovano a Roma, in Vaticano, nelle celebri “Stanze di Raffaello” e mi fu dato vederli più volte. La gente, ferma davanti ad essi, segue le indicazioni della guida stampata e apprende che quello è Socrate, quell’altro Platone, quell’altro Diogene ecc. felicissima di poter scoprire chi sia rappresentato nella tal figura e chi nell’altra; chi sia il vescovo tale, chi il tal Padre della Chiesa, chi Paolo, chi Pietro, chi Mosè ecc., ma quanto è indifferente tutto ciò pel godimento artistico!

A questo proposito vorrei servirmi di un paragone addirittura grottesco per dimostrare in che modo ci si possa avvicinare col sentimento artistico a tali capolavori, tanto più che in questo caso l’avvicinamento artistico e l’avvicinamento teosofico si accordano perfettamente. Noi sappiamo che il pianeta Marte è abitato, e che i suoi abitanti, esseri reali per noi, differiscono da quelli della Terra. Non ci lasceremo però indurre alla pazza proposta di alcuni fantasticatori moderni che vorrebbero tracciare su di una vasta pianura siberiana il teorema di Pitagora in linee di luce elettrica, per iniziare così una corrispondenza con gli abitanti di Marte! Lasciamo tali chimere ai fantastici materialisti di oggi giorno.

Chi si attiene alla realtà, sa che gli abitanti di Marte sono interamente diversi da quelli della Terra. Immaginiamo che uno di essi scendesse sul nostro globo e vedesse che cosa vi si fa; non pretenderemmo certo che egli si mettesse subito a studiare la storia del nostro pianeta. Potrebbe però darsi che andasse a Roma e in Vaticano a vedere questi due quadri di Raffaello, benché digiuno di filosofia greca e di cognizioni sull’evoluzione spirituale del Medio Evo. Se gli dicessimo: Vedi, questo è Agostino, quello è Ambrogio, ecc. susciteremmo probabilmente la sua ilarità, ed egli, dato che se si esprimesse in un idioma terrestre, risponderebbe forse: “Ma io questi signori non li conosco!”.

Noi in generale li conosciamo perché ci siamo appropriati date idee su di loro; giuste o no, poco importa. Ma l’impressione del valore artistico di questi quadri non si affievolirà per questo, né per l’indigeno di Marte che nulla sa di Socrate, Platone, Aristotele, né per chi conosce l’evoluzione della nostra Terra; quell’impressione artistica deriva esclusivamente da ciò che il quadro rappresenta e più sarà profonda, più ci commuoverà senz’altri preconcetti. Quell’abitante di Marte sarebbe perciò, dal punto di vista puramente artistico, il miglior osservatore. Penetriamo ora nella sua anima, egli si direbbe:

“Questi quadri mi mostrano figure umane diverse da quelle che per ora vedo fra gli uomini che mi circondano” (infatti non credo che guardandosi intorno egli ne vedrebbe di somiglianti). E un sentimento sorgerebbe nella sua anima, un sentimento generato dalla vita stessa della Terra. Quei quadri gli direbbero che in essi è stato espresso qualcosa di superiore all’ispirazione di un momento, qualcosa che è come la quintessenza di molte vicende relative alla vita del pianeta. Rivolgendo poi la sua attenzione ad uno dei quadri, potrebbe dire: “Ecco figure e forme straordinarie, due figure in mezzo e altre a destra e a sinistra. Vedo qui una certa espressione, la mano alzata di uno, la mano abbassata dell’altro che indica la terra, ecc. (e tutto ciò senza saper nulla di Platone e Aristotele), poi persone in posizioni differenti intente a occupazioni diverse, e intorno ad esse null’altro che semplici forme architettoniche; ma i loro volti sono animati, e anche questo si vede”.

Ammettiamo inoltre che il nostro osservatore rivolga poi lo sguardo all’altro quadro, interamente diverso: vedrà in basso un mondo che ha press’a poco l’aspetto di quello odierno. Più in lato invece vedrà una parte che non poteva riprodursi se non ricollegando cose eterogenee del mondo fisico; un insieme di nubi e di forme umane sapientemente combinate, reali d’aspetto e di espressione. E più su ancora, immagini su sfondo d’oro, dall’aspetto sovrumano. Cosa mai potrebbe ora dire colui che osserva questi quadri senza nulla sapere della vita spirituale sulla Terra, e che giudica semplicemente da ciò che la rappresentazione artistica gli mostra? Egli dovrebbe dirsi: “Queste persone hanno la Terra intorno a sé, ma vi furono epoche in cui sentivano il bisogno di esprimere l’invisibile, quel mondo trascendente che essi non potevano riprodurre se non associando le nubi alle forme umane, o creando immagini trasumanate, circonfuse di aurea luce.

Bisogna dunque che esista qualcosa che ha elevato quelle persone, che esistano forze dell’anima superiori a ciò che 3 il mondo fisico poteva loro rivelare. Esse si sono create un altro mondo, oltre quello fisico, un mondo col quale dovevano sentirsi in una qualsiasi relazione”. E in che modo trovarono questa relazione? Lo sguardo dell’uomo di Marte cadrebbe allora su quel singolare gruppo che noi chiamiamo Dio-Padre, il Figlio e la Colomba, espressione dello Spirito Santo; in basso vedrebbe un altare sul quale è posato il Santissimo, simbolo della Comunione.

L’evoluzione di Marte non ha ancora raggiunto quella della Terra e non vi esiste perciò quello che da noi si chiama tradizione cristiana, così il nostro osservatore non potrebbe sapere quello che il quadro rappresenta. L’atteggiamento dei gruppi a destra e sinistra gli potrebbero dire però che la forza del simbolo dà alle anime l’intuizione dei mondi superiori; soffermandovisi vieppiù vedrebbe tra le tante figure, due immagini di donna, una a destra e l’altra a sinistra. Strano! Osservandole in particolare, le troviamo diversissime d’espressione, differenti fin nell’abito. Studiamole: in quella a sinistra sul quadro “La Scuola di Atene” tutto l’atteggiamento è un richiamo al mondo fisico-materiale che è sotto e a ciò che accaparra i sensi.

Vi sono tutt’intorno figure di uomini dalle quali si intuisce la preoccupazione per le cose del mondo fisico. Che ci dice dunque quella figura di donna? In essa si rispecchia quel che vive nel loro pensiero e nelle loro anime, e perfino il candore della veste, simbolo di purezza, ci dice che quella forza acquistata dal contatto con le forze fisiche non l’ha ancora sfiorata. Afferrando ciò che si manifesta in questa figura femminile, noi comprendiamo il volto di quegli uomini. Osserviamo ora l’altra figura a destra, sullo stesso quadro: quanto è diversa! Mentre l’altra non fa che richiamare l’attenzione al mondo fisico, vediamo questa concentrare tutta la forza di osservazione sull’opera degli uomini; essa già si associa al lavoro dello spirito umano. Seguendo così il quadro da sinistra a destra, noi vediamo chiaramente, anche senza alcuna cognizione di filosofia greca, il progresso fatto sul mondo circostante, e ciò si manifesta fin nel colorito.

Queste due figure femminili si vedono anche sull’altro quadro denominato “La Disputa”. La prima è di nuovo a sinistra circondata da figure estatiche che contemplano il simbolo posto nel mezzo. Vediamo qui i primi secoli del Cristianesimo, quando la religione cristiana altro non era se non sentimento, compreso il Sapere; e quei volti rispecchiano tutta la commozione e tutto l’entusiasmo di quella vita interiore; e nuovamente ce lo esprime la figura femminile. L’altra parte del quadro ci mostra invece il progresso.

Ecco i filosofi cristiani che hanno scientificamente elaborato i tesori della Sapienza cristiana: Agostino sta dettando, e la donna lo segue scrivendo. Seguendo l’altissima idea artistica di Raffaello 4 manifestata in questo motivo, possiamo ricostruire gran parte della storia umana, in quella figura femminile riprodotta quattro volte, si riflette quel che vive nell’anima di quegli uomini. Ma questi non sono che tratti superficiali di quei due dipinti che stanno in relazione tra loro e che bisogna osservare l’uno dopo l’altro. Il loro linguaggio artistico ci dice lo svolgersi delle età, dall’éra pagana fino al Medio Evo. Rievochiamo ora i sentimenti che veramente dovevano commuovere un’anima profondamente sensibile al cospetto di quei due capolavori.

Essa doveva dirsi: “Anche tu fai parte della corrente di pensiero che accompagna l’evoluzione dell’umanità; anche tu prendi parte a ciò che si svolge in questi quadri. E proprio così si sentiva l’uomo di quell’epoca quando gli era dato di afferrare il senso dell’evoluzione. Rivolgeva lo sguardo ai tempi pagani quando l’uomo era circondato dal solo mondo sensibile, come la pura architettura del quadro; si rivolgeva poi all’epoca sua che aveva portato all’uomo la rivelazione di un mondo spirituale, coll’intervenire del Cristo Gesù nell’evoluzione dell’umanità.

Si sentiva parte di tutto questo, e sentiva la propria vita partecipe della vita dei millenni. La fantasia dell’artista, assorbito i sentimenti che vivevano nei suoi contemporanei, aveva guidato la mano e per opera sua si rifletteva nel mondo esteriore ciò che formava l’essenza dell’intima vita dell’anima; così tali capolavori possono aiutare il teosofo a imprimere veramente in sé l’altissimo Ideale. Contempliamo ora la “Disputa” dal punto di vista spirituale: nel mezzo Dio-Padre, poi il Figlio o Cristo e più in basso la Colomba. Se pensiamo ad altri quadri sparsi nelle diverse gallerie, creazioni che seguono ancora le grandi tradizioni, troveremo spesso quella rappresentazione del Cristo che nasce da un essere alato, da una specie di uccello. Vi fu un’epoca in cui tutto il Mistero del Cristo, la sua discesa dai mondi superiori, era stato intuito come lo sprigionarsi da una natura appartenente, anche nello spazio, a un mondo più elevato; da qui il suo uscire da una forma alata. Accogliamo questa immagine nella nostra anima e seguiamo la “Disputa” con quest’idea vivente. Anche qui troviamo un essere alato: la Colomba dello Spirito Santo, il più misterioso dei simboli cristiani e il più complicato.

Il compito del pittore dell’avvenire sarà appunto di rappresentare ciò che nascerà da questa Colomba dello Spirito Santo. Essa è un simbolo temporaneo della Trinità che farà posto a un altro: dalla Colomba dello Spirito Santo nascerà un giorno l’anima umana liberata per opera del movimento teosofico e della Sapienza teosofica. Ogni anima umana che voglia accogliere in sé lo Spirito della Teosofia, rinascerà spiritualmente sotto altra forma su un piano più elevato. La Colomba dello Spirito Santo infrangerà la sua forma e da essa uscirà invece l’anima umana il cui sangue vitale sarà quella concezione spiritu- 5 ale dell’Universo a cui s’informa oggi la Teosofia nella sua prima manifestazione. Sorgeranno allora intorno a questo simbolo altre forme umane, quegli esseri liberati la cui espressione mostrerà la fiamma viva dell’anima loro. Gli avvenimenti dei mondi spirituali si rivolgeranno all’occhio interiore di colui che si eleva al di sopra del mondo materiale, e le anime così liberate si incontreranno in un accordo di fratellanza vera e di amore purissimo. E’ bene perciò che questi due quadri vengano mostrati, essi possono servire di profetica indicazione a un terzo .

Il primo ci dà l’espressione del pensiero pagano; nel secondo si manifesta l’avvenimento del Cristo. Infine l’opera dello Spirito Santo (inviato dal Cristo), rotti gli involucri, si rivelerà in quel dipinto che già ora dovrebbe vivere, quale altissimo ideale, nell’anima di ogni teosofo. L’ora per una tale opera d’arte non è ancora giunta e ne mancano i modelli, ma questi due quadri devono intanto completarsi nell’anima nostra in una Trinità sublime.

 

 

 Motivo centrale degli affreschi della cupola piccola del primo Goetheanum

 

 

Pochi anni dopo questa affermazione, lo stesso Steiner creò questo terzo capolavoro, dapprima come scultura, il gruppo ligneo, e poi anche pittoricamente,
nel motivo centrale degli affreschi della cupola piccola del primo Goetheanum.
Verosimilmente, sarebbe questo il terzo quadro, secondo quanto risulta da Dornach, 16 Settembre 1916 oo 171, prima conferenza del ciclo “Impulsi evolutivi
interiori dell’umanità. Goethe e la crisi del secolo diciannovesimo”.

 

 

            il gruppo ligneo

 

 

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