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Proseguono i nostri appuntamenti sul “senso della Vita” 

Il tema che proponiamo oggi è denso, cupo, intricato e al contempo luminoso, come un bosco: viaggeremo nel bosco dell’inconscio. Questo tema si aprirà davanti a noi grazie al linguaggio immaginativo delle fiabe.

Superiamo dunque il filare di noccioli che delimita di solito un bosco e, attraversandone la soglia, entriamo in un luogo del tutto particolare.

Andando a rovistare nel patrimonio fiabesco dei fratelli Grimm si scopre che praticamente in metà delle fiabe compare l’elemento del bosco. Il bosco nelle fiabe viene di volta in volta descritto con accezioni differenti: differenti sono i boschi de “La bella addormentata”, “Cappuccetto Rosso”, “Hansel e Gretel”, “Pollicino”, differente è il significato di cosa rappresenti il bosco, in quanto non si vuole darne una interpretazione ma cercare di comprendere il suo ruolo all’interno della fiaba.

Ci sono state varie caratterizzazioni che mi hanno permesso, nel corso del tempo, di mettere il bosco in relazione con la realtà dell’inconscio. Queste diverse accezioni con cui il bosco ci si presenta nelle fiabe ci faranno da guida nel bosco del nostro inconscio, per poi permetterci di ritrovare nel linguaggio il significato di questa parola, per poterla comprendere in senso scientifico-spirituale con una accezione più ampia, in relazione alla realtà dello spirito, alla realtà dell’anima e alla realtà del corpo.

Abbiamo tutti un nostro insieme di concetti, convinzioni e sensazioni preconcette sul bosco, non è così? Sia chi ha vissuto in natura che, a maggior ragione, chi non ha affatto vissuto in natura può avere una particolare concezione o pregiudizio riguardo al bosco.

Ci addentreremmo da soli in un bosco di notte? E di giorno? Se non altro dovremmo confrontarci, molto semplicemente, con la paura: la paura del buio, perché un bosco “vero” si fa fitto ed oscuro anche di giorno. È chiaro che la paura che evoca il bosco è la paura del buio, del pericolo, dell’ignoto. È interessante notare che questa è una accezione del bosco che per esempio non ritroviamo in Cappuccetto Rosso: in Cappuccetto Rosso viene infatti scritto chiaramente che lei non aveva paura del lupo. Pura incoscienza? Dobbiamo considerare però che Cappuccetto Rosso però non aveva ancora conosciuto il lupo.

Chi conosce la fiaba del Rugginoso (o “l’Uomo di Ferro” – N.d.C.)? In essa incontriamo una seconda accezione del bosco. Il Rugginoso è una fiaba meno conosciuta, dove il bosco assume importanza perché in una foresta “maledetta” un cacciatore si trova impantanato in uno stagno da cui vede fuoriuscire un braccio, torna con degli aiutanti che svuotano lo stagno trovandovi un selvaggio, il Rugginoso, lo portano al Re che lo rinchiude in gabbia.

Il Rugginoso verrà liberato con uno stratagemma dal figlio del Re. Il giovane principe rimarrà al servizio del Rugginoso finché verrà da lui mandato via in quanto avrà contravvenuto ai suoi ordini, ma nei momenti di grande difficoltà il principe potrà ricorrere al Rugginoso, che ha veduto il suo buon cuore. Egli tornerà infatti nel bosco e il Rugginoso gli concederà doni ed aiuti che lo toglieranno dai guai, per cui in questo senso il bosco rappresenta anche uno scrigno di risorse.

Il bosco rappresenta altre sorprese.

Nella fiaba de Lo Spirito nella Bottiglia uno studente in medicina è figlio di un boscaiolo; il padre lo sostiene negli studi ma le sue risorse non sono sufficienti a mantenere il figlio sino alla laurea. Il figlio va dunque a lavorare con il padre, per imparare il mestiere. Durante una sosta il figlio incontra uno spiritello in una bottiglia e questo rappresenta uno degli aspetti più intriganti del bosco, che è un teatro di incontri.

Il giovane libera lo Spirito, dietro sua richiesta, e dalla bottiglia esce un essere enorme che minaccia di ucciderlo. Il bosco è quindi anche luogo di metamorfosi. Con uno stratagemma, lo studente fa rientrare lo Spirito nella bottiglia, finché i due arrivano ad un accordo che permetterà al giovane, quando sarà diventato un medico, di guarire tutte le ferite e gli darà l’opportunità di ottenere i soldi per laurearsi attraverso la vendita di un’ascia d’argento.

Questa fiaba rievoca ancora l’aspetto del bosco come scrigno di risorse ma aggiunge anche l’elemento del compimento, della realizzazione del karma: nel bosco si compie il karma.

Infine nella più conosciuta fiaba dei musicanti di Brema incontriamo i quattro animali: l’asino, il cane, il gatto e il gallo, che nel bosco incontrano una casetta luminosa in cui i briganti stanno mangiando a quattro palmenti; gli animali decidono di irrompere nella casa spaventando a morte i briganti e diventando i padroni della casa.

Il bosco in questo caso può essere inteso come una soglia di iniziazione. All’inizio della storia quattro animali erano destinati a morire.  Desideravano raggiungere Brema ma resteranno lì.

Si sono riconosciuti nella loro anima di gruppo, nel loro spirito universale, e in ciò hanno attraversato una soglia: tramite il bosco sono approdati a superare una prova.

Il bosco può rappresentare quindi un covo, un nascondiglio, un covo di briganti come i briganti de “I musicanti di Brema” ed anche un luogo di iniziazione. Ricapitolando, finora abbiamo colto il bosco come luogo di paura dell’incognito e del buio, scrigno di risorse, tempo e luogo di metamorfosi, luogo di incontro e di realizzazione del karma, covo e nascondiglio e infine luogo di iniziazione.

Vediamo ora di entrare più in dettaglio nella relazione del bosco con l’inconscio.

Freud e Jung hanno parlato a lungo ed approfonditamente dell’inconscio, spesso portando una declinazione di questa realtà in relazione al confronto con le emozioni represse, i conflitti ancestrali, i conflitti edipici, eccetera.

Ora ci interessa ricordare che, oltre a questa visione psicologica-psicanalitica può essere intravisto ancora qualcos’altro, che possiamo declinare grazie a queste diverse accezioni che abbiamo incontrato nelle fiabe in relazione al bosco.

Ora le porremo in rapporto all’inconscio e lo faremo con la consapevolezza che ciò che noi chiamiamo inconscio è in realtà un livello di coscienza di qualcosa che ancora non padroneggiamo con la coscienza di veglia ma che sta a noi portare a coscienza. Per questo ne parliamo: perché l’inconscio lavora, continua a lavorare incessantemente, e fa “scherzi” di tutti i tipi, scherzi tali da spingerci a risvegliarci ad esso.

L’inconscio ci sta metaforicamente “tirando la manica della giacca” dicendoci: “Se non ti svegli, ti faccio ricadere nella stessa situazione”. La sua voce parla attraverso la voce nascosta degli organi e delle viscere, che chiedono di essere riconosciuti. Il bosco è, abbiamo detto, anche un nascondiglio.

Questo nostro nascondiglio interiore è rivisitabile attraverso alcune patologie corporee nelle quali noi nascondiamo una serie di vissuti emozionali, aneliti e così via. Come se il nostro corpo fosse una casa, nascondiamo tutto ciò con cui non vogliamo confrontarci coscientemente negli sgabuzzini del colon, nelle cantine dei visceri vescicali (la vescica urinaria e la vescica biliare), nelle soffitte del cervello (anche a livello cerebrale abbiamo “vesciche”) dove depositiamo pensieri, sentimenti, emozioni che nascondiamo, che non vogliamo vedere o percepire, che ci fa male percepire. E poi c’è anche il sottoscala, sotto la cassa toracica: fegato, pancreas, milza. Possiamo rileggere in questa chiave tutto il nostro corpo e scoprire che ogni patologia ha un suo “rovescio” dal punto di vista animico, conflittuale, spirituale e biologico in relazione agli organi.

Abbiamo citato la paura del buio, dell’ignoto, del pericolo: questa per esempio è una paura tipica dei reni, legata a questo organo. L’accezione del bosco pauroso sta a indicarci che qui sono i reni a chiamare all’appello la loro realtà di esistere.

Lo scrigno di risorse è un aspetto legato al futuro, in quanto le risorse sono qualcosa che ci giochiamo nel futuro e, di fatto, anche quando parliamo di compimento del karma parliamo di ciò che ha a che fare con il nostro futuro, o meglio con la volontà dormiente e nascosta che sta dietro l’inconscio. Ogni tanto quella volontà può risvegliarsi e iniziare a cambiare il nostro livello di coscienza ma è in quel livello dormiente che la nostra volontà normalmente risiede.

La nostra volontà, al contrario di ciò che crediamo, dorme; potremmo dire che la esercitiamo coscientemente solo se fossimo coscienti pienamente del nostro agire, quello che crediamo di guidare noi ma con cui spesso non siamo affatto connessi. Quando abbiamo a che fare con la realtà dell’inconscio ci confrontiamo con tutta la realtà che si trova nel sistema del ricambio.

II sistema del ricambio parla massimamente di una attribuzione della forza animica della volontà. Quando abbiamo parlato di cantine e sottoscala abbiamo fatto riferimento a organi del ricambio, ed anche quando abbiamo fatto riferimento al cervello abbiamo parlato di quella parte del cervello che è il suo ricambio.             

Il ricambio è attinente alle forze di volontà, al futuro. Quello che pensiamo viene dal passato. Quello che vogliamo viene dal futuro. Quello che sentiamo è nel presente. A seconda di come noi “condiamo” queste forze della vita dell’anima ci rapportiamo al tempo.

Il bosco è tempo di incontri, perché nella vita, come detto, abbiamo sì degli impegni prefissati, degli incontri programmati, però succede nella giornata di fare anche incontri casuali: quando ci predisponiamo a camminare anche nel bosco cittadino possiamo incontrare inaspettatamente, casualmente, imprevedibilmente delle persone e lì può accadere qualcosa. Può anche non accadere nulla se non cogliamo la possibilità dell’incontro. Tale possibilità è che si apra una porta nell’incontro tra due o più persone e vediamo nelle fiabe come in Cappuccetto Rosso che la bambina incontra il lupo e ha così la possibilità di fare accadere tutte le cose che nascono da quell’incontro nella fiaba, a partire dall’iniziazione che Cappuccetto Rosso riceve da questa sua esperienza con il lupo e poi successivamente col cacciatore, con la nonna e così via.

Abbiamo detto che il bosco diviene tempo e luogo di metamorfosi nella fiaba dello Spirito nella bottiglia. Dove possiamo trovare questa metamorfosi nella vita dell’anima? Dove il nostro inconscio può essere governato, nel fatto di trasformare alcune emozioni che normalmente “scapperebbero” una dietro l’altra.

Sappiamo che alcune emozioni ne inibiscono altre. La tristezza inibisce la rabbia (e vediamo quanto comune è il mal di testa oggi). Piuttosto che soccombere alla tristezza possiamo trasformare la rabbia in autoironia. La metamorfosi della rabbia in autoironia è una delle occasioni di trasformazioni dell’inconscio in “conscio”, in quanto per fare ciò è fondamentale avere consapevolezza di sé e rapportarsi alle situazioni che affrontiamo ponendo tra noi ed esse una certa giusta distanza.

Ci sono altre due emozioni che devono essere citate. Possiamo avere delle situazioni di antipatia. Essa deve anzitutto essere trasformata in empatia (non si può pensare di trasformarla in simpatia direttamente): empatia e quindi il mettersi nei panni dell’altro.

Oppure vi è il disgusto, da trasformare in quel senso di positività che ci può permettere di fronteggiare il brutto permettendoci di cogliere il bello che si trova nel brutto, senza naturalmente confondere il bello con il brutto.

Nella fiaba lo spiritello della bottiglia si annuncia col suo nome: “Io sono Mercurio”. Nel bosco spesso troviamo esseri elementari ed incantesimi. Il bosco è un covo di esseri elementari, ma chi sono tali esseri? Sono esseri partoriti da una fantasia artistica creatrice o sono esseri reali? E chi li ha mai visti se non qualche sparuto veggente? Ebbene nella fiaba noi troviamo questi esseri, così come gli incantesimi in cui i personaggi si ritrovano coinvolti, come il Rugginoso, schiavo di un incantesimo che verrà sciolto dal figlio del re al termine della fiaba.

Noi spesso ci incantiamo sempre nelle stesse abitudini, sempre negli stessi pensieri, sempre nelle stesse lamentele, sempre nelle stesse reiterate modalità reattive, dove dimostriamo ancora una volta di non avere veramente lavorato su noi stessi. Noi possiamo benissimo ripeterci, non vi è nulla di sbagliato, ma dovremmo almeno riconoscerci nella ripetizione. Se riuscissimo a farlo allora qualcosa potrebbe davvero ancora accadere.

La fiaba della Fanciulla senza mani è una fiaba molto forte, che declina una serie di dolori. Le mani della Fanciulla vengono mozzate e le vengono messe mani d’argento, non così efficienti per svolgere le azioni del quotidiano. Quando ella in difficoltà si trova nel bosco incontra una casa con un lume, nella quale incontra una figura spirituale che è un angelo (è rarissimo nelle fiabe che si parli di angeli) che per ben due volte esercita un ruolo: per anni egli accudisce la madre (la Fanciulla divenuta Regina e madre) e il suo bambino, in attesa che il Re ritorni e ponga rimedio ai danni ed agli equivoci perpetrati dal diavolo ai danni della Fanciulla. Nelle fiabe appare la realtà spirituale con cui ci dobbiamo confrontare e con cui intendere diversamente l’inconscio.

Così come parliamo dell’inconscio dovremmo parlare anche di sovraconscio.         

Noi non siamo consapevoli dell’inconscio ma tantomeno del sovraconscio: dovremmo ammettere che il nostro livello di consapevolezza non è adatto a “leggerli”. Ma se ci appelliamo, come facciamo ogni giorno, all’esistenza della sottonatura (elettricità, magnetismo e radioattività) dovremmo anche appellarci alla realtà delle forze plasmatrici degli esseri viventi e delle forze eteriche. Come esiste una realtà dell’inconscio esiste una realtà del sovraconscio.

Secondo Jung: “L’inconscio non è soltanto male ma anche la sorgente del bene più alto, non è solo buio, ma anche luce, non solo bestiale, semiumano, demoniaco, ma sovraumano, spirituale e, nel senso classico del termine, divino.”Jung parla dell’inconscio e ne dà una definizione spirituale. Lui lo ha colto, attraverso un lungo percorso. Del resto nella sua vita si è occupato di tantissime cose, dall’I Ching all’alchimia, ha approfondito la spiritualità di altri luoghi e altre culture: non poteva pertanto non accedere a una visione dell’inconscio che contemplasse anche una visione spirituale, e qui Jung ce la offre.

Potremmo chiederci: perché andare a stanare le cose che stanno nascoste in cantina? Ciò è opportuno perché se non lo facciamo sarà il nostro corpo a stanarle e ciò indica che siamo giunti al momento di risvegliarci ad un nuovo livello di coscienza che il corpo, urlando a suo modo, dopo essere stato soffocato per lungo tempo, ci indica. Sta a noi cercare e trovare attraverso i sottoscala, le cantine e le soffitte cosa ci sta dicendo l’inconscio, ossia quello di cui non abbiamo ancora preso consapevolezza.

E di cosa non abbiamo preso consapevolezza? Del fatto che portiamo con noi due figure in particolare: una legata all’inconscio, che è il doppio, e una legata al sovraconscio, che è l’angelo custode.

Siamo tutti portatori di una doppia natura, come descritto benissimo da Stevenson ne “Lo strano caso del dottor Jekyll e Mr. Hyde”. Il doppio è il compagno dell’inconscio, penetra in noi alla nascita e scappa da noi poco prima della morte, sempre che moriamo in un certo modo.

L’angelo custode ci accompagna per un certo tratto della vita poi ci lascia, allenta la presa pur essendo sempre presente, perché è pur sempre anche il custode del nostro karma e quindi raccoglie tutta la fila degli eventi che il nostro inconscio porterà.

L’inconscio è ben rappresentato nel quadro di Escher in cui diavolo e angelo in qualche modo non collaborano ma in un certo senso si interpenetrano (Cerchio Limite IV (Paradiso e Inferno), realizzata da Maurits Cornelis Escher nel 1960). Essendo consapevoli di questo evitiamo la scissione tra bene e male, che non porta a niente. Lo stesso Jung aiuta a superare il concetto di ciò che è demoniaco senza negare la realtà demoniaca, che esiste ed è insita nel doppio che ci accompagna per largo tratto della vita. È però altrettanto importante ammettere anche l’altra realtà che ci accompagna nella vita, perché appellandosi ad essa è possibile vivere nella realtà del sovraconscio.

Nei confronti di un incontro inaspettato il segreto è scoprire e nutrire la nostra coscienza con le sorprese che viviamo nella giornata, sapendo che dietro ogni sorpresa della giornata c’è l’angelo custode.

Vorrei citare una esperienza che ho avuto come medico.

Di solito dietro la lettura di un focolaio polmonare si trova in genere un coinvolgimento affettivo, emozionale – affettivo o di relazione affettiva e, pur indagando, nel caso del paziente di cui vorrei parlare non si giungeva a nulla, a nessun evento particolare. È stato solo in un successivo incontro con la sua convivente, con cui egli non aveva più una relazione sentimentale, che abbiamo evidenziato che, poco prima della comparsa della polmonite, questa signora aveva chiuso un’altra relazione affettiva con dolore.             

Ciò accade tra due persone strettamente legate da una fraternità. L’inconscio agisce anche così: naviga nelle relazioni sociali. Il nostro inconscio ci porta a regolare diversamente le nostre relazioni e capita che qualcuno si faccia carico, si faccia “spugna” per l’altro. Il segreto è riconoscere questa dinamica e diventare consapevoli, prendersi la responsabilità di diventare custodi del fratello però su un piano consapevole.

E qui abbiamo archetipicamente il riscatto di Caino e Abele: “Sono io il custode di mio fratello?” domanda Caino.

Questa lettura dell’inconscio è una lettura scientifico spirituale, è una lettura dove giocano relazioni karmiche importanti; queste relazioni appaiono chiare e distinte quando si riconosce il ruolo che le persone hanno nella vita tra loro. Anche due fratelli sono consorti, condividono cioè la stessa sorte.

Come vedremo, ancora una volta veniamo rimandati attraverso l’inconscio alla nostra propria consapevolezza autobiografica. Rivestire di nuova consapevolezza questo processo porta a risvegliarsi ad una realtà diversa da quello che accade e allora non ci apparirà più sorprendente che il doppio sia il portatore della malattia: il doppio è effettivamente il portatore della malattia. La malattia può essere però vista come il primo passo verso la guarigione. Se lo è, noi stiamo già cogliendo nel ruolo del doppio il suo aspetto positivo. Lo stiamo già vedendo in modo diverso e quello che ha detto Jung acquisisce importanza. È ora di sondare gli abissi dell’inconscio. Lo fa molto bene Jean Cocteau con la frase: “L’arte è un matrimonio del conscio e dell’inconscio”.

L’arte dell’incontro sta nel coniugare il conscio con l’inconscio. La casualità dell’incontro, il destino, il karma, in un certo senso fanno di noi ciò che vogliono, perché dietro il karma c’è la saggezza del sovraconscio che determina gli eventi attraverso cui noi ci predisponiamo se con coscienza li accompagniamo. Semplicemente seguendoli. Così facendo entriamo in un’altra dimensione, l’ultima a cui abbiamo fatto riferimento, la dimensione della soglia iniziatica con le relative prove.

Ci sono poche fiabe, ma ci sono, in cui i protagonisti che entrano nel bosco entrano attraverso la soglia dell’iniziazione. Possiamo pensare che una malattia rappresenti di per sé una iniziazione, ma cosa significa? Un’iniziazione è una via di conoscenza della realtà spirituale che si trova “dietro”, nascosta ai nostri occhi sensibili fisici e che spesso disconosciamo, omettiamo, neghiamo.

Questa è la via di conoscenza, la via iniziatica, che però come sappiamo dalla tradizione comporta il superamento di prove: non possiamo dare per scontato il fatto che esista la realtà spirituale se non veniamo “salati” (in riferimento evangelico al “sale che perde di sapore”) attraverso il fuoco delle prove. Le prove, dal punto di vista iniziatico, sono almeno tre: la prova del Fuoco, dell’Aria e dell’Acqua. Le possiamo ritrovare anche nella saga del Parsifal.

Possiamo accennare a cosa vadano a saggiare queste prove, cosa debbano “provare”. Nella prova del Fuoco si saggia la fiducia in noi stessi, la perseveranza: questa è la prova dei quattro musicanti di Brema. Questa fiducia diventa fiducia incondizionata nella vita che ci metterà a disposizione la casa in eterno perché in qualche modo essi dimostrano fiducia nella realtà della vita. Poi c’è la prova dell’Aria che saggia la capacità di amare e la prova dell’Acqua che saggia la speranza.

Fede, Amore e Speranza. Proviamo a motivare queste corrispondenze. Dovremmo mettere in gioco conquiste fondamentali, che anche altre volte vengono caratterizzate come date da quel passaggio che inizia col fare pace con il nostro inconscio, cercando di conquistare speranza nella vita (superando quindi la prova dell’Acqua) cercando di arrivare alla gioia di vivere che crea un ponte con la fiducia nella vita (che è la prova del Fuoco). La gioia della vita è in qualche modo da intendersi come la prova dell’Aria, perché la gioia di vivere è la porta che spalanca la capacità di amare. La gioia di vivere è la reale forza di vita che porta la capacità di amare.

Questo è il passaggio chiave, attraverso cui possiamo dire che stiamo veramente elaborando la realtà dell’inconscio e stiamo realmente riconoscendo che l’inconscio è ancora troppa poca cosa se lo caratterizziamo come qualcosa che ci parla solo di ciò che vive nascostamente in noi, represso in noi, mentre in realtà attende di disvelarsi. Occorre anche confrontarsi con questa realtà che sta disvelandosi, corazzandosi e proteggendosi, da cui comprendiamo l’importanza dell’angelo custode e del sovraconscio, se veramente vogliamo indagare conscio e sovraconscio nella loro realtà scientifico spirituale.

L’ultimo aspetto che tratteremo riguarda il sogno. Spesso abbiamo collegato l’inconscio con i sogni. I sogni ci parlano delle relazioni inconsce che abbiamo con gli altri.

La persona a cui ho fatto riferimento precedentemente, la persona con il focolaio polmonare, aveva sognato che gli si apriva una porta d’oro e gli appariva la madre della convivente. Straordinario. Ed il focolaio era appunto localizzato sul polmone destro, che è il polmone dell’oro, mentre il sinistro è più legato all’argento. Possiamo leggere i sogni se li attraversiamo con consapevolezza diversa. Il sognatore stesso è colui che è in grado di interpretarli.

Se è capace di porgerli correttamente a un altro che può esserne in grado di leggere la valenza simbolica allora i due si aiuteranno reciprocamente nella lettura e il sogno potrà prendere un certo carattere.

Un sogno può avere un carattere profetico, manifestare la vita di sentimento, parlare di un organo e così via, e di volta in volta va letto. Non si tratta di guardare la concatenazione dei fatti che accadono nei sogni. Ci si perde in pagine e pagine di sogni trascritti, ma ciò serve a poco.

Serve normalmente leggere due o tre simboli che acquisiscono il loro significato se noi accresciamo la nostra coscienza. Quando entriamo in un processo iniziatico arriviamo a due livelli diversi nella nostra vita di sogno: arriviamo a sognare i sogni lucidi (ossia manteniamo un livello di coscienza di veglia mentre sogniamo) o comunque cambia la nostra capacità di “stare” nel sogno durante la notte; questo accade quando percorriamo un cammino  scientifico – spirituale.

Ora, dopo questo lungo cammino, vi accompagno al di fuori del bosco. Alla prossima tappa.

Angelo Antonio Fierro

Medico Antroposofico

 

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